NATHAN LARSON.
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Il bibliotecario di New York.
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Titolo originale: The Dewey Decimal System.
Traduzione di: Federico Lopiparo.
2012. Fanucci Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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I suoi libri sono sinonimo di vita, la sua pistola  sinonimo di morte.
Nella Biblioteca Pubblica di New York vive un uomo al di l di ogni sospetto. Scovarlo  pericoloso, catturarlo  impossibile...
Dopo un'epidemia, un grave attacco terroristico e il crollo di Wall Street, New York  in ginocchio.
Mentre la citt tenta faticosamente di risollevarsi, fa la sua comparsa un misterioso veterano senza nome e senza memoria, Dewey Decimal, che decide di vivere nella biblioteca pubblica sulla Quarantaduesima. Dopo aver scelto l'edificio come sua dimora, si  assunto l'incarico di archiviare l'intera collezione bibliografica, sprofondata nel caos in seguito al collasso della rete informatica.
Un grande amore per la letteratura e una certa ossessivit maniaco-compulsiva fanno s che il pi forte desiderio dell'uomo sia poter riorganizzare il magazzino della biblioteca.
Il suo impegno nella catalogazione dei libri viene occasionalmente turbato da un procuratore corrotto, Rosenblatt, che lo contatta ogniqualvolta abbia del lavoro sporco da sbrigare.
Ora la sua missione  uccidere Yakiv Shapsko, il leader della comunit ucraina a New York, ma Dewey verr presto risucchiato in una spirale di crimini, tradimenti e antiche vendette che lo costringeranno ad affrontare il buco nero del suo passato e a fare i conti con la sua vera identit.
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L'autore.
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Nathan Larson, nato nel Maryland nel 1970, ha una personalit eclettica: scrittore, compositore, musicista e produttore,  noto soprattutto per le sue pluripremiate colonne sonore.
Attualmente vive con la moglie a New York e di tanto in tanto non disdegna rifugiarsi in Svezia. Il bibliotecario di New York  il suo romanzo d'esordio.
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Il bibliotecario di New York.
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CAPITOLO 1.
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E mi sveglio, ansimando e dimenandomi davanti ad alcune
sagome dal volto coperto che svaniscono rapidamente
insieme al mio sonno, mentre lo sparo rimbalza fuori dal mio
cranio e si perde nell'ampia sala di lettura.
Sempre lo stesso sogno.
Quando il rumore si affievolisce e gradualmente nell'enorme
salone torna a regnare la quiete, il battito del mio cuore
rallenta e realizzo esattamente dove mi trovo: sono nel Main
Brandt della New York Public Library, all'angolo tra la Quarantaduesima e la Quinta Strada.
Non saprei raccontare nei dettagli cosa mi abbia portato
qui, ma questo almeno posso dirvelo: sono un uomo di origini
multietniche e vengo dal Bronx. Occasionalmente collaboro
come freelance con l'amministrazione della citt di
New York. O almeno con ci che ne rimane.
Sono, o per meglio dire sono stato, un soldato, in una terra
desolata, di tanto in tanto attraversata da mulinelli di sabbia
sollevati dal vento e da sporadici raggruppamenti di edifici
bassi. Per lunghi periodi in questo antispazio non accadeva
assolutamente niente e si moriva dal caldo. Quando alla fine
scoppiava qualche casino, la situazione precipitava molto rapidamente,
in un turbinio di sangue, pezzi di metallo e fibre
di vetro. Eppure, sembrava tutto cos futile. Difficile da prendere sul serio.
Era come un brutto film che si decide di vedere controvoglia, per mancanza di alternative.
E, sapete, sono stato anche un marito e un padre. Credo.
Ma questo era prima.
Mi siedo e rovisto nella giacca del completo in cerca di una
sigaretta, ma non ne trovo. Nonostante il relativo silenzio,
non sono solo... Non molto lontano da me, una madre con il
suo bambino ha acceso una vecchia piastra riscaldante e sta
tenendo una patata in mano, con gli occhi fissi nella pentola,
presumibilmente in attesa che l'acqua bolla.
Trovo sorprendente che abbiano scovato una presa funzionante.
Prendo nota della sua posizione, nel caso dovessi
avere bisogno di caricare il mio rasoio. Questo  forse uno
degli ultimi edifici pubblici ancora allacciati alla scheletrica
rete elettrica della citt.
Ho un impiego qui nella biblioteca. Mi prendo cura dei
libri. Ma di questo vi parler pi avanti.
Oltre alla Madonna con bambino, ci sono altre figure umane
sparpagliate qua e l, sbandate e perse.
Perse, suona un po' freddo. Ma da quando la citt  stata
trasformata, una cosa  diventata ancora pi vera di quanto
non fosse in passato: chi non ha una linea diretta, un Bat-telefono,
non ha alcuna speranza di farcela.
Io, gente, ho una linea diretta.
A proposito, il mio cercapersone si  appena messo a ronzare.
 il procuratore distrettuale. Controllo il codice: devo
raggiungere il suo ufficio immediatamente.
Scatto in piedi e mi allaccio la cintura. Poi spruzzo un po'
di Purell, strofinandomi forte le mani. Il Purell  un prodotto
di cui non posso fare a meno, una brezza fresca in un
mondo surriscaldato dalla follia.
Ormai dormo nel mio completo: fanculo. Si risparmia tempo.
Mi infilo le scarpe a coda di rondine, arrotolo le coperte e
ficco tutto nella mia sacca militare, che a sua volta ripongo su
una mensola bassa insieme alla carne essiccata, alla mia scorta
di pistacchi e alle bottiglie d'acqua.
Nessuno oser toccare la mia roba. Sanno chi sono e, cosa
ancora pi importante, sanno delle mie conoscenze.
Ingoio senz'acqua la mia pillola del mattino, scendendo per
la logora scalinata di marmo che mi porta all'esterno, sotto
un piovischio tiepido; mi metto in testa il cappello alla svelta
e, passando, do un colpetto sulla coscia dell'ultimo leone di
pietra.
Questo gesto fa parte del mio Sistema. A sinistra sulla Quinta
Strada. Tutto quello che conta  seguire il Sistema. E usare il
Purell, soprattutto dopo aver toccato un edificio pubblico.
La pioggia attenua il penetrante odore di plastica e rifiuti
bruciati. Siamo in piena estate, la prima dopo gli eventi del
quattordici febbraio.
La puzza si sente anche in questo momento, ineluttabile
come la morte:  la plastica. L'odore di immondizia proviene
dai depositi di rifiuti situati in quello che una volta era
Bryant Park.
In conformit al Sistema, giro a sinistra sulla Quarantaduesima
Strada. Prima delle undici svolter solo a sinistra.
Sono diretto alla linea B della metropolitana.
Mostro il mio tesserino di riconoscimento alla marine di
guardia e scendo non appena mi fa cenno di proseguire.
Sembra incredibile, ma la metro continua a funzionare
nonostante tutto, grazie ai fondi federali stanziati per la "Grande
ricostruzione". Non saprei dire con esattezza chi sia il responsabile
dell'allocazione del denaro all'interno della citt, ma
posso garantirvi che la cosa non viene fatta nell'interesse della
collettivit. La prima priorit  riempire le tasche di alcuni
uomini d'affari disonesti e di vari signori dell'edilizia sciamati
nell'isola dopo il quattordici febbraio.
Questa  la realt e non viene fatto alcuno sforzo per nasconderla.
I servizi della metropolitana (ormai completamente automatizzati)
sono strettamente riservati agli impiegati del comune,
ai dignitari e a coloro che hanno abbastanza liquidit
per ungere le persone giuste. Credetemi, individui di questo
tipo sono estremamente rari. E poi, potendo permettersi un
tale livello di corruzione, chi mai prenderebbe questa metropolitana
del cazzo?  molto probabile che uno cos si sia gi
trasferito nel New Jersey centrale o comunque se ne stia al sicuro
nell'entroterra. Lontano dall'acqua e da eventuali "episodi" futuri. Che dio lo benedica.
Ma alcuni di noi devono lavorare. Alcuni di noi hanno un
Sistema.
Sulla banchina ci sono solo io. L'acqua che ricopre i binari
deve arrivare pi o meno alle caviglie e i topi vi nuotano a
frotte. La sola vista di quelle bestie mi spinge a metter mano
di nuovo al Purell.
Arriva un treno della linea D, poi uno della F, pilotati a
distanza da un qualche computer. Salgo sul treno della linea
B non appena entra in stazione.
Il Sistema mi protegge, consente ai miei pensieri di mantenere
una certa struttura. Ci sono delle regole, certo: quando
si prende la metropolitana di New York  essenziale iniziare
con i treni contrassegnati da una lettera (A, B, C), e rigorosamente
in ordine alfabetico. Se il tragitto supera le quattro
fermate  necessario spostarsi su una linea numerata (1,2,3)
e, in un mondo ideale, per il primo cambio si dovrebbe scegliere
un numero pari.
Non  un disastro se in qualche occasione la cosa si dimostra
impossibile. Dico solo che pi si segue il Sistema, pi il Sistema
funziona. Per questo motivo, arrivato alla Broadway/Lafayette,
cambio e prendo un treno della linea 6.
Condivido il vagone con un gruppo di poliziotti dell'Autorit
per il trasporto pubblico. Uniformi male abbinate. Il
pi grosso mi lancia un'occhiata veloce, nota il tesserino e fa
un cenno con la testa nella mia direzione.
Porto la mano alla falda del cappello. Faccio fatica a mantenere
un'espressione tranquilla. Buffo, no? Dopo tutto quello che ho dovuto sopportare, per quel poco di cui ricordo i
particolari, divento nervoso quando ci sono dei poliziotti nei
paraggi.
Mi tasto il polso e conto alla rovescia a partire da dieci, impiegando
il Sistema. Esco a Canal Street ed emetto un sospiro,
sentendo ancora lo sguardo dei poliziotti sul collo.
Sento il bisogno di piegarmi in due, cos butto gi un'altra
pillola ed emergo nella calda foschia di quell'aria fetida che
prende il nome di Chinatown.
Non sto esagerando: mentre cammino verso sud sulla
Lafayette, devo allontanare i polli a calci, tenendo un fazzoletto
sulle labbra. Roba da capsula di Petri, un condensato di
aviaria, influenza suina, influenza canina, mucca pazza, tubercolosi
e peggio ancora. Volti difficili da distinguere l'uno
dall'altro si accalcano e chiacchierano a ruota libera. Mascherine
anti-SARS.
Potr anche parlare un cantonese fluente, ma questo non
significa che voglia fermarmi a fare conversazione.
Tocco con le dita la sola chiave che tengo in tasca.
E, inutile a dirsi, tiro fuori il Purell.
Utilizzando una tecnica basata sul Sistema, neutralizzo le
interferenze dovute agli altri esseri umani e rifletto sulle possibili
attivit di oggi.
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CAPITOLO 2.
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Il procuratore distrettuale in carica, mai stato eletto,  Daniel
Rosenblatt, il classico maschio beta, ottuso, con il mento
sfuggente. Uno di quelli che ci si sente legittimati a insultare.
Nell'ambiente militare questo tipo di persone (a dire il vero
piuttosto rare) le chiamavamo "canarini" (vedi "canarino da
miniera di carbone" e "carne da cannone"). I modi migliori
per impiegarle includono lo sminamento e lo smaltimento di
munizioni inesplose. A volte vengono anche usate per allontanare
il fuoco dei cecchini da elementi pi utili.
Non che la cosa mi interessi, ma credo che Rosenblatt in
passato lavorasse come avvocato in uno di quegli studi legali
che attirano clienti promettendo lauti risarcimenti. Gente che
trae vantaggio da incidenti stradali e cose del genere. Nel caos
post San Valentino c' stato uno sconvolgimento generale,
le carte si sono rimescolate e molti hanno cercato di scalare
posti di potere. Rosenblatt, in un modo o nell'altro,  riuscito
ad accaparrarsi una poltrona da queste parti.
Nonostante le apparenze, tutti noi sappiamo che un uomo
di tal fatta pu dimostrarsi il pi pericoloso, una volta
conquistato un ufficio ad angolo. Un ufficio come questo, al
diciannovesimo piano del numero 100 di Centre Street. Arredo
art dco. Esposizione a sudovest; le finestre fuligginose
offrono una discreta vista sul cantiere edile della Freedom
Tower, riaperto di recente. Dietro al municipio si intravedono
i resti danneggiati del ponte di Brooklyn, ancora in attesa del
balsamo curativo della Grande ricostruzione.
Proprio un bel panorama.
Decimal.
La mia attenzione viene nuovamente attratta dall'ometto
seduto dietro alla grande scrivania.
Cosa? Ti sto annoiando. Questo rapporto. La scintilla 
svanita. Si  persa la magia. Cosa?
Rosenblatt parla troppo velocemente, una sorta di staccato.
Mi d ai nervi. Stringo le dita attorno alla boccetta di pillole
nella mia tasca e mi schiarisco la gola.
Mi scusi, signore. Mi stava ragguagliando sugli ucraini.
Gi, allora, che dire. Animali del cazzo. Divorano i loro piccoli.
Il punto  questo: se riescono a riorganizzarsi, possiamo
dire addio a buona parte dei progetti edilizi attuali e futuri. I
costi diventerebbero proibitivi. Torneremmo ai casini del Local
79. Si aspetterebbero l'assistenza sanitaria, le trenta ore lavorative
a settimana e chiss quali altre cazzate servite su un piatto
d'argento. Decimal. Prendi un pistacchio. Laggi c' un'atmosfera
alla Dachau. Pi inquietante del solito, il che  tutto dire.
Mi passa una piccola ciotola in ceramica con delle iscrizioni
in ebraico, piena di noci. Io esito. Microbi, feci, scarti sbocconcellati.
Come quella fottuta ciotola di semi nei ristoranti
indiani.
Tiro fuori il Purell, ne spruzzo un po' sulle mani e le strofino
scuotendo la testa. Allergico.
Ah! Daniel solleva le braccia, come a descrivere una di
quelle insegne con il titolo dello spettacolo che si trovano sopra
l'ingresso dei teatri. Svelato il tallone d'Achille di Decimal.
Kryptonite. Fissato nella memoria. Nel caso iniziassi a
sgarrare. Ah.
Sorrido. Vorrei prendere una pillola, ma dall'ultima sono
passati, a dire tanto, venti minuti. Dico: Pistacchi e noci. Mi
ha scoperto, signor Rosenblatt. Allora, per cosa mi ha chiamato,
devo far visita a qualcuno nella solita maniera?
Con la sua Montblanc, Rosenblatt spinge una busta di manila
nella mia direzione. Yakiv Shapsko. Emigrato nel 2000,
tutto in regola, perci quelli dell'immigrazione non possono
esserci d'aiuto.  il fomentatore. Un vero leader della comunit.
Uno con le palle, cazzo. Nel 2006 quel tipo ha avuto il coraggio
di intentare... Merda, c' bisogno che te lo dica? Una futile
causa contro l'amministrazione di New York. Gi. Quelle
stronzate su Ground Zero.
Estraggo un paio di guanti da chirurgo nuovi di zecca e
me li infilo. Faccio scivolare fuori dalla busta una serie di
scatti 20x25 e un dossier di quattro pagine. L'uomo, un tizio
robusto, taglio alla militare. C' anche un indirizzo. Ha un
paio di bambini da qualche parte, sette e cinque anni, ma la
loro residenza attuale e i loro dati personali sono incerti. Una
moglie, trentanove anni. Un'altra foto.
Decimal, non voglio sentire neanche una dannata parola
su questo tipo, mai pi. Non mi va gi, mi spiego? Ne ha
combinate troppe, tra il sindacato e quelle maledette cause
per risarcimento danni. Vuoi sapere cosa ha reso questo Paese
un posto pessimo per gli affari? I sindacati e quelle maledette
cause. Chiedilo a chi cazzo ti pare. Due grossi fattori.
Quell'uomo deve sparire, Decimal.
Annuisco, reinserendo il materiale nella busta. Poi mi tolgo
i guanti e li getto via. Lo consideri gi fatto.
Rosenblatt tamburella con il dito e la penna sulla scrivania,
tacchete tac.  piuttosto irrequieto quest'oggi. Dev'esserci
qualcosa che lo innervosisce...
Fantastico. Che altro abbiamo?
Lancia un'occhiata a un raccoglitore di pelle lasciato aperto.
La questione del traghetto per Staten Island... Da non crederci,
eh? Quella cazzo di Guardia costiera che mi scarica addosso
un casino del genere. La milizia di Midtown. Fare pulizia?
Richieder un lavoro di gruppo, bisogner reclutare qualche
uomo. Fammi pensare. Un'operazione a LaGuardia... direi di
no. L'Autorit per i trasporti? Quale Autorit per i trasporti?
Sono dei pagliacci del cazzo. Oh. Come sei messo a medicinali?
Un nuovo pieno mi farebbe comodo dico senza neanche
pensarci, ma  la verit.
Daniel congiunge le mani davanti a s, il volto attraversato
da un ghigno. Quanto detesto quest'uomo.
Ora. Non voglio perdere il mio tempo prezioso mettendomi
a fare i calcoli. Stiamo usando le medicine secondo la
prescrizione, vero?
Certo.
Nessuno spuntino tra i pasti. Niente del genere.
No.
Prende un foglio bianco di carta intestata e, in modo alquanto
teatrale, svita il tappo della penna. Titanio dice indicandolo
e agitando le sopracciglia.
Uh...
Appone uno scarabocchio al centro della pagina e me la
porge.
Conosci il protocollo. Rivolgiti ad Andrews...
Terzo piano. Lo so. Con questo sono sei mesi.
Sul volto di Rosenblatt ricompare quel ghigno, una vista
raccapricciante. Si gratta il capo con la penna in titanio summenzionata.
Il fatto  che la ritenzione delle informazioni
non  il tuo punto forte. Capita che debba ripetermi.  per
questo che mettiamo tutto per iscritto, Decimal. E di qui anche
le pillole, giusto?
Attende una mia risposta, ma io faccio finta di niente e mi
spruzzo con aria indifferente un altro po' di Purell. Scosta
la sedia.
Allora, Dewey, qual  la missione?
Mettere a tacere questo Shapsko.
Esatto, ma ti avevo detto che non volevo pi sentire neanche
una parola su quel tizio. Ora muovi il culo fuori dal mio
ufficio, stai uccidendo le piante con la tua energia negativa. E
tieniti alla larga dai guai.
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CAPITOLO 3.
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Ho una mappa della citt tatuata dietro alle palpebre. 
bidimensionale, a colori, e ricorda lo schema ufficiale della
metropolitana fornito dalla Metropolitan Transportation
Authority: linee simili a vene di colore verde, blu, rosso, giallo e arancio rappresentano ciascuna una tratta differente.
Questa mappa  sempre a mia disposizione.
Se poteste vederla, il Sistema di cui parlo vi sembrerebbe
molto chiaro.  tutto l, dispiegato, vivo. Le sue regole e le sue
funzioni espresse nei dettagli, pure (s, come il Purell) e precise.
Quando sono esausto, confuso o in quello stato sfuggente
tra il sonno e la veglia, la mia attenzione si sposta verso nord.
Divento un flipper, alla ricerca del suo centro di gravit. Verso
nord, lungo un'arteria verde contrassegnata dal numero 5,
una stazione specifica.
In questi momenti sono sicuro che tutte le cose/eventi derivino
da quel luogo, da quel posto dal nome cos dannatamente
bello. O forse tutte le cose/eventi si dirigono laggi, affrettandosi
attraverso quel vaso verde per convergere, riunirsi, sulla
GunHill Road.
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CAPITOLO 4.
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Sono padrone della mia vita, ma ho dato la mia parola,
perci nel tardo pomeriggio mi ritrovo a ingoiare una pillola
sulla Seconda Strada, di fronte al numero 142, conosciuto anche
come l'Ukrainian Social Hall.
Inutile a dirsi, ho disinfettato le mani dopo ogni sigaretta e
ne ho fumate esattamente dieci.
Il traffico di pedoni e veicoli  ridotto al minimo. Un furgone
elettrico con il logo del Centro per la prevenzione e il controllo
delle malattie mi passa davanti, occupato da uomini
in tuta spaziale che mi fissano attraverso la visiera. Le sirene
sul tetto sono silenziose e si limitano a illuminarsi di blu e di
rosso.
Mi viene il sospetto che ci sia qualche stronzata di cui non
sono al corrente.
Sono qui da un'ora e mezza. A essere onesti, mi ha stupito
molto aver trovato il posto ancora operativo. Immagino che
sia dovuto all'enorme quantit di ucraini impiegati nel settore
dell'edilizia, quelli che sono rimasti per la Grande ricostruzione.
Che scherzetto.
Un'orgia di bustarelle, frodi, corruzione e, in pi, il livellamento
di qualsiasi diritto dei lavoratori fosse sopravvissuto
fino ad allora. Una valanga di denaro, per quelli che si sono
trovati sul versante giusto della montagna. Erano molto pochi.
E, tra questi, pochissimi sono rimasti nei paraggi.
Un avviso scritto a mano, affisso sulla porta a vetri del Social Hall, annuncia in cirillico: "Buffet. Dalle 11 del mattino alle
4 del pomeriggio, tutto quello che riuscite a mangiare, 10$".
Le persone uscite dall'edificio non sono molte, ma il via
vai  stato continuo.
Shapsko non si  visto, perci deve essere ancora all'interno.
Uscite sul retro non ce ne sono.
Ho sentito parlare bene della cucina che fanno qui, ma io
non sono un tipo da buffet. Batteri. Il solo pensiero mi spinge
a spruzzare un bel po' di Purell, scacciando il male con una
strofinata.
Individuare Shapsko  stato facile come bere un bicchier
d'acqua. Il dossier su di lui era sintetico, ma esauriente.
Subito dopo il mio tte--tte con il buon procuratore distrettuale,
ho requisito un veicolo "abbandonato" su White
Street. Una Nissan Leaf abbastanza carina, anche se un po'
graffiata. Far partire queste automobili a batteria  una bazzecola,
se si sa come muoversi.
Dopodich ho pulito a fondo l'interno della vettura, mi
sono lavato le mani con decisione e ho raggiunto il luogo di
lavoro indicato nel dossier su Shapsko, una ditta appaltatrice
chiamata Odessa Expedited S.p.A., al 572 della Ventiseiesima
Strada Ovest.
Ho fumato quattro sigarette, mi sono disinfettato e ho aspettato
finch non ho visto il signor Shapsko uscire dall'edificio,
intorno alle 12,45.
L'ho riconosciuto senza difficolt, nonostante la foto nel
dossier non dovesse essere molto recente; sembrava pesare
dai sette ai nove chili in meno e aveva quel viso scavato e contratto
comune a tutti i newyorkesi che hanno vissuto l'Episodio
di San Valentino, me compreso.
Shapsko era accompagnato da due uomini bianchi, simili
per corporatura, taglio di capelli e abbigliamento. Quando
ho visto i tre stringersi in una Toyota Prius del 2009 ho avuto
un sussulto, immaginando quanto sarebbe stato incasinato
pedinarla: queste auto sono innumerevoli, a un certo punto
sono state vendute in massa a met prezzo, per delle ragioni
sconosciute o che comunque ho dimenticato.
La Prius ha raggiunto l'Undicesima Strada (contromano)
e si  diretta verso sud. Nell'ingranare la marcia della Nissan
ho realizzato due cose: primo, ho le mani sporche; secondo,
non corro alcun rischio di perdere di vista il mio bersaglio.
New York si era svuotata quasi del tutto nel corso dell'ultimo anno.
O almeno cos sembrava. Nella realt, la popolazione attuale
corrisponde circa al dieci percento di quella registrata agli
inizi del 2011. Fanno pi o meno ottantamila persone, contando
tutti i distretti. Nessuno conosce le cifre esatte, sarebbe impossibile.
Ad ogni modo  difficile farci l'abitudine.
Anche prima dell'Episodio di San Valentino (che in effetti
 consistito in una serie di episodi coordinati, plurali; trovo
irritante e impreciso riferirsi a quel giorno come a un evento
singolo, ma un nome, una volta appiccicato, non si stacca pi),
la gente se ne stava andando via in branco, soprattutto dopo
il terzo terribile crac economico e la caduta libera del dollaro.
Eravamo pronti al primo grande crollo, pi o meno preparati
al secondo, ma di sicuro non al terzo, con il quale per
il dollaro, l'euro, la sterlina, la rupia e lo yen sono suonate le
campane a morto.
E poi c' stato l'Episodio di San Valentino. Altrimenti noto
come "Il quattordici febbraio".
Il traffico, in ogni caso, era moderato.
Shapsko esce dall'Ukrainian Hall poco dopo le quattro del
pomeriggio, questa volta in compagnia di cinque uomini, tra
cui anche i due con cui si era spostato inizialmente. I membri
del gruppo rimangono in piedi vicino all'entrata, impegnati
in una conversazione.
A un certo punto scoppiano tutti a ridere e quattro di loro
iniziano a muoversi in direzione opposta alla Prius. Shapsko
li saluta con la mano e si dirige verso la sua vettura con un
altro uomo.
 arrivato il momento di prendere una decisione: affrontarlo
qui, con l'incognita del suo amico, o continuare il mio
pedinamento.
Al diavolo; spengo la sigaretta numero undici, mi strofino
le mani con il mio buon prodotto e, dopo aver controllato che
non passino macchine (gi, lo so, ma certe abitudini sono dure
a morire), attraverso la Seconda Strada.
Sono entrambi vicino alla Toyota. Shapsko ha gi tirato fuori
le chiavi.
Yakiv Shapsko. Estraggo il mio distintivo contraffatto
del dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti. Il
nome sul tesserino  Donny Smith.
La situazione richiede la mia voce da uomo bianco, la voce
dell'autorit.
Shapsko si volta di tre quarti. Sembra divertito. Il suo compagno
si muove verso di me, ma Shapsko gli mette una mano
sul torace.
Avvicino il distintivo al volto dell'uomo, anche se gi sento
di non avere alcun controllo sulla situazione. Shapsko sembra
un tipo scaltro e competente. Avrei preferito poterlo definire
uno zoticone.
Signor Shapsko, rappresento il dipartimento della Sicurezza
interna... Il suo amico inizia a farfugliare qualcosa in
ucraino, ma io continuo. La prego di seguirmi per un interrogatorio.
A che proposito? Shapsko pronuncia queste parole come
se trovasse la situazione alquanto ridicola e la cosa inizia
a innervosirmi. Continua a tenere la mano sul torace del suo
compagno. La camicia di jeans indossata dall'uomo  scura e
di certo non  pulita.
Problemi di sicurezza nazionale. Non sono autorizzato a
dirle di pi.
L'ucraino a questo punto risponde con un sorriso di una
genuinit disarmante. I capelli hanno un taglio differente e il
naso sembra rifatto, ma ho come la sensazione di averlo gi
incontrato in passato.
Sono in arresto? Il suo inglese  sicuro, appena segnato
da un leggero accento slavo.
Signore, le sto solamente chiedendo di rispondere a qualche
domanda. Se vuole farmi la cortesia di seguirmi... Vorrei
mantenere la cosa su un piano il pi possibile professionale,
ma senza entrare nei dettagli.
Sono in arresto? ripete, come se stesse parlando a un
bambino.
 una domanda ragionevole, alla quale replico: No, ma
la cosa si pu organizzare, se preferisce seguire quel tipo di
percorso.
Fa tintinnare le chiavi. S, lo preferisco. Senza un mandato
di arresto, non verr da nessuna parte con lei. Sembra quasi
contrito.
Il suo compare si sta facendo avanti lentamente. Un paio
di altri tizi sono usciti dall'edificio e stanno osservando la discussione.
Le cose non stanno andando bene. Che sto facendo? Nell'approccio
diretto sono una vera frana.
Signore, deve capire che cos mi costringe a segnalare il
suo comportamento come poco collaborativo...
Ma Yakiv ormai  gi entrato in macchina e sta accendendo
il motore, mentre il suo amico se la squaglia. Mi guarda dal sedile
del guidatore, scrollando le spalle. La Toyota entra in carreggiata
e si allontana prima che possa riordinare i pensieri.
Mi pulisco le mani. Merda. Mi sono giocato il fattore sorpresa.
Forse avrei dovuto gestire la cosa alla maniera della
vecchia polizia di New York, andandogli incontro e sparandogli
un colpo. Oppure avrei potuto nascondermi sul sedile
posteriore della sua macchina. Be', se non fosse stata una
Prius.
Ve lo sto dicendo, sono un po' goffo. In modo automatico
tocco la chiave nella mia tasca davanti.
Pazienza. Proviamo la via pi facile.
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CAPITOLO 5.
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Lascio la Nissan l sulla Seconda Strada.
Poi prendo la linea 6 fino alla Cinquantunesima, dove cambio
per la R, come da Sistema. Fortunatamente, la chiusura
delle stazioni sulla Ventitreesima, sulla Ventottesima e sulla
Trentatreesima mi consente di spostarmi rimanendo fedele al
dogma del Sistema.
Lasciate che vi spieghi. Il pomeriggio, sul tardi, le regole si
invertono: diventa necessario prendere le linee numerate e
poi, se la situazione lo richiede, salire su quelle contrassegnate
da una lettera. Potendo scegliere,  sempre preferibile prendere
la metropolitana rispetto alla macchina. E pi ecologico, un
principio che risale ai giorni del combustibile fossile.
I treni della R terminano la loro corsa a Forest Hills, perci
immagino che dovr farmela a piedi fino ai Kew Gardens.
Non conosco troppo bene questa parte del Queens, ma vi dir
che  pi bella di quanto si possa pensare. O almeno lo era.
Alti complessi residenziali, una sola luce accesa al settimo
piano di un edificio, un silenzio di tomba.
Roba da citt fantasma.
Butto gi una pillola; inizio a sentire un certo mal di testa...
Mi rendo conto che sto morendo di fame. Mi assicuro che la
chiave non mi sia scivolata fuori dalla tasca... No, c' ancora.
Anche nei tempi migliori, immagino che non debba essere
stato facile trovare un negozio aperto da queste parti. Tuttavia,
con un po' di fortuna, mi imbatto in una stazione della
British Petroleum che sembra abbastanza accogliente, nonostante
il cartello dica CARBURANTE ESAURITO, CUSTODE ARMATO.
Scambio con un uomo terrorizzato di origini pachistane,
indiane o comunque dell'Asia subcontinentale un pacchetto
sigillato di Lucky Strike per un pezzo di carne di manzo
essiccata e del formaggio, tutto ci che ha in materia di cibo.
Possiede almeno quindici grosse scatole di carne essiccata.
Non  male avere una simile scorta a disposizione.
Riprendo il cammino, chiedendomi chi oggigiorno faccia
ancora acquisti.
Mi sono appuntato l'indirizzo di Shapsko. Vive al numero
12 di Mowbray Drive, una casa molto graziosa in stile anni
Cinquanta. Mi ha sempre lasciato di stucco trovare una casa
vera e propria in quella che tecnicamente  ancora New York
City... Questa in particolare  modesta, ma dotata di un fascino
tutto suo. L'erba e le piante, lasciate incolte, sono cresciute in modo niente affatto sgradevole. Nel giardino vedo un
gruppo elettrogeno piuttosto rumoroso, una bicicletta sporca
e un triciclo.
La posizione della casa non facilita la sorveglianza: sono
costretto ad aggirarmi con fare sospetto dall'altra parte della
strada, davanti a uno stabile di appartamenti. Della Prius non
c' traccia, ma al piano superiore ci sono le luci accese.
Prima di avere il tempo di individuare un punto da cui
poter osservare l'abitazione con tranquillit, le luci della veranda
prendono vita. Indietreggio rapidamente nell'ingresso
dello stabile, inciampando in una mattonella scollata. Il vestibolo,
Allah sia lodato, non  illuminato.
Iveta Shapsko (nata Balodis), trentanove anni, di nazionalit
lettone, altezza un metro e sessantotto, peso cinquantotto
chilogrammi, capelli castani, occhi verdi. Dalla mia postazione
la riconosco facilmente, con i capelli tirati indietro e un
ricciolo ribelle che le scende sul volto, mentre prende la posta
dalla cassetta delle lettere vicino all'entrata. Un bambino dai
capelli scuri compare sull'uscio, probabilmente Dmitri, quello
di cinque anni. Iveta gli dice qualcosa, lo spinge all'interno con
lei e si chiude la porta alle spalle. Il batacchio di ottone sbatte
un paio di volte e il 2 nel 12 oscilla liberamente.
L'onda d'urto proveniente dall'altra parte della strada mi
colpisce al petto. La rabbia e la frustrazione che Iveta Shapsko
deve aver accumulato in chiss quanti anni mi investono tutte
assieme.
Non ho idea di come faccia a saperlo n conosco la fonte
di questa sensazione, ma capisco che la cosa mi riguarda da
vicino. Tutto si svolge come su un set teatrale, una scena gi
vista in passato, da cui non pu venire niente di buono... Lo
scopo per cui sono giunto fin qui  malvagio, le mie intenzioni
sono torbide e l'abisso da cui sto traendo questa consapevolezza
mi spaventa, spingendomi a scattare fuori dal mio
nascondiglio. Inizio a camminare velocemente, poi a correre,
con un groppo in gola delle dimensioni di una biglia, affrettandomi
per una strada alberata del Queens. Sento di nuovo
il calore della pioggia, ma quando porto il dorso della mano
sulla guancia capisco che no, non  pioggia, non lo  affatto.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Perch c' un qualcosa di oscuro impiantato nel lobo frontale
del mio cervello, onnipresente, una sequenza tormentosa
di immagini, profondamente mostruose.  questa: una figura
si materializza, compare a poco a poco dal buio, in un campo
da gioco in cemento annesso a un quartiere dormitorio
per persone a basso reddito. Entra in un ascensore di metallo,
attraversa un corridoio, una porta, si introduce in un appartamento
silenzioso, poi in una camera da letto. Una forma
sotto una coperta logora. E infine i colpi, due, incredibilmente
rumorosi, e mi sveglio, con il riverbero degli spari, allungandomi
verso delle ombre che svaniscono nel nulla. Fine.
Sempre lo stesso sogno.
Iveta innesca qualcosa che giace sepolto nel mio petto. La
conosco? Non saprei dirlo con sicurezza. Forse mi ricorda
qualcun altro o un evento emblematico.
Ora,  importante comprendere che io penso mi abbiano
cancellato parte della memoria mentre ero costretto in un letto
di ospedale a Washington DC. Per di pi, credo che mi abbiano
impiantato dei falsi ricordi. Non ho modo di provarlo,
ma ne sono sicuro. Lo sento nelle viscere. Come conseguenza,
guardo alla mia memoria e ai miei sogni con sospetto.
A proposito di questo sogno. La mia terapista al Walter
Reed, la dottoressa Rosita Lopez, lo ha inquadrato in questo
modo: non riuscendo ad accettare la perdita di mia moglie e
di mia figlia, avvenuta mentre ero in missione, avrei sviluppato
uno di quei disturbi postraumatici da stress oggi tanto
di moda, che nel mio caso si manifesterebbe facendomi visualizzare
reiteratamente una ricostruzione immaginaria del
crimine commesso contro la mia famiglia.
Secondo la dottoressa Lopez, con le sue calze trasandate, il
suo blocchetto degli appunti e le sue occhiate furtive all'orologio
da polso, una mia accettazione della realt farebbe svanire
queste visioni e bandirebbe l'assalitore immaginario dai
miei incubi, per sempre.
Quello che non ho avuto il coraggio di dire alla dottoressa
Lopez  che, quando mi costringo a soffermare lo sguardo
su questo film che la mia mente continua a trasmettere senza
tregua, l'assalitore immaginario ha le mie mani. E indossa le mie scarpe.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
A causa del quattordici febbraio, tutte le informazioni scritte
disponibili, su qualsiasi argomento, sono incomplete, un
portale nell'era conosciuta semplicemente come "Prima".
 affascinante: tutti i segnali di ci che stava per accadere
sono proprio l, nei dettagli.  la pura verit, nonostante la
mente desideri rivedere la storia attraverso il prisma di ci
che  attualmente conosciuto.
Prendete questa cosetta tratta dal CIA World Factbook del
2011:
L'economia lettone ha registrato una crescita del prodotto
interno lordo pari a pi del dieci percento annuo durante il
biennio 2006-2007, ma  entrata in una grave recessione nel
2008, a causa di un insostenibile disavanzo del conto corrente
e di una forte esposizione al debito in un'economia mondiale
in flessione.
Insostenibile. Flessione. Una terminologia asettica, burocratica.
Parole che il cittadino pu riconoscere, davanti alle
quali pu scuotere la testa, che vergogna, una tragedia. E continuare
a fare acquisti, a lavorare, ad andare in palestra, a consumare,
a sprecare, a utilizzare, ad avvelenare.
Chiudo il volume cartonato e lo ripongo con attenzione in
cima alla mia pila "attiva", senza trascurare di applicare un po'
di Purell una volta finito.
Questa pila? Si tratta del materiale che tengo a portata di
mano, quello rilevante data la mia attuale situazione. Lo trovo
ricco di informazioni, rassicurante, un aspetto particolare del
mio progetto complessivo: riorganizzare il fondo della biblioteca
secondo l'antiquata ma estremamente logica classificazione
decimale.
Ehi, qualcuno deve pur farlo. Da quando qui la rete informatica
interna  andata fuori uso,  praticamente impossibile
trovare quello che si sta cercando.
Ma, come vi ho detto, cercate di capire: sono in possesso di
un Sistema completo e la classificazione decimale non  che
un pezzo di un puzzle pi grande; questo mi d una struttura.
L'alternativa: il caos.
Sto facendo tutto da solo, perci la cosa procede lentamente.
 un lavoro giusto. Dopo quattro mesi ho classificato parte
del settore 000, "informatica, fonti di informazione e lavori
generali".
I padri fondatori della classificazione decimale non avrebbero
mai potuto immaginare la quantit gargantuesca di materiale
che sarebbe finita in questa sezione. In modo particolare
sotto la voce "informatica". Cristo. E i "lavori generali"? Lasciamo
perdere, cacchio.
Mucchi di libri, per un totale di diverse migliaia, ammassati
alla Dr Seuss lungo tutta l'estensione della parete sinistra della
sala di lettura. Attualmente questa  la mia occupazione. Secondo
i miei calcoli, mi ci vorr ancora un anno per catalogare
tutto il settore 000. Forse anche due.
Una cosa  certa: a quelli che hanno costruito questo posto
sarebbe preso un infarto, se avessero saputo che come unico
bibliotecario conservatore sarebbe rimasto un uomo di colore.
Questo passatempo, se cos lo si pu definire, mi ha dato
anche un'identit.
Il procuratore distrettuale Rosenblatt mi ha soprannominato
"Decimal Dewey", per via di questo mio interesse e per il
fatto che non riesco a ricordarmi nemmeno come mi chiamo.
Il procuratore dice di avere il mio certificato di nascita, la
mia tessera della previdenza sociale, eccetera in una cartellina,
ma io questi documenti non li voglio vedere, dato che
non credo che riconoscerei la persona che descrivono.
Prima di essere chiamato DD, ero conosciuto semplicemente
come "Il bibliotecario" e le persone che frequento da
pi tempo tendono a chiamarmi ancora cos. A me non importa;
io rispondo comunque. Ma Dewey Decimal sta prendendo
piede.
Questa sera la biblioteca  deserta ed  cos che la preferisco.
Apro un pistacchio, mi assicuro che sia pulito e me lo lancio
in bocca. Il guscio va ad aggiungersi agli altri nella ciotola
apposita. Ogni due giorni li disinfetto e li trasferisco in una
bustina sigillata per riutilizzarli in seguito. La "dispersione dei
gusci". Ho i miei rituali, le mie abitudini.
Da quando la sicurezza di questi edifici storici  stata affidata
al dipartimento Parchi, credo di non aver visto un solo
ranger, o comunque chiamino i loro agenti. Non sono neanche
tanto sicuro che il dipartimento Parchi esista ancora, a
pensarci bene. Non che la cosa sia di qualche importanza.
Immagino che la loro sede centrale sia all'interno del parco,
ma nessuno ci va pi ormai. Mi torna in mente lo zoo di
Central Park, l'orologio con gli animali. Sovrappensiero, sfioro
la chiave con la mano.
Pare proprio che stia a me prendermi cura di queste sale, il
che mi riempie di orgoglio. Certo, di appartamenti e loft vuoti
e inutilizzati ce ne sono moltissimi su e gi per i canyon della
Quinta Strada, della Madison e della Broadway. Altrettanto
dicasi per Tribeca e per la zona residenziale a nordovest del
Meatpacking District, fino alla Central Park West. Spazi non
reclamati e privi di protezione.
Alcuni di questi, estremamente lussuosi, una volta ospitavano
le famiglie pi facoltose della citt. Io li ho visti. Oggi
non c' bisogno di avere simili ambizioni per darsi delle arie
in un posto del genere, come fanno in molti; io per sento di
dover restare qui.
Quando sono tornato a New York dopo la mia detenzione
(illegittima, ricordatevelo) al Walter Reed Medical Center, che
allora era un Istituto Nazionale di Sanit appena fuori Washington
DC, questo  stato il posto in cui sono venuto a rifarmi
una vita, come molti prima di me. E sono stato bene accolto.
Non dal personale; non intendo questo. Sono state le stesse
scale, le stesse pareti, questa foresta di letteratura ad avvolgermi,
a dirmi: " bello rivederti, soldato. Qui troverai quiete, e
poesia."
Nel cuore della sala di lettura, recupero la mia roba e distendo
le coperte arrotolate. Mi chiedo dove siano andati a
finire la mamma e il bambino, quelli con la piastra riscaldante.
Mi chiedo se non siano solo il frutto della mia immaginazione.
Degli ologrammi proiettati.
Inserisco la spina del rasoio elettrico nella presa che avevo
notato precedentemente, e quando vedo la luce intermittente
gialla indicare che il dispositivo  in carica, un largo sorriso
attraversa il mio volto. Fantastico.
Prima di addormentarmi, prendo una pillola e rimuovo
la mia Beretta M9 dal panno che la custodisce. La pulisco, la
carico, eccetera. Quest'arma  come un vecchio paio di jeans,
si adatta solo alle mie mani. Mani che a loro volta hanno bisogno
di una pulita.
Inizio a pensare che sia meglio portare la pistola con me
quando esco. Meglio averla e non doverla usare che trovarsi
disarmati al momento del bisogno.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Sempre lo stesso sogno.
Proviamoci un'altra volta. Con la barba appena fatta e rinnovata
energia, indosso una mascherina chirurgica e mi incammino
in direzione ovest per raggiungere la linea C. Esco
sulla Ventitreesima Strada. Ho portato con me la pistola, il Purell,
le pillole e, ovviamente, la chiave che tengo nella tasca davanti.
Attraversando un tunnel dall'aria viziata, copro i pochi isolati
a nordovest della Odessa Expedited S.pA. e mi accerto
che Shapsko sia ancora in sede.
Individuo la Prius, la rubo.
Mi dirigo verso i Kew Gardens.
Tutto questo prima delle 9,30 del mattino.
Capirete che mi sento abbastanza sollevato quando, raggiunto
il Queensboro, una squadra del genio militare mi fa
cenno di passare dopo aver visto il tesserino di riconoscimento
che tengo premuto contro il finestrino. Ho indossato anche
un paio di guanti da chirurgo, perci non ho problemi a toccare
i vetri di quest'auto di merda.
Al ponte della Cinquantanovesima Strada  andata bene:
in occasione degli Episodi di San Valentino  esplosa solo una
piccola parte delle cariche piazzate e strutturalmente  rimasto
in buono stato.
La linea tranviaria che vi passa sopra non  stata altrettanto
fortunata. Un unico vagone penzola come un giocattolo dimenticato,
a un'ottantina di metri dall'East River. Ho sentito
dire che ci sono volute tre settimane per tirare fuori i corpi da
quella vettura. O forse la mia immaginazione ci ha un po' ricamato
su. Difficile a dirsi.
Proseguo sull'interstatale 495 e poi mi sposto sulla 678, seguendo
scrupolosamente il Sistema, che prescrive sequenze
di strade dispari e pari. Prendo l'uscita 13 e, per attenermi al
Sistema, svolto solamente a sinistra (devo ammettere che questa
regola mi fa allungare parecchio) finch non raggiungo la
Mowbray Drive.
A questo punto, sempre per girare a sinistra, arrivo fino in
fondo alla via, faccio un'inversione a U e torno indietro... ritrovandomi
parcheggiato davanti al numero 8 della Mowbray,
a due portoni di distanza dall'abitazione di Shapsko.
Sono le 9,55 del mattino.
Preferirei quasi starmene qui tranquillo ad aspettare fino a
dopo le undici, in modo tale da non incappare in indesiderate
svolte a destra, ma temo che la moglie di Shapsko riconosca
l'auto e immagini che il marito sia rientrato a casa.
Mi tolgo i guanti da chirurgo e li getto per terra. Abbasso la
mascherina. Mi do una rinfrescata con il Purell, due volte
per essere sicuro. Butto gi la seconda pillola della mattinata
e sono pronto.
Il mio piano di oggi  in tutto e per tutto compatibile con il
Sistema, brutalmente semplice.
Salto fuori dalla macchina (a sinistra). Oggi sar una giornata
torrida, maledizione, questa puzza. Attorno non c' nessuno,
perci procedo lungo il marciapiede, supero casa Shapsko,
giro di centottanta gradi (a sinistra), torno sui miei passi
fino al numero 12 (a sinistra), salgo la scaletta esterna in legno
e busso due volte con il batacchio, identificando la vite mancante
che consente al 2 nel 12 di penzolare.
Aspetto. Sento dei movimenti all'interno. La Beretta mi
preme contro la natica. La mano destra  libera.
La tendina della finestra alla mia sinistra si scosta leggermente.
Tengo la testa bassa, lasciando che il cappello mi copra
il viso. Riesco a sentire qualcuno al di l della porta, il suo
respiro. Poi: Che cosa vuole? Una voce di donna, probabilmente
Iveta. Quell'accento.
Assumo un tono angosciato, da uomo bianco, e dico, in
ucraino: Signora Shapsko, mi dispiace molto, ma suo marito
ha avuto un incidente sul lavoro. L'hanno portato all'Armory
e mi ha chiesto di venirla a prendere.
Nessuna risposta.
Sono davvero spiacente di essere il latore di questa notizia,
ma dobbiamo fare in fretta. Suo marito  ferito.
Cosa c', il mio ucraino non  credibile? Mi hanno detto che
sembro madrelingua; addirittura, per la precisione, pare che
parli come un nativo di Kiev pi che come uno del Sud.
Ma, a pensarci bene, le puttane direbbero qualsiasi cosa...
 un amico di mio marito? Come lo conosce?
Sono pervaso da una sensazione di sollievo. Il suo ucraino
fa perfino pi schifo del mio.
Lavoro come avvocato per la Odessa Expedited e sono il
cugino di un suo collaboratore. La prego,  una questione della
massima urgenza.
Attendo ancora.  normale che una moglie reagisca in
questo modo? Forse  una cosa lettone. Le donne sono tutte
d'un pezzo in quell'angolo remoto del pianeta. Riesco quasi a
sentire il rumore del suo pensare.
Poi: Pu dire al mio caro marito sputa questa parola come
fosse veleno, oh oh che pu curarsi da solo le sue ferite. Io intanto
mi occupo di suo figlio, al quale non sembra interessarsi
molto, considerato che in questi ultimi quattro mesi si  fatto
vedere s e no un paio di volte. Gli pu dire cos, avvocato.
Aggiornamento dati. Okay, loro sono una coppia separata
e io un avvocato. Quindi: Signora Shapsko, mi avvicino ancora
di pi alla porta, abbassando un poco il tono di voce c'
un'altra ragione per cui sono venuto da lei. Se le ferite dovessero
rivelarsi gravi o, dio non voglia, fatali, lei per legge diventerebbe
uno dei beneficiari della somma di denaro che trarremo
dalla querela che intendiamo sporgere contro il cliente
della Odessa Expedited. Dovremmo parlarne, premesso che
lo stato della relazione tra lei e suo marito e i vostri problemi
coniugali, di qualsiasi natura siano, non mi riguardano, non
avendo niente a che vedere con l'argomento della nostra conversazione.
Sono abbastanza orgoglioso di come mi sia venuta. Sento
che sta riflettendo davvero, ora.
Mi chiedo quali ricadute la cosa possa avere sul mio piano
generale. Aggiungo: Ma ho bisogno del suo consenso per
procedere con la causa, perch lei  il suo contatto di emergenza
e de facto ha la procura in questa situazione.
La sento respirare ancora. Cerco di sincronizzare il mio respiro
con il suo. Merda. Non era previsto. I coniugi si sono
separati. Potrebbe essere un grosso problema.
Una parte di me pensa che sia una buona notizia. La metto
a tacere, non devo distrarmi. In ogni modo, decido di non
interrompere la missione, per il momento.
Sento la catenella che viene fatta scivolare fuori dalla guida.
Poi la porta si apre e sull'uscio compare un naso affilato, su
un volto che evoca nobilt, nonostante la felpa e i jeans. Profondi
occhi verdi, tremolanti, tradiscono quel trasalimento
involontario che molti bianchi mostrano quando si trovano
improvvisamente faccia a faccia con una persona di colore. 
una vita che mi imbatto in questo tipo di reazione e ormai non
la considero pi una cosa personale.
Iveta si riprende. Il bambino sta dormendo, solo un... 
chiaramente pentita di aver aperto la porta, ma ormai sto gi
attraversando la soglia.
Con quella che spero sia un'espressione rassicurante e preoccupata
al tempo stesso, mi introduco in casa. Iveta indietreggia.
Le tendo la mano destra. Charles Bartosch. Le mie scuse,
avevo dato per scontato che fosse ucraina dico, in inglese.
Ricambia la stretta, mani fredde e ruvide. Poi, lanciando
un'occhiata alla strada, fa un passo avanti, nel tentativo di
farmi retrocedere. Mi dice: No,  solo che...
In men che non si dica le afferro il polso con decisione, torcendolo
dietro alla schiena. Lei non grida, si limita a inspirare
profondamente. Brava ragazza. Mi chiudo la porta alle spalle
con un calcio, mi volto e, costringendola a inginocchiarsi, le
punto la Beretta direttamente sulla nuca. Porta i capelli raccolti
da una bandana blu e il suo collo  piuttosto grazioso.
Noto un neo di media grandezza due centimetri sotto l'attaccatura
dei capelli.
Sssh. Va tutto bene, va tutto bene le dico.
Per un attimo, esserle cos vicino mi fa girare la testa, ma
questo  proprio il genere di intoppo mentale che in situazioni
simili pu portare un uomo alla morte. Perci prontamente
spingo questo mio Io emotivo/empatico sullo sfondo. Non
 il momento per queste stronzate.
La donna dice qualcosa in quello che immagino sia lettone,
una lingua che non conosco, e poi in inglese: Maledizione,
che cosa vuole da me? Sono una stupida, cazzo. L'avevo capito
che non era ucraino, il suo accento fa schifo.
Mi hanno detto il contrario. A dire il vero ormai puntavo
a passare per uno di seconda o terza generazione.
Teppisti del cazzo. Lei, Yakiv, siete solo spazzatura, criminali.
Perch  qui? Non  ucraino, non ci sono neri in Ucraina.
Gi, immagino di no.
Mio cugino arriver fra cinque minuti... Se la trova qui
sar nei guai fino al collo.
 un classico. Non ci casco neanche per un secondo.
Signora Shapsko, non le credo. Penso che lei abiti qui tutta
sola. Dico bene?
Inizia a tremare. La cosa non mi piace affatto, perch anche
se ho inserito la sicura, non vorrei che agitandosi provocasse
un incidente.
Gli incidenti succedono. Ne sono la prova vivente.
Le dico: Dov' suo figlio, signora?
Iveta emette un lamento sommesso, prolungato. Nooo,
no, il bambino non c'. La prego.  a casa di amici. La prego.
Esercito un po' di pressione sul collo con la pistola. Non
voglio fare del male a nessuno, chiaro? Ora, mi ha appena
detto che suo figlio sta dormendo, perci non provi a cambiare
le carte in tavola. Dov'?
No. No. Iveta si tira indietro, spingendo la nuca contro la
pistola.  qui per me, lo so, lo sapevo che sarebbe successo,
Yakiv le ha ordinato di uccidermi, codardo del cazzo, non riesce
a farlo con le sue mani. Capisco benissimo cosa sta succedendo.
Non lotter. Non lotter. La prego.
Dannazione.  una ragazza coraggiosa.
Non far del male a nessuno, va bene? Glielo giuro. Okay,
lasciamo stare i bambini. Lei per deve collaborare. Per prima
cosa stia ferma, per favore. Faccia silenzio adesso.
Iveta sta respirando rapidamente dal naso e ha gli occhi
pieni di lacrime. No. Vaffanculo. Assassino.
La cosa inizia a innervosirmi. Per la seconda volta nelle ultime
ventiquattro ore ho l'impressione che la situazione mi stia
sfuggendo di mano.  una sensazione a cui non sono abituato.
Non mi piace affatto.
Non far del male a nessuno, Iveta, non sono un assassino.
Glielo ripeto: se far quello che le dico non sar necessario
coinvolgere il bambino. Va bene? Non risponde. Gli
occhi mi cadono di nuovo sul neo. Non posso farne a meno,
le dico: Dovrebbe farsi controllare quel neo.
Cosa?
Il neo. Sul collo. , come dire, scolorito. Vada da un dermatologo.
Mi sento un idiota, non deve essere facile per lei
trovare un dermatologo.  solo un consiglio.
 fuori di testa, cazzo? Fa irruzione in casa mia...
Quale irruzione, facciamo un passo indietro.  lei che mi
ha lasciato entrare.
Bugiardo. Assassino. Non far niente per lei. Niente.
Oh, lo far, dolcezza. Altrimenti mi occuper anche del
bambino. Ultima offerta. Mi dispiace.
Si tranquillizza. Aggiusto la presa sul suo braccio.
Sono una persona molto seria. Voglio solo scambiare due
chiacchiere. Parli con me e me ne andr.
Che cosa vuole? chiede con un tono di voce appena percepibile.
Siamo nell'atrio, ai piedi delle scale. La trascino verso il
suo squallido soggiorno. Percorre gli ultimi metri camminando
a carponi, dopodich la faccio sedere su una poltrona
azzurra.
 molto pi difficile ora che l'ho di fronte. Quegli occhi di
smeraldo emettono dei raggi laser di pura rabbia.
Il suo telefono funziona ancora? La sua linea, intendo?
No. Ho questa radiotrasmittente. Una specie di... ehm...
radio della polizia.
Annuisco. Come stanno le cose tra lei e Yakiv? Mi dica
tutto.
Come stanno le cose? Dovrebbe saperlo, visto che l'ha
mandata qui...
Non  stato lui a mandarmi. Okay? Mi aiuti a capire la
situazione, lo stato del vostro rapporto.
Sono cose private...
Ora non pi. Se non inizia a collaborare mi vedr costretto
a salire al piano di sopra.
Okay! Okay. Per me  una tortura anche solo parlarne,
perci in questo momento mi sta torturando.
No, non  vero. Se ne accorgerebbe se dovessi iniziare a
torturarla, e la cosa mi rattristerebbe molto. Ma resta pur sempre
un'opzione. La prego,  meglio che si sbrighi con il suo
racconto.
Iveta si mette a posto la bandana. Io mi siedo su un tavolino,
continuando a puntare la pistola verso di lei.
Yakiv per me  un uomo morto. Uno stupratore e un assassino.
Lo so che mi uccider, o mander qualcuno come lei
a farlo.
Come cazzo si spiega tutta questa ostilit? Da quanto ho
capito non andate pi d'accordo.
Ride. Ma la cosa non la diverte affatto. Questi non sono
cazzi suoi. Ma s, si potrebbe dire anche cos. Gi. Non riesco
a dormire. Ogni minimo rumore. Ho cos tanta paura per
mio figlio, che possa... fare del male al bambino.
Perch mai dovrebbe farlo?
Iveta mi scruta per un momento. Poi scuote la testa. Ha
ancora del moccio e delle lacrime sul labbro e sulle guance,
ma ha smesso di piangere.
Vorrei prendere una pillola e ho un disperato bisogno di disinfettarmi
le mani. Tocco ansiosamente la mia chiave, ma solo
per un secondo.
Sul tavolino c' una scatola di kleenex. Gliene passo qualcuno.
Lei li prende, ma non li usa. La cosa mi sta rendendo
nervoso.
Ma perch  qui allora? Una lacrima le scende sul volto.
Non ha ancora risposto alla mia domanda. Se rispondesse
alle mie domande, potrei anche decidere di soddisfare la
sua curiosit. Perch Yakiv dovrebbe voler fare del male a lei
o al proprio bambino?
Il bambino  di un altro uomo, un altro pezzo di merda.
Dettaglio importante, ma torniamo alla domanda.
Iveta fa un cenno con la testa e si pulisce il moccio con un
fazzolettino. Forse lei pensa che  una brava persona. Un
uomo degno di rispetto. Forse crede che onorer l'accordo
che avete fatto.
Come ho gi detto, non  stato Yakiv a mandarmi. Non lo
conosco nemmeno.
Lei mi osserva, esaminando il mio abito, le mie scarpe, la
mia pelle. Cosa sarebbe lei, un nero? Non si capisce.
Sospiro.
Possibile che, dopo due presidenti afroamericani e una
donna cinese sulla luna, non si sia ancora sviluppata una coscienza
'postrazziale'? Anche se quelle che una volta erano
dette "minoranze" oggi in questo Paese costituiscono la maggioranza
della popolazione?
Ma certo che no, anche se questa parola di merda,
"postrazziale", andava gi di moda diversi anni fa. Vi rendete conto?
Che scherzo assurdo.
Allora, sono un nero? Le dico: Stiamo andando fuori tema,
in ogni modo nelle mie vene scorre sangue misto e s, mio
padre era di Trinidad. Mia madre invece era in parte di origini
filippine e in parte di Santa Lucia. Da tutto ci deriva... il colorito
pi scuro della mia carnagione. Le  di qualche aiuto
saperlo?
Non saprei dire se stia mentendo o meno, neanche io ricordo
con esattezza come stanno veramente le cose. Ma questa
versione sembra precisa e scorre agevolmente dalla mia
bocca.
Direi di s, a dire il vero, e le dico anche il perch risponde
Iveta, accartocciando il kleenex. Yakiv odia i neri, i sudamericani,
i cinesi... Li odia tutti, e i neri in particolar modo. Il
solo caso in cui potrebbe offrire un lavoro a un nero, forse,  se
dovesse assoldare un killer, ma siccome lei non mi ha ancora
ucciso e continua a farmi tutte queste domande, pu darsi
che davvero non conosca mio marito. Come sostiene. Se le
dessi del denaro, Yakiv ne soffrirebbe veramente molto.
Rido. Divertente.
Non c' niente da ridere. Su queste cose diventa matto.
Dalla sua reazione mi rendo conto che non pu essere un
amico di Yakiv. Impossibile. Impossibile. Potrebbe averla assoldata,
forse.
Le ho gi detto che non lo conosco.
Okay, perci... non sa che  un assassino. Uno stupratore.
Un uomo senza... Si indica la fronte, non trovando la parola.
Coscienza?
Esatto. No. Dire che  un uomo cattivo sarebbe poco. Ascolti.
Odia i neri...
S, fin qui c'eravamo gi arrivati.
Odia le donne. Odia i comunisti. Odia, odia, odia. La prego,
lei chi ? Non riesco a capirlo.
Comunisti? Un'altra parola che non si sente pi in giro da
un bel po' di tempo, da quando gli Stati che in precedenza rientravano
in questa categoria si erano trasformati in imperi
dominanti. Com' che li chiamano adesso? La Cina, ad esempio?
Benevole dittature militari postcapitaliste. Probabilmente
esister un termine pi appropriato per definirle, solo che
non lo conosco.
Ma io chi sono?
Non sono nessuno le rispondo. Sono un fottuto brutto
sogno. Quello che voglio  entrare in contatto con suo marito.
Tutto qui. Chiaro?
Annuisce, con gli occhi spalancati.
Provo a mettergliela in un altro modo. Se ha commesso
dei crimini, come dice...
Molti omicidi, molti stupri...
Bene, se le cose stanno cos, mi piacerebbe che venisse
trattato da criminale. Glielo prometto. Io lavoro per il governo.
Iveta abbassa gli occhi.  la verit?
S le rispondo, tra l'altro senza neanche mentire. Tecnicamente.
Allora, per favore, potrebbe mettere via quella pistola?
Mi spaventa molto.
Mentre ci rifletto, valutando la possibilit di poggiarla vicino
a me da qualche parte, commetto lo sbaglio di perdere
di vista la donna per un istante...
Iveta mi salta addosso senza pensarci su due volte, mirando
agli occhi con una penna o qualcosa del genere.
L'afferro per il polso e cadiamo insieme su un fianco. Con
il gomito del braccio libero, cerca di rompermi il setto nasale,
ma manca il bersaglio di poco, prendendomi sulla guancia.
Di riflesso, le sferro un colpo sulla testa con la pistola. Non
perde i sensi, ma rotola lateralmente, portando una mano
alla tempia. Il sangue inizia a scorrerle tra le dita. Le ferite
alla testa sanguinano molto.
Dannazione, non sono venuto qui per tramortirla a colpi
di pistola. Devo cercare di riparare.
Iveta. Mi accovaccio vicino a lei. Iveta, ha in casa dei
prodotti, ehm, per il pronto soccorso? Ha un bel taglio l.
Non mi risponde. Si limita a borbottare qualcosa, allontanandosi
ancora un poco e continuando a tenere sollevata la
testa.
Mi guardo attorno. Sul triste divano c' della biancheria da
letto, un lenzuolo.
Rischio di soffocare, un fottuto lenzuolo usato. Rovisto
nelle tasche in cerca di un paio di nuovi guanti da chirurgo.
Controllo che la chiave sia ancora al suo posto. Mi infilo i
guanti, faccio un respiro profondo e tiro via quel pezzo di
stoffa dal divano.
Iveta. Mi lasci dare un'occhiata. Solo, non mi salti addosso
un'altra volta. Okay?
Okay mi risponde, la voce attutita dal braccio che le copre
la bocca.
Le sposto la mano, c' un casino di sangue. Grazie a dio ho
messo su i guanti. Le applico il lenzuolo, facendo pressione
sulla tempia. Sbatte le palpebre, per via del sangue che le 
finito nell'occhio destro. Faccio il possibile per tamponarlo.
Restiamo seduti in questo modo per un po'. A dire il vero
non ho la pi pallida idea di quale sia la prossima mossa da
fare.
Mamma? La voce di un bambino, tremante e spaventata.
Merda.  l sulla soglia del soggiorno, la bocca a forma di O.
Devo dire qualcosa.
La mamma ha sbattuto la testa, ma sta bene. Torna su in
camera. Okay?
Il bimbo  come impietrito. Iveta gli urla qualcosa in lettone
e lui sparisce. Lo sento sbattere dietro di s una porta al
piano di sopra.
Signora, le dico mi scuso di averle fatto male, ma  stata
lei ad assalirmi per prima.
Iveta fissa il vuoto con aria assente. Lei ha fatto irruzione
in casa mia con questa pistola.
Eh no, signora, lei  stata cos gentile da invitarmi a entrare.
Ora non si inventi delle stronzate.
Ha detto di lavorare per il governo.
Esatto. Part time.
Deglutisce. Anche Yakiv lavora per il governo.
Ma senti. Il governo degli Stati Uniti?
Annuisce.
Mi racconti tutto le dico.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Una volta bloccata l'emorragia, ci mettiamo seduti in soggiorno,
uno di fronte all'altra. Io sono sulla sedia, lei sul divano.
Mi sento come se stessimo per andare al ballo di fine anno.
L'atmosfera  tesa, ma la situazione non  affatto sgradevole.
Mi piace questa donna. Al punto che vorrei stesse bene. La
osservo per capire se abbia una commozione, ma sembra che
si stia riprendendo. Continua a tamponare la ferita e a controllare
il sangue sul lenzuolo.
Ehi, su, ascolti. La smetta, ormai si  coagulato. Far un
casino.
Lei resta in silenzio. Le ho passato un bicchiere d'acqua,
dal quale beve un bel sorso. Si asciuga la bocca con la manica.
Yakiv ...
Un assassino e uno stupratore, lo so.
Scuote la testa con impazienza. Mafia, gi in Ucraina. Credo
che abbia iniziato trasportando merci di contrabbando, roba
illegale. Armi, droga. Poi sono venute le persone. Prima di
questo "Episodio"...
Annuisco in modo energico. Quello che vorrei trasmetterle
: "Salta questa parte." Tutti hanno una storia legata all'Episodio
di San Valentino: dov'eri quando  successo, come ti
sei sentito, come ti senti adesso, eccetera. Simili racconti tra il
nostalgico e lo sdolcinato non mi interessano per niente e non
li voglio neanche sentire.
Ma Iveta non indugia su questi aspetti e prosegue. Trasportava
soprattutto ragazze. Anche qualche ragazzo, ma
soprattutto ragazze. Perch, sa...
Gi, lo so. Era un'epidemia globale.
Diceva loro che avrebbero trovato un impiego in un bel
ristorante, in un ospedale o qualcosa del genere. Poi si prendeva
i passaporti, le chiudeva in un appartamento...
So a cosa si riferisce. Penoso. Intervengo, parlando con
sincerit.
Anch'io, sono stata una di quelle ragazze. Mi lancia uno
sguardo di accusa, il volto in fiamme. Ma io non ho mai fatto
niente del genere. Ero una studentessa, mi preparavo per
diventare infermiera, logopedista, sono piuttosto in gamba.
Lui parlava molto male, era tipo balbuziente. Un problema
che so trattare. Inoltre, gli piacevo molto. Cos sono diventata
la sua ragazza e pi tardi ci siamo sposati a Las Vegas. Dio,
era cos ubriaco. Be', okay, non era il solo.
Un sorriso velato. Tira fuori una Newport da un pacchetto
aperto appoggiato sul tavolino. Me ne offre una.
 una follia. Stiamo facendo tipo una chiacchierata tra amici.
Scuoto la testa. Grazie, ma sono allergico. Al mentolo.
Oh. Allora  un problema se...?
No, il fumo passivo non mi d fastidio. E poi, questa 
casa sua.
Il che  vero. Si accende la sigaretta e lascia uscire il fumo
dalla bocca.
Dovrei dirle di andarsene. Perch non le ho ancora detto
di andarsene?
Scrollo le spalle. Ho una pistola.
Giusto. Come si chiama?
Dewey.
Strano come nome.
 africano.
Ora  lei a scrollare le spalle. Dewey non so in che modo
lei sia coinvolto, ma questa gente... Lascia la frase in sospeso.
Be', sono un collaboratore esterno. Non sono legato a questo
o a quello, di per s.
S, ma alla fine dei conti si lavora sempre per qualcuno. Dovrei
proprio andare a vedere come sta Dmitri. Posso?
Certo.
Iveta si alza ed esce. Io esamino la stanza.
In tutta sincerit: il locale  deprimente e non contiene neanche
un oggetto di un qualche interesse.  sorprendente il
modo in cui la gente sceglie di vivere.
Colgo l'occasione per tirare fuori un po' di Purell. La sola
cosa che potrebbe rendere questo posto ancora pi deprimente
sarebbe la presenza di un gatto.
Io odio i gatti. Li odio davvero quei gatti del cazzo.
Si sentono delle voci sommesse provenire dal piano di sopra.
Ingoio una pillola. Devo tranquillizzarmi, rilassarmi. Non
riesco a credere di aver iniziato a pensare ai gatti. I gatti sono
satanici. Se uno, solo in casa, si strozzasse con una bistecca, il
suo amato gatto si avvicinerebbe al cadavere e si mangerebbe
quel pezzo di carne strappandoglielo dalla gola...
Dewey, non si muova.
Cristo santo. Sono un idiota.
Iveta  sulla porta e mi sta puntando alla testa quella che
ha tutto l'aspetto di una Sauer P220. Naturalmente.
Metta la pistola sul pavimento e la allontani con un calcio.
Maledizione. Probabilmente potrei farla fuori prima che
riesca a reagire, ma decido di obbedirle. Non voglio fare del
male a questa donna.
La pistola schizza via sotto il sistema audio tv Ikea in finto
palissandro. Odio tutto ci che cade sotto il nome di "sistema
audio tv". Si pu dare per scontato che abbia un aspetto di
merda. Odio l'Ikea.  un ambiente inumano, tossico. Mi torna
in mente l'Ikea di Red Hook, a Brooklyn, simile a un cimitero,
abbandonata.
Si alzi, piano.
Inizio a tirarmi su, forse un po' troppo rapidamente. Sono
scontento della mia performance, preoccupato.
Lentamente! Le ho detto di alzarsi, ma lo faccia lentamente!
mi grida, con la voce che si incrina sui toni alti.
Dmitri fa capolino tra le sue gambe. Ha uno zaino sulle
spalle e in mano tiene un borsone sportivo della Reebok piuttosto
capiente.
Vogliono scappare.
Mi alzo in piedi. Pi lentamente di cos non mi sembra possibile.
Iveta dice qualcosa a Dmitri, che si precipita fuori dalla
porta di casa. Gi, hanno proprio intenzione di svignarsela.
Ho capito le dico. Non vi seguir...
Non ho ancora finito la frase, quando noto (ormai troppo
tardi) che ha spostato la mira e mi sta puntando la pistola alle
gambe. Senza pensarci un attimo, Iveta mi spara al ginocchio.
Prima che il dolore sovrasti ogni cosa, penso che ha una
mano incredibilmente ferma. E che anche se  in debito con
me di un paio di pantaloni, non le rinfaccer mai questo incidente.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Sto consultando la mappa che ho tatuata dietro alle palpebre.
Percepisco appena i movimenti esterni, un suono ripetitivo
simile al battito d'ali di un uccello in volo. Ma questo non
 importante.
La Metropolitan Transportation Authority, come spesso
succede, non ha una, ma due fermate chiamate Gun Hill
Road. Sono entrambe a un tiro di schioppo, ma a me interessa
la stazione raggiungibile tramite quello che (a detta di
alcuni)  il treno pi affidabile in citt: il 5 espresso. Perch si
ferma proprio l, nel posto dove devo andare adesso.
Mi immagino mentre esco dal treno e salgo le scale due gradini
alla volta. Sono sulla strada, ma come incalzato da qualcosa,
agitato: Vai, vai, vai.
Se camminassi un poco verso sud, a un certo punto arriverei
all'Orto botanico. In passato ho trovato conforto in quel
giardino. Ma ora non ci posso andare. Devo essere altrove, ho
qualcosa di specifico da verificare.
Mi dirigo a ovest, verso il cimitero di Woodlawn.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Il procuratore distrettuale  incazzato. Nota bene, anche
quando non  incazzato parla a voce troppo alta, senza il minimo
decoro. Com' che chiamano questa sindrome? Una sorta
di comportamento sociopatico. Come  che la chiamano?
Qualcosa tipo... sindrome di Assburger.
Comunque, sono costretto a tenere questa specie di watkie-talkie
lontano dall'orecchio, mentre Rosenblatt fa la sua tirata
parlando a macchinetta.
...Qualche idea di quanto viene una rotula? Quel tipo di
tecnologia? Quanto costa al dannato contribuente?
C' ancora chi paga le tasse? Che cosa rtro.
Sono costretto a letto nel nuovo VA Medical Center, l'ex
Mount Sinai, tra la Madison e la Novantottesima Strada. Mi
sento terribilmente a disagio. Non per il dolore, dato che una
sacca di morfina dall'aspetto vecchiotto goccia a goccia sta allontanando
da me simili preoccupazioni fisiche... No, il fatto 
che mi trovo in un ospedale militare e, lo confesso, la cosa mi
sfibra i nervi. Non mi piace che la morfina mi annebbi i sensi
in questo modo.
Un ospedale militare.
L'ultima volta che mi hanno rinchiuso in una di queste case
degli orrori ho dovuto subire un sacco di pratiche allucinanti,
ho detto allucinanti, che mi hanno causato enormi vuoti
di memoria. Inoltre,  possibile che mi abbiano innestato dei
falsi ricordi e (temo) un qualche dispositivo di localizzazione,
installato in profondit, probabilmente vicino a un organo vitale,
in modo da non essere individuabile.
Sono consapevole di come tutto questo possa suonare, ma
io sento che  cos. Tornando al punto: C' ancora qualcuno
che paga le tasse? chiedo, parlando nel microfono.
Proprio divertente, cazzo. I cittadini pagano ancora le tasse,
Decimal. Diversamente dalle non persone che vivono fuori
dalla societ civile, come te.
Questa non mi va gi. Non  cos... Non sono una non persona.
Certo che lo sei. Tu non esisti. Ufficialmente, dico. Non
compari in alcun registro pubblico. A me piaci cos, Decimal.
Sono certo che la cosa va bene anche a te. Ti rende adatto al
lavoro, pi interessante. Tempo fa sei stato tu a dirmi che la
cosa ti piaceva, fai chiarezza nel tuo maledetto cervello.
Preferisco pensare a me stesso come a un individuo che
tiene un basso profilo.
Ah, capisco. Be', sar sempre pi difficile, tenere un basso
profilo. Ogni volta che passerai attraverso un qualsiasi metal
detector. Con quel tuo nuovo ginocchio. Sei milioni di dollari,
amico. Ecco la tua battuta:  il momento di dire grazie,
signore.
Sei milioni di dollari? E per che cosa? Grazie, Dan gli dico.
Grazie, signore.
Grazie, signor Dan.
Ma che cazzo! Ti ho fatto prelevare da non so quale fabbricato
nel fottuto Queens, o sbaglio? Elicottero e tutto il resto, no?
Una grana del cazzo. Fortuna che so prendere una decisione
su due piedi. Altrimenti: domande. Domande indesiderate,
capisci? Decimal, sei tu che hai incasinato tutto qui. Non io.
Signore, se mi consente...
No, non se ne parla. Noi non tocchiamo le famiglie. Non 
una cosa di classe. Tu sei una persona di classe?
Se c' una cosa che si pu dire su di me  questa, signore.
 quello che pensavo.  quello che pensavo. Ti vesti bene.
Per essere un fottuto vagabondo. Bambini? Donne?  fuori
questione. Nyet, nein, no, escluso, mai. Noi operiamo faccia a
faccia. O cos o niente. Pensi che stia dicendo un mare di cazzate?
Certo che lo penso, ma mi limito a dire: No signore. Forse
ho interpretato male alcuni dettagli della missione, dato che
il dossier conteneva foto e informazioni sulla famiglia, tra cui
un indirizzo...
No, no, no. Dovrei toglierti l'incarico. Senza pensarci su
due volte. Il fatto  che mi piaci. Tra di noi c' fiducia.  una
questione di chimica. Forse sto diventando matto. Mi sto rammollendo.
Signore, in questo caso l'approccio diretto non  facile. Il
nostro obiettivo mi  sembrato una persona intelligente e ben
preparata...
Le tue osservazioni, sul personaggio. Registrate. Ma non
me ne frega un cazzo. Due cose: il lavoro  ancora tuo. Portalo a termine. Uno. Due: non ti avvicinare alla signora Balodis
per nessuna ragione.
Queste ultime parole mi lasciano perplesso. Chi? Oh. Giusto,
il nome da ragazza... Shapsko.
Gi,  vero, hai ragione. La signora Shapsko, la moglie, lei e
il bambino. Sto emettendo un'ordinanza restrittiva. Chiaro?
S signore.
Forse  la morfina che rende tutto un po' confuso, ma il fatto
che abbia menzionato il nome da nubile di questa donna mi
suona un po' strano. Tuttavia, risalire al perch non mi  possibile.
Non riesco nemmeno a formulare un pensiero compiuto.
Decimal?
S, ci sono ancora.
Okay. La missione quindi rimane la stessa. L'obiettivo 
Shapsko.  lui che vogliamo. Subito. Non appena sarai tornato
operativo. Conto su di te. Non c' nessun altro idoneo per
questa cosa.
Ho capito. Un altro pensiero. Signore, non vorrei che si
offendesse, ma ho come l'impressione che possa aver sentito
il bisogno di farmi pedinare.
Eh? Primo: mi offendo eccome. E, secondo: cosa ti ha
portato a questa conclusione del cazzo?
Mi ha trovato in meno di un secondo. Sa, gi nel Queens.
Il procuratore tira su col naso. Cazzo, Decimal. Non ti
puoi permettere di sollevare dubbi sui tuoi superiori. I tuoi
fottuti angeli custodi. Non me ne star certo qui a farmi insultare
da una nullit come te. Chiaro?
Cristallino.
Questa  una linea sicura?
Lanci un'occhiata al dottore o all'infermiere o a qualunque
cosa sia, comunque un tipo asiatico, dalla cui radiotrasmittente
sto parlando.
Il tizio sembra stia studiando un grafico come se fosse la
cosa pi affascinante su cui abbia mai posato gli occhi. Per
tutto questo tempo ho tenuto il dispositivo a trenta centimetri
di distanza dalla testa, perci di certo avr sentito tutto.
Ovvio rispondo al procuratore distrettuale. Il dottore
sposta lo sguardo nella mia direzione e io gli strizzo l'occhio.
Bene. Bene. Fa' del tuo meglio, non importa come, e tieni
quel basso profilo basso.
Roger.
Roger chi?
Ho sempre desiderato dirlo, parlando in un walkietalkie.
Decimal: muovi il culo, guarisci e porta a termine la missione
senza altre complicazioni. Poi tornatene tra i tuoi libri
del cazzo.
Il procuratore interrompe la comunicazione. Restituisco
l'apparecchio al dottore.
Era il mio capo.
Il dottore, come ho detto un ragazzo asiatico, coreano o gi
di l, tira fuori il labbro inferiore. La cosa non mi riguarda.
Mi sento sempre pi assonnato, tutto sembra rallentare.
Dottore, ce la far? Me lo dica chiaro e tondo. Mi esce un
tono di voce da malato terminale con il cancro alla gola, non
so perch. Humour macabro.
Il tipo mi guarda di traverso, come se fossi un idiota. Pensavo
che l'avrebbe apprezzato, oh be'.
Ha subito un intervento di protesi al ginocchio. Non ha
nulla. Ma direi che almeno sei mesi di fisioterapia...
Nah, sto bene.
Il dottore mi rivolge un'espressione seccata, qualcosa della
famiglia dei sorrisi forzati. Non  opzionale. Vuole tornare
a camminare in posizione eretta?
Scrollo le spalle. Importante rettifica: la morfina  piacevole.
Mi parli del mio nuovo ginocchio, dottore.
Tecnologia all'avanguardia. Ceramica e titanio.
Questa  davvero bella. Mi faccio una risata.
Cosa ci trova di divertente? Il dottore sta sbattendo le
palpebre rapidamente. Sembra infastidito.
Titanio... Il mio capo, lui ha questa penna...  una dannata
penna, comunque, capisce, insomma... non fa che sbandierarla...
Arrivato a questo punto non mi sembra pi tanto divertente.
Dovrebbe prendere la cosa molto seriamente dice il dottore.
Lei lo sa che le  stata data la priorit, che  passato
davanti a tutti. Siamo terribilmente a corto di personale e, per
come stanno le cose, abbiamo pi casi di quanti ne possiamo
gestire.
Suscettibile.
E inoltre, non mi piace iniziare una procedura su qualcuno
senza avere una documentazione completa.  pericoloso.
Mi rendo conto che in tutta questa storia c' una dimensione
politica, ma francamente mi sono stancato di questa segretezza.
Genera un margine di errore spiacevolmente largo e
inoltre non  giusto nei confronti degli altri pazienti, che potrebbero
essere costretti ad aspettare mentre esemplari come
lei vengono curati. La prego di farlo presente al suo datore di
lavoro, se crede.
Pungente.
E se  lo stesso Daniel Rosenblatt che in passato ha mosso
cos tante cause legali contro questa struttura, la prego anche
di fargli sapere che  responsabile del licenziamento di
almeno due bravi specialisti, che conoscevo personalmente.
Quell'uomo aveva l'abitudine di piazzarsi all'ingresso per distribuire
il suo biglietto da visita. Incredibile.
Sono forse il guardiano di mio fratello? Caspita, dottore
replico. Be', su queste cose non saprei cosa dire, ma lasci
almeno che la ringrazi.
Il dottore mugugna qualcosa. Che tipo scontroso.
Gli dico: Inoltre, non vorrei abusare della sua pazienza,
ma se avesse un momento libero, avrei bisogno di un paio di
aspirine. Per il mio disturbo postraumatico da stress. Forse
potremmo anche abbracciarci. Potrebbe offrirmi una spalla
su cui piangere.
Quello alza gli occhi al cielo e si dilegua. Buona fortuna, dottore.
 a posto, quel tipo, nonostante gli girino un po' troppo i
coglioni. Apprezzo tutto quello che ha fatto per me, davvero.
Non ho capito al cento percento di cosa si tratti, ma, se devo
credere alle parole del procuratore distrettuale,  stato piuttosto
caro.
Mi trovo in una stanza singola. Di lusso, tipo. Me ne sto disteso,
tranquillo, ad ascoltare delle conversazioni a bassa voce
fuori dalla porta. Qualcuno pi distante sta gridando a squarciagola.
Sono in un ospedale militare.
Ospedale militare equivale a dire paura e morte, nessun
controllo, diverse incognite, ma certamente niente di buono.
I dettagli sono sfocati, ma la paura c'.
Virus e spore creati in laboratorio, armi biologiche per la diffusione
aerea. Sonde, amico.
Devo pisciare. Il pensiero di una sonda mi fa questo effetto.
Sfilo con attenzione l'ago per la terapia EV dalla vena della
mano. Mi tiro su a fatica, rischiando di crollare sul pavimento.
 come avere una gamba sola. Inizio a saltellare dolorosamente.
Individuo i miei effetti personali e i miei vestiti. Mi assicuro
che la chiave sia ancora nei pantaloni, okay. C' anche il
tesserino di riconoscimento e, sorprendentemente, la pistola
(avreste dovuto vedermi gi nel Queens prima di svenire, inzuppato
di sangue, con il ginocchio destro in frantumi, probabilmente
sotto shock, slogarmi il braccio per recuperare
l'arma da sotto a quel dannato "sistema audio tv"), il tutto in
un sacchetto di plastica trasparente, appeso a un attaccapanni
in un angolino della stanza.
Una scatola di guanti da chirurgo. E cos', Natale?
Noto un erogatore di Purell sulla parete; come si fa a non
amare una cosa del genere? Ne voglio uno per la biblioteca.
Ora utilizzer l'erogatore e mi pulir a fondo. Dopodich
sar pronto per filarmela.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Il mio primo errore  stato rubare una sedia a rotelle invece
di una stampella o qualcosa del genere, dando a vedere a
tutti la mia vulnerabilit.
Per non parlare di quella mostruosa salita dalle parti della
Novantaseiesima Strada. Sembro un concorrente dei giochi
olimpici speciali, con un forte accento sull'aggettivo "speciali".
Il mio secondo errore, legato al primo ma ben pi grave,
 stato pensare di poter seguire la Quinta Strada fino alla biblioteca.
La Quinta Strada, ovviamente, costeggia il parco. Gli accessi
al parco sono limitati dal nastro giallo della polizia. Le
strade che lo attraversano sono bloccate da mucchi di pietre,
tronchi e spazzatura.
Chiss quale tipo di oscurit si nasconde all'interno.
Ed eccomi qui, che grugnisco per la fatica, con indosso
una mascherina da chirurgo e un cappello, seduto su una
dannata sedia a rotelle, mezzo fatto di morfina, praticamente
annunciando di essere "un bersaglio facile" a qualsiasi cosa
possa emergere da quel recesso misterioso che  ormai il
parco.
Sul grembo,  inutile dirlo, porto la pistola. Sto cercando di
ricordarmi quanti proiettili potrebbero essere rimasti nel caricatore.
Non riesco a risalire a questa informazione. Non mi pare
di aver sparato a qualcuno di recente, ma negli ultimi tempi
la mia memoria non sta funzionando al massimo del suo potenziale.
Ve l'avevo gi detto?
 tutto tranquillo. Troppo tranquillo. Sono sul lato destro
della Quinta Strada, il pi lontano possibile dal parco. Sul fatto
che mi stiano osservando non c' alcun dubbio.
Anche di notte qui, nell'aria, ci sono pi esalazioni della plastica
che ossigeno. Questa puzza, sempre questa puzza. Il Tanfo.
Ho bisogno di fermarmi per prendere una pillola. Sono
nella tasca della giacca, ma non voglio smettere di andare avanti.
Grazie al cielo mi sono infilato un paio di quei guanti
prima di uscire dall'ospedale. Il solo pensiero di toccare queste
ruote con le mani nude mi d la nausea.
Sono sulla Settantatreesima, con le braccia che mi tremano.
Mi mordo la lingua per lo sforzo di trascinare la mia carcassa
sul lieve pendio della Quinta Strada.
Poi sento un rumore sordo e sul mio cammino appare un
mattone.
Sto ancora cercando di elaborare l'accaduto quando, sbam,
qualcosa colpisce la ruota destra della carrozzina, mancando
la mia mano di pochi centimetri. Qualcos'altro mi passa vicino
alla testa, sibilando. A questo punto un'idea generale della
situazione me la sono fatta.
Alla mia sinistra c' un arbusto cresciuto disordinatamente
vicino all'ingresso di quello che una volta doveva essere un
condominio elegante. Ne valuto le dimensioni. Un oggetto,
fortunatamente non molto grande, mi colpisce all'avambraccio,
provocandomi un dolore acuto.  arrivato il momento di
spostarsi.
Rovescio la sedia a rotelle su un fianco, nel tentativo di gettarmi
tra i cespugli. Atterro dietro agli arbusti, spezzando i rami
pi piccoli con il peso del mio corpo.
Un diluvio di proiettili: frammenti di mattoni, scisti e pezzi
di piastrelle. Cerco di ripararmi la testa e di tenermi appiattito a
terra. Al momento dell'impatto del ginocchio menomato con il
suolo, quasi svengo e mi scappa un urlo. O almeno credo, non
posso esserne sicuro. Sento del calore nel cavallo dei pantaloni
e realizzo con sgomento di essermi pisciato sotto. Appena un
po'.
Con sibili e schianti, oggetti di vario genere colpiscono il
muro alle mie spalle, rimbalzando contro i condizionatori e
bucando le finestre, una delle quali non resiste all'impatto e
cade in frantumi. In pochi istanti sono coperto e circondato da
schegge di vetro.
Ho gi impugnato la pistola. Spero sia ancora carica, anche
se  cos difficile stare dietro a queste cose.
La pioggia di macerie sta scemando e io ne approfitto per
assicurarmi di avere ancora la chiave con me e per tirare fuori
dalla tasca la boccetta delle pillole, facendo attenzione a non
tagliarmi con un pezzo di vetro. Grazie al cielo la boccetta non
 caduta, cos, con una manovra da esperto, tolgo il tappo servendomi
di una mano sola, piego la testa all'indietro e mi faccio
scivolare due pillole in gola.
Alla fine, quella gragnuola di porcherie si interrompe del
tutto. Alzo il cane della Beretta. Delle voci.
 portoghese. Ne sono sicuro, nonostante lo parli a malapena.
Sono almeno in quattro. Dev'essere un dialetto brasiliano,
che di certo non posso capire. Sembra che stiano discutendo,
probabilmente su chi debba uscire allo scoperto per
dare un'occhiata. Fanno bene ad avere paura.
O forse  come quella cosa dei cinesi, che sembrano sempre
strapazzarsi l'un l'altro.
Io, da parte mia, non sono preoccupato. Non pi di tanto,
almeno.
Gli uomini smettono di parlare o comunque abbassano la
voce al punto da non essere pi udibili. Cerco di capire se sia in
grado di alzarmi. Faccio partire una lista di controllo delle mie
funzioni motorie, che risultano essere circa al cinquanta percento.
Vale a dire che non posso fare affidamento sulla parte
inferiore del corpo. Non molto incoraggiante. Al dieci sfrutter
al massimo le braccia e, se possibile, mi tirer su, dando tutto
quello che ho.
Per ora non si sente nulla. Conto fino a dieci.
Con una sola, grossa spinta esco fuori dal cespuglio, cercando
di spostare il peso sul ginocchio buono...
Un uomo basso e tarchiato si blocca in mezzo alla strada.
L'unica cosa che noto sono dei baffi sottili. Senza pensarci
due volte, gli sparo un colpo. Lui si piega su s stesso e cade
di faccia sull'asfalto, come al rallentatore.
Deve aver estratto la pagliuzza pi corta.
Non ricordo di aver sentito lo sparo, il che  strano, ma ora
per la strada  tutto un gridare. A quanto pare ho fatto una
certa impressione.
Sento distintamente la parola "arma"... e il suono di un gruppo
di persone che si muovono rumorosamente tra gli arbusti.
Pu darsi che stiano scappando, ritirandosi nelle regioni selvagge
e oscure di Central Park.
Aspetto che tutto torni tranquillo. Recupero il cappello e,
con estrema attenzione, raggiungo la posizione eretta... Suppongo
che la minima pressione sul ginocchio operato potrebbe
farmi perdere i sensi e in questo momento proprio non
posso permettermelo.
Il mio cercapersone  andato distrutto... Ops. Adesso il procuratore
non pu contattarmi in alcun modo. Que sera.
Il tipo  accasciato a terra, come implorante. Vedo la parte
alta della schiena che si alza e si abbassa, perci non  morto,
non ancora. Sulla t-shirt blu navy c' la scritta jeter, accompagnata
dal numero due. Roba promozionale degli Yankees.
Io sono un fan dei Mets. O almeno lo ero. Andate a farvi
fottere: provateci voi a crescere come un tifoso meticcio dei
Mets nel South Bronx.
Non trovo armi, a parte un grosso coltello da pane che doveva
tenere in mano e che ora  a circa tre metri da lui. Vedo
chiaramente il foro di uscita sulla schiena, verso il basso. Il
sangue sta tingendo rapidamente di nero la t-shirt.
Un fottuto coltello da pane... Piuttosto deprimente. Anche
per uno sbandato abituato a rovistare nei cassonetti.
Posso camminare? A malapena. Saltello nella sua direzione,
trascinando la gamba inservibile.
La sedia a rotelle si  sfasciata. Dannazione. Non era una
soluzione perfetta, ma ora?
Avvicinandomi a quella figura distesa, mi prende una fitta
allo stomaco. Non saprei dire di cosa si tratti, ma sento che
qualcosa non va. Faccio prima a sedermi per terra e a strisciare
sul culo fino a lui; mentre metto in pratica il piano, una sensazione
di terrore cresce sempre pi dentro di me.
Arrivo al suo fianco. Il suo respiro  agitato e irregolare.
Devo sapere, perci rigiro il corpo. Non  basso, non lo  affatto.
Pi che altro  un ragazzo. Avr diciassette anni, a dire
tanto. Probabilmente di meno.  messo piuttosto male, ma
dal volto si capisce che deve essere affetto dalla sindrome di
Down.
Mi guarda sbattendo le palpebre, con il sangue che gli esce
dalla bocca e, gorgogliando, dal naso. Il colpo gli ha attraversato
l'intestino, proprio nella parte bassa dell'addome. Nonostante
non abbia alcuna speranza, poggio la mia pistola, gli
sposto la testa di lato in modo tale da non farlo soffocare nel
proprio sangue e applico una pressione diretta sulla ferita.
 solo un ragazzo. Un ragazzo handicappato.
Provo a parlargli. Gli dico: Mi dispiace. Mi dispiace davvero.
Non sapevo chi... Un ospedale, posso portarti in un ospedale.
Nessun problema. Ragazzo, guardami...
Ma il tipo  da qualche altra parte, lo sguardo fisso verso un
punto distante. Perde molto sangue dal naso. Oh Ges, penso...
penso che stia cercando di sorridermi.
Devi credermi, non ti avrei mai fatto del male se avessi saputo...
S, mi sta proprio sorridendo.  pi di quanto io possa
sopportare... Sto premendo forte sulla ferita, ma l'emorragia
non si ferma. Ormai si  formata una piccola pozza di sangue,
che continua a scorrere copiosamente dal foro di uscita
sulla schiena.
A questo punto inizio a balbettare, senza alcuna ragione
per credere che capisca qualcosa delle mie parole. Ehi, ragazzo,
ti piace il baseball? Parli inglese? Fa' un cenno con la
testa se mi senti. Non te ne andare. Okay?
La sua espressione non cambia, ma la mascella si rilassa leggermente.
Lo sento venir meno. Aumento la pressione sull'addome.
No, ascolta. Troveremo qualcuno che possa aiutarti. Ascolta.
Ti racconto una storia. Quando ero un ragazzo, pi
giovane di te, mio padre mi port al vecchio Yankee Stadium.
Non quel merdoso stadio nuovo che  stato colpito durante
gli attentati. Quello vecchio che era stato abbattuto in precedenza.
Ascolta. Mi fa sedere e mi d un paio di dollari per i
popcorn e i dolcetti. Mi stai sentendo?
Lo scuoto e il tipo ruota gli occhi fino a incontrare il mio
sguardo per un momento. Poi si perde di nuovo.
Ascolta. Sto parlando di quando tra i lanciatori c'era ancora
Rick Cerone. Era piuttosto in gamba, non si parla abbastanza
di Rick. Stanno giocando contro i Red Sox, una partita importante.
Forse erano le Series, non ricordo. Insomma, sto guardando
la partita... Ascoltami.
Gli do uno schiaffo sulla guancia. La testa gli ciondola di
nuovo all'indietro. Il movimento del torace sta diventando
sempre pi impercettibile.
Sto guardando la partita.  una bella partita, sai. A un
tratto mi accorgo che  un po' che non vedo mio padre. Inizio
a chiedermi, ehi, dove sar finito? Ascolta.
Lo colpisco di nuovo sul viso, ma questa volta non ottengo
alcuna reazione. Continuo a parlare.
Cos do un'occhiata nel bagno degli uomini e controllo
tutte le code davanti ai chioschi. Non lo trovo da nessuna
parte. Mi senti?
Il sangue ha inzuppato la gamba sinistra dei miei pantaloni.
Continuo a parlare.
Insomma, prima che possa rendermene conto, la partita
 finita. Se ne stanno andando tutti. L'aria puzza di birra,
senape e sudore, me lo ricordo perfettamente. C' cos tanta
gente, un mare di persone che ridono, si spingono e urlano,
e io comincio a spaventarmi, no? Chiamo mio padre ad alta
voce. Cammino in lungo e largo per lo stadio continuando a
gridare il suo nome.
Lo so che il ragazzo  gi morto, ma continuo a parlare.
Cos, alla fine, cos'altro posso fare se non andarmene? Decido
di tornare indietro a piedi. La strada  piuttosto lunga,
ma la conosco bene e me ne vado a casa. Da mia mamma, per
essere precisi. Quando arrivo ormai  buio e mia madre, su
tutte le furie, mi chiede per quale motivo sia scappato via da
pap. Perch era una domenica e mi teneva lui nei fine settimana.
Mi dice che dovrei portare pi rispetto per mio padre,
mentre io cerco di spiegarle, mamma, mamma...
Il ragazzo  proprio morto. Smetto di fare pressione sul suo
intestino e mi tiro su.
Sono in piedi, un po' traballante, ma in posizione eretta.
Inizio a saltellare verso sud.
Sento il bisogno di continuare a narrare la storia fino alla
fine. Sto apprendendo delle cose. Questi ricordi sembravano
spariti dalla mia memoria, eppure li sto descrivendo. Perci
continuo a parlare tra me e me, come in un processo di scrittura
automatica.
Mi sto osservando, ascoltando, mentre racconto. "Mamma.
Non  stata colpa mia." Lei non mi sente nemmeno. Mi
dice che devo tornare a casa sua, perch  l che dormo di domenica.
Ha degli ospiti in arrivo ed  la sua notte. Lo so che con lei
non si pu discutere, perci me ne vado. Raggiungo il caseggiato
popolare dove abita mio padre. Suono e risuono il citofono,
ma non risponde nessuno. Allora vado a dormire all'interno
di Claremont Park, su una panchina. Durante la partita
ci avevano dato degli schifosi teli da spiaggia con il logo degli
Yankees, cos decido di usarli come cuscino. Alla fine viene
fuori che mio padre se n'era andato al bar e si era dimenticato
di me. Quindi...
Inciampo in una radice che sporge sul marciapiede. Il dolore
 davvero forte, ma continuo a camminare, la chiave in
pugno.
Va da s che da quel momento in poi ho sempre tifato per
i Mets.
I ricordi si interrompono. Questo  tutto? Aspetto un momento
nel caso vi sia un seguito. Niente, c'est fini. Be', ma tu
guarda che storia pesante, da pistola alla bocca. Speravo in
un finale meno opprimente.
Vedete, non mi fido molto di queste storielle; potrebbero
essere tutte stronzate, falsi ricordi. Tendono troppo verso il
lacrimevole. Eccessivamente scontate, in qualche modo.
Perci mi viene da pensare: Saranno stronzate. Ma, ehi, i
dettagli. Queste bugie cos elaborate che mi racconto. Quale
cazzo sarebbe lo scopo?
Comunque. Raggiungo il limite estremo del parco. Alla
mia sinistra c' quello che rimane del Plaza. A destra l'ex Apple
Store, che da un punto di vista strutturale sembra stare in
piedi, nonostante la carica che  stata fatta esplodere al piano
inferiore.
In questo momento sto zoppicando davanti al Bergdorf
Goodman. Le vetrine sono piene di cazzate invernali, tute da
sci di Prada color crema, mantelline di lana e cose del genere.
Vendevano questa roba a met febbraio? Non mi meraviglia
che sia ancora tutto intatto. Chi mai vorrebbe fregarsi dei capi
simili con l'ondata di caldo che stiamo attraversando?
Perfino il mio stesso sudore mi sembra ripugnante. Mi
fermo per togliermi i guanti e spruzzare il Purell, che, sia
lode a Yahweh, si trova ancora nella mia tasca.
Dopodich me ne infilo un altro paio. Adoro la sensazione
farinosa di questi guanti appena messi. Ti sussurra "pulizia",
se ascolti con attenzione. Io lo faccio sempre.
Supero una squadra notturna impegnata in non so quale
stronzata, un tombino aperto, del nastro giallo, dei riflettori
e un tendone rosso con una cerniera lampo. Delle persone
si aggirano per la zona a passi lenti, con indosso delle tute
spaziali che fanno accapponare la pelle. Non quelle bianche,
quelle arancioni con il simbolo di rischio biologico sulla
schiena.
Avanzo con un po' di difficolt, rimettendomi la mascherina
sul volto.
E mentre passo davanti a St Thomas, mi viene in mente che
il quattordici febbraio hanno risparmiato le chiese. Le chiese
non sono state colpite. Che io sappia, solo la moschea di fronte
alla Freedom Tower ha subito dei danni, molto probabilmente
perch cos vicina a un obiettivo sensibile.
Ormai cammino meglio, calibrando il passo in modo tale
da prediligere la gamba ancora sana. Facendo piccoli aggiustamenti.
Mi concentro sul Sistema, che ha una soluzione per tutto.
Sei mesi di fisioterapia una sega.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
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...
Nei pressi del Rockefeller Center vengo attraversato da una sensazione fastidiosa.
Sto camminando sul lato destro della Quinta Strada, quando
improvvisamente mi riparo nell'ultima entrata di Saks &
Company, esploso in uno degli attentati. Sento accelerare leggermente
la frequenza cardiaca, anche per via dello sforzo fisico.
Lancio uno sguardo sulla strada, con aria disinvolta.
Infatti. Una Lincoln Navigator nera se ne sta ferma a un isolato
di distanza, tra la Quarantanovesima e la Cinquantesima,
di fronte a St Patrick. Le luci di posizione blu accese. Vorrebbero
farmi credere che non mi stavano pedinando.
Mi dico che sono solo stronzate da paranoico. Ma raramente
credo alle mie parole. Considero le alternative possibili.
decido di non muovermi e di temporeggiare per un po'. Tra
l'altro, una pausa non mi far certo male. La gamba brucia da
impazzire. Avrei voglia di una sigaretta, ma non ne ho. Continuo a dimenticarmi...
La pistola  ancora nella fondina, ma mi sento molto
meglio sapendo di averla con me. Vorrei disinfettarmi le mani,
ma ho i guanti e preferisco tenerli indosso nel caso debba darmela
a gambe. Non che sia in grado di fare pi di un chilometro
prima che il mio ginocchio artificiale si spezzi come una vecchia ciambellina croccante.
Do un'altra occhiata. La Navigator  ancora l che aspetta.
I vetri sono oscurati, perci non riesco a vedere all'interno.
Una cosa  certa. Le Lincoln Navi sono auto riservate esclusivamente
ai VIP. Riconvertire un motore simile per farlo andare
a elettricit avrebbe un costo proibitivo per un cittadino
qualunque.  roba da celebrit, uno status symbol. Da questo
punto di vista le cose non sono molto cambiate dall'immagine
da cultura hip hop, tutta lusso e gioielli, che certa gente dava di
s nel mondo pre quattordici febbraio.
Ad alcuni tipi che conoscevo da ragazzo piaceva atteggiarsi
a magnaccia, perci nelle occasioni speciali noleggiavano
una Navi, una Lexus o una Escalade e usavano con il
necessario assortimento di chicas, anch'esse a volte prese a noleggio.
Se la spassavano scorrazzando per la citt, con i bassi che
facevano tremare i finestrini delle altre automobili. Giravano
un video, lo caricavano su YouTube, si fumavano una canna e
cazzeggiavano tra di loro. Facevano la bella vita senza curarsi del domani.
Al mattino tornavano al loro schifo di lavoro da Best Buy o da Applebee's.
I fratelli mi prendevano per il culo perch preferivo quella
roba "intellettualoide" che veniva da Brooklyn o dal Queens.
Tribe Called Quest, Mos. Merdate da frocetti presuntuosi. A
dispetto del fatto che me ne andassi in giro con tutti quei teschi
addosso, cosa che, a essere onesti, non mi si confaceva affatto.
A parte per la violenza. In quello sono sempre stato bravo.
Immaginate il ridicolo se mi avessero beccato ad ascoltare
Stravinskij, Mahler, Ornette Coleman, King Tubby, Fela.
Pezzi eccezionali presi dalla collezione di dischi di mio padre.
Riesco ancora a sentire l'odore del vinile e di quel poco
di muffa che ricopriva le copertine.
Ritorno alla realt. Alla Lincoln. Penso: Il solo altro ceto sociale
che gira ancora su carri armati del genere  quello dei
funzionari pubblici. Questa idea apre tutta una nuova serie di
congetture sballate.
Non posso continuare a starmene qui come una femminuccia.
Faccio leva sulla porta di ottone e mi dirigo verso sud
come un gentiluomo che sta facendo una passeggiata. Senza
fretta.
Non ho bisogno di voltarmi indietro per sentire la Navi
che si avvicina. La mano con cui impugno la pistola si contrae,
in stile cowboy. Pronta a ogni evenienza.
Il veicolo mi raggiunge e inizia a seguire il mio passo. Irritante...
Con il mio zoppicare non andr neanche a due chilometri
all'ora.
Continuo a camminare, gli occhi fissi davanti a me. Faccio
come se la Lincoln non ci fosse. La mia mano si contrae di
nuovo. Allarme Amber.
Non posso fare a meno di lanciare un altro sguardo sulla
strada. I vetri oscurati non lasciano intravedere nulla.
Io, da parte mia, sono pronto a battermi, a puntare i piedi,
a sparare, qualsiasi cosa.
A un tratto l'autista accelera e si allontana con fare indifferente.
Immagino che abbiano perso interesse o abbiano deciso
di rinunciare.
Anche il lunotto della macchina  oscurato. Ma guarda: la
targa... rossa, bianca e blu. Una targa diplomatica.
Osservo il SUV che svolta a destra sulla Quarantasettesima
Est.
Mi rendo conto solo ora che stavo trattenendo il respiro.
Forse  la paranoia che continua a salvarmi il culo.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Sto osservando i due uomini dai muscoli scolpiti seduti a
cavalcioni su uno dei leoni di marmo che, come fossero fermalibri,
chiudono la serie di gradini che portano alla biblioteca.
Li sto guardando da circa sei minuti, nascosto nella rientranza
che d accesso all'ex tabaccheria Nat Sherman (trasformatasi
poi in un negozio di una qualche inutile catena di abbigliamento).
All'angolo tra la Quarantaduesima e la Quinta Strada.
Sono esausto e vorrei solo stendermi. Quanto tempo della
mia vita, in giorni e ore, ho sprecato a scrutare altre persone
da una posizione privilegiata?
Quei tipi nerboruti sembrano conversare tranquillamente,
dividendosi una sigaretta uno di fronte all'altro, lass sul leone.
Ho come la sensazione di guardare l'inizio di un porno
high-concept per gay, quella parte che si manda avanti per arrivare
direttamente all'azione.
Fanculo, decido di avanzare verso di loro. Non c' modo di
nascondere il fatto che sto camminando con una gamba ferita.
Sono pronto a impugnare la pistola.
Ora: se fossi uscito con un caricatore pieno, dovrei avere
ancora quattordici colpi. Il ricordo del ragazzino con la sindrome
di Down e del suo sorriso ingenuo mi torna in mente
all'improvviso, ma decido di respingerlo e di metterci una
pietra sopra.
I ragazzi mi stanno guardando, mentre zoppico in modo
piuttosto eccentrico nella loro direzione. So bene di trasmettere
un'immagine spaventosa, da Halloween: un fantasma
nero e insanguinato con indosso met completo.
I tipi smontano dal leone, non molto aggraziati nei movimenti.
Il mio radar per picchiatori si  attivato. La citt ne  piena
e io capisco che questi sono slavi da una ventina di metri.
Spero di non sembrarvi razzista,  che si riconoscono. Ditemi
voi se mi sbaglio.
Sono i nuovi cump, la nuova mafia. Hanno preso il posto
degli italiani. E si vestono di conseguenza.
I ragazzi assumono una posizione da buttafuori, cosa che
deve riuscire naturale a chi  dotato di una corporatura simile.
Gambe appena divaricate, braccia conserte.
Buonasera! grida uno di loro. Gi, un accento dell'Europa
dell'Est.
Salgo le scale zoppicando e mi fermo a meno di tre metri
dai gorilla. Li esamino per bene. Uno indossa una t-shirt
di un nero lucente con un gigantesco logo di Armarti, l'altro
una di quelle patetiche Ed Hardy che vanno tanto tra questi
personaggi, una maglietta bianco sporco con delle cuciture
incrociate sui fianchi. Lungo le braccia ha un paio di tatuaggi
stile Yakuza che rappresentano uno stagno di carpe koi, pesci
colorati e stronzate del genere. Entrambi portano pantaloni di
lino e sandali.
Mi danno i brividi...
Signori li saluto, sperando che non colgano le virgolette.
Un bel posticino dove tornare a casa dice il tipo in grado
di parlare, quello con la t-shirt di Armani. Un po' troppo amichevole,
direi. Si volta in direzione della biblioteca. A vivere
in un edificio del genere ci si deve sentire un re. Com' che lo
chiamano?
 una biblioteca.
Armani storce le labbra e annuisce, ammirando la facciata
Beaux-Arts, che ha ancora un aspetto abbastanza pulito.
Molto bene. Se decidessero di trasformarlo in un condominio
comprer un appartamento. Nel caso posso rivolgermi
a lei, eh? Mi sorride.
Non ci farei troppo affidamento. E comunque il posto non
 mio. Io sono solo il custode.
Armani continua a fare di s con la testa. "Custode"  una
parola da grandi, perci non sono sicuro che mi abbia capito,
ma in ogni modo annuisce. Parlo con il signor Decimal?
In persona.
Per caso  ferito? Vuole sedersi? Lancia uno sguardo alla
gamba, alle bende, ai miei calzoni sudici bagnati di piscio,
in parte strappati all'altezza della coscia. Lo vedo notare la
pistola, senza battere ciglio.
Sto bene qui gli rispondo. Le sue maniere sono impeccabili
e lo apprezzo davvero. Ora, cosa posso fare per voi,
cowboy?
Sento gli occhi di Ed Hardy che mi squadrano, lentamente.
Ha quello sguardo vuoto che contraddistingue i gorilla in ogni
parte del mondo. Poi arriva alla pistola e si mette a fissarla.
Ha un tatuaggio da galeotto sul collo, uno di quegli sgorbi
che portano gli affiliati a una gang il fante di spade.
Scambiare due chiacchiere, niente di pi. Dentro si sta pi
comodi? Armani fa un mezzo inchino, come per chiedermi
di fargli strada.
 un edificio pubblico. Pu darsi che voi gentiluomini vi
sentiate pi a vostro agio all'interno, ma io sto bene dove sono.
Che ne dite se parliamo qui? A dire il vero non vedo l'ora
di sedermi, ma prima voglio che questi teppisti se ne vadano.
Incrocio le braccia con aria disinvolta, la Beretta in mano.
Okay. Nessun problema. Le pistole non saranno necessarie
dice Armani.
Cosa posso fare per voi? ripeto. Sono troppo stanco,
davvero. La cosa deve finire al pi presto.
La facciata ossequiosa di Armani si sgretola un po'. Il nostro
capo vorrebbe scambiare due parole con lei.
E chi sarebbe il vostro capo?
Il signor Yakiv Shapsko.
Ah. E vuole parlare di...
Armani alza le spalle e poi le lascia cadere. Affari. Che
altro?
Annuisco. Okay, mi sta bene. Domani mattina per me andrebbe
meglio.
Gli uomini si scambiano un'occhiata.
Il signor Shapsko preferirebbe... incontrarla subito. La
portiamo noi da lui, adesso. Okay?
Li osservo entrambi. Sul serio, non voglio passare per snob.
Senza dubbio incarichi di questo tipo capitano anche a me, ma
c' una sottospecie di esseri umani che  proprio perfetta per
lo scopo e questi tipi rientrano nella categoria.
A giudicare dalle mie esperienze passate, a occhio e croce
direi di non avere molta voce in capitolo. Non sono in grado
di discutere oltre, perci dico: Ascoltate, ragazzi. Almeno
fatemi cambiare i pantaloni. Come potete vedere, non sono
presentabile e non voglio arrecare disturbo alla vostra raffinata
sensibilit estetica o a quella del vostro capo. Se fosse possibile.
I due si scambiano un'altra occhiata. L'atmosfera  un filo
tesa. Armani si sgranchisce la mascella. Stepan viene con lei.
Ragazzi, non c' alcun pericolo di fuga. Non ho paura n
di voi n del vostro capo. Verr ovunque vogliate, non ho
nient'altro di meglio da fare.
Armani, che mi assalirebbe molto volentieri, sta cercando
di mantenere i nervi saldi. Stepan viene con lei ripete da
bravo gorilla.
Scrollo le spalle, infilo la pistola nella cintura e mi avvio per
le scale. Non  facile. Bene, Stepan, la prego di seguirmi allora.
Armani si rivolge a Stepan in ucraino: Aiuta il negro a
camminare, cos farete pi in fretta.
S, Stepan, ripeto nella loro lingua aiuta il negro a camminare.
La cosa li coglie un po' di sorpresa.
In ogni modo, non sembrano particolarmente impressionati
dalle mie competenze linguistiche.
Stepan mi offre l'avambraccio, le carpe koi deformate dalla
sua ridicola muscolatura. Un uomo appena pi debole avrebbe
avuto i conati di vomito per la sua acqua di colonia, ma io
riesco a resistere e mi appoggio al suo braccio come Rossella
O'Hara.
Davvero gentile da parte sua continuo in ucraino. Ehi,
apprezzo lo stile di Hardy. Ha il suo perch. Stepan non si
volta nemmeno, cos continuo a parlare. Amico, in generale
devo dire che mi piace come vi allenate. Parlo di questi grossi
bicipiti. Immagino che abbiate una home gym splendidamente
attrezzata, considerato che la David Barton  fallita.
Questi tipi devono avere ricevuto degli ordini precisi e/o
devono avere una gran paura del capo. Perch il loro intenso
desiderio di ridurmi in carpaccio a suon di botte permea l'aria
pi della colonia del mio amico Stepan.
Che non  dire poco.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
La superinfluenza  scesa dal cielo come una fottuta punizione
divina, in stile Antico Testamento.
HI NI? Quel figliastro  stato l'equivalente virale di Istar.
Pi una grande pernacchia che una bomba, una battuta finale
non riuscita, tutto fumo e niente arrosto.
Ci ha fatto abbassare la guardia.
Ma Madre Natura ha imparato dai suoi errori, ha applicato
dei correttivi ed  ritornata fragorosamente con un modello
migliorato. Gli esperti dicevano che osservando il supervirus
al microscopio si poteva vedere il bastardo mutare, proprio l
davanti ai propri occhi.
Era perfetto, da tutti i punti di vista. Inoltre, come i fiocchi
di neve, ogni singolo virus era unico, con la propria conformazione
e la propria simmetria. E cambiava continuamente.
Solo nel Nord America si pensa che circa due milioni di persone
abbiano perso la vita per questa pandemia. Nonostante
tutti i progressi della medicina moderna, vaccini, eccetera. 
stato anche peggio dell'influenza spagnola del 1918, considerata
l'attuale popolazione mondiale. Non sto scherzando.
Io, ovvio, avevo un'arma segreta. Una che non  mai entrata
in regime di produzione. Cos, mentre il mucchio dei
cadaveri continuava a crescere, io ho dovuto combattere solo
con un leggero raffreddore.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
Al momento mi sto trascinando lungo la Nona Strada.
Cos tanto a ovest? Si pu sentire l'odore dell'Hudson,
perfino attraverso il Tanfo. Il livello dell'acqua contaminata 
alto, circa un metro sotto il ciglio della strada. E sta salendo.
 solo una questione di tempo.
Una volta arrivati, scopro che il Maritime Hotel, tra la Nona
e la Sedicesima Strada, non  pi quello che era una volta,
vale a dire che a quanto pare non  pi un albergo. Sembra
pi un centro ricreativo.
Ci metto un po' a identificare con precisione il primo indicatore
di questo cambiamento. Quando l'edificio in questione
appare alla vista, mi trovo rannicchiato sull'angusto sedile
posteriore di una Ford Volt, uno degli ultimi modelli, e ho la
sensazione che ci sia qualcosa di insolito.
Non appena attraversiamo quella che una volta era la pista
ciclabile e ci fermiamo sul marciapiede, realizzo di cosa si tratta:
le luci sono tutte accese. Devono avere un gran bel generatore,
roba industriale.
Un tipo con indosso una ricercata giacca maoista bordeaux
apre lo sportello ad Armani (il suo nome vero non l'ho
mai capito), che si volta e abbassa il sedile.
Signor Decimal. Andiamo.
Cerco di inerpicarmi fuori dalla macchina, ma evidentemente
il mio ginocchio mi impedisce di essere abbastanza
rapido, perch Armani mi afferra per l'avambraccio e mi d
uno strattone... Rischio di cadere faccia a terra, il che sarebbe
imbarazzante visto che abbiamo un pubblico potenziale;
sulla terrazza del mezzanino, un ex night dub o sushi bar o
qualche stronzata del genere, c' del movimento.
 pieno di uomini bianchi che sorseggiano cocktail e di
donne bianche o asiatiche, tutte uniformemente snelle, che li
distribuiscono. Il balcone  adornato da lanterne di carta rosse
e si sente il sordo pulsare di quel genere schifoso di musica
elettronica che si pu trovare solo in ambienti come questo.
Intravedo una cascata.
L'atmosfera  rigorosamente quella degli alberghi alla
moda di fine XX secolo. Il mio rilevatore interno di individui
spregevoli sta per esplodere.
Il tipo con la giacca maoista si infila in macchina e sparisce,
sgommando appena nel voltare sulla Sedicesima Strada.
Parcheggiatore?
Avrei qualche domanda da porre, ma Stepan mi prende
per il collo e insieme ad Armani ci affrettiamo verso l'entrata.
 il pi grande raggruppamento di persone che abbia visto in
citt dal quattordici febbraio, escludendo i cantieri edili. Sono
chiaramente fuori dal giro.
In biblioteca mi hanno consentito di cambiarmi. Dopodich
mi hanno tolto la pistola e il Purell e hanno esaminato
a lungo il mio tesserino di riconoscimento. Un po' di problemi
sono sorti per la chiave, ma dopo avergli ripetuto pi
volte che si trattava solo di una dannata chiave, me l'hanno
fatta tenere. L'ho infilata nella tasca dei miei nuovi pantaloni,
quella destra sul davanti, ovviamente.
Anche per convincerli a lasciarmi le pillole ho dovuto faticare
parecchio.
Non  una fottuta capsula di cianuro, ragazzi. Ho un vero...
Alla fine Stepan si  limitato a tirarne fuori una. Ce ne
siamo stati seduti con le mani in mano per cinque minuti e,
dopo aver visto che non succedeva niente, mi hanno restituito
la boccetta e ce ne siamo andati. A quel punto si erano
tranquillizzati, tanto che mi hanno perfino lasciato fare le mie
cose con i gusci dei pistacchi senza chiedermi che cazzo stessi
combinando.
L'ingresso del Maritime  sorvegliato da due robot dalla
giacca maoista, che fanno un cenno col capo ai miei robusti
compagni, mentre non sembrano notare affatto me. Mi portano
a forza per una rampa di scale, un'impresa atletica che
per me sarebbe impossibile senza un piccolo aiuto da parte dei
miei amici.
 ridicolo, ma quella vecchissima canzone popolare mi entra
in testa spontaneamente e non se ne va pi via.
I get by with a little help from myfriends
I get high with a little help from my friends
Non faccio che ripetere a oltranza queste parole, non ricordandomi
altro del testo.
Entrati nella hall, mi ritrovo immerso in una folla di gente,
il tipo di scenario che pensavo scomparso da tempo. I miei
sensi iniziano ad annebbiarsi, mi viene un po' di nausea e perdo
la percezione della profondit. Sono investito dai colori e
dai suoni del locale. Quel muro di calore corporeo mi fa stare
male, ma per fortuna vengo prontamente spinto oltre dalla
coppia di fusti, che mi conducono in una rientranza da cui si
accede a una serie di ascensori.
Di sicuro non saranno in funzione... Armani inserisce una
chiave magnetica in una fessura di metallo, sopra la quale
sono scritte le parole ATTICO, privato.
Ragazzi... Non staremo mica... In quel momento si apre
una porta. I due mi spingono verso l'ascensore, al cui interno
c' una targa con su incisa la stessa scritta. Pianto i piedi a terra,
ma le mie ali scivolano sul marmo e mi sferrano un doloroso
colpo sulla gamba ferita. Ragazzi, io e gli ascensori non andiamo
d'accordo. Dico davvero. Ho un problema medico.
Andiamo, signor Decimal interviene Armani.
Ascoltate, non voglio fare il difficile.  solo che non posso...
Stepan mi prende per la testa, bloccandomi la trachea. Oh
Signore, questo tipo vuole proprio vedermi morto. Forse
non avrei dovuto trattarlo in modo cos sarcastico. Mi trascina
come un sacco di sabbia in quello stanzino dalle pareti a
specchio che chiamano ascensore.
A questo punto dovrei premere un pulsante. Ascensore di metallo.
Corridoio. Porta.
Queste nuvolette di pensiero, fuori contesto, si allontanano
piano piano.
Do dei colpetti leggeri sul torace di Stepan per comunicargli
che non riesco a respirare. Armani fa scivolare la chiave
magnetica in un pannello sulla parete e preme l'unico bottone
presente. Oh Ges mio proteggimi, le porte si chiudono
con un lieve fruscio.
La presa sul mio sfiatatoio si allenta e riprendo faticosamente
a inspirare ossigeno, mentre gli specchi sulle quattro
pareti producono una sorta di regresso infinito, innumerevoli
nature morte di me con i gorilla.
Ho un aspetto terribile. Il mio cappello  storto e i miei
capelli crespi avrebbero bisogno di una spazzolata. Nell'insieme,
assomiglio a un paio di stivali flosci in pelle.  tutto un po'
cadente, la mia giacca, i miei muscoli.
I due energumeni sembrano in pausa e si limitano a fissare
il nulla. Nonostante la nebbia di acqua di colonia sia quasi
visibile, inspiro con la bocca l'aria contaminata.
Volevo solo... Non  una fobia. Ho dei brutti ricordi...
Respiro male. Sento un formicolio alle estremit e la gola
che si restringe. Inizio a contare alla rovescia a partire da
dieci. Tocco la chiave per farmi forza. Non riesco a credere di
essere stato costretto a prendere un dannato ascensore. Cerco
nervosamente una pillola e la butto gi.
Sembra non succedere nulla. Non percepisco alcun movimento.
Mi sto preparando a condividere il mio giudizio sulla situazione
con i Supergemelli, ma prima di poterlo fare le porte
si aprono e vengo spinto in una sala gigantesca, illuminata
da luci soffuse.
Anche qui si sta tenendo una festa, sebbene non abbia niente
a che vedere con quanto sta accadendo di sotto.
Soffitti alti, faretti orientabili. Coppie e piccoli gruppi, di
persone piene di soldi conversano sommessamente qua
e l. Ragazze e ragazzi in kimono con l'aspetto da modelli
orbitano attorno alla sala, tenendo in mano dei vassoi con
antipasti e bevande. Il mobilio, per quanto antiquato, sembra
lussuoso e contribuisce a rendere la sala accogliente. Le
opere d'arte coprono un impressionante miscuglio di generi:
arazzi giapponesi, armature, un Kandinskij, un paio di Hopper,
dei pezzi di un qualche maestro olandese e una statuina
di Rodin. E questo  solo quanto riesco a riconoscere a un
primo sguardo.
Sulle pareti, diversi schermi tv al plasma trasmettono vecchi
filmati senza sonoro dei mondiali, probabilmente quelli
del 2010. Mi sembra di sentire Miles Davis, Kind of Blue se non
mi sbaglio, diffuso da altoparlanti invisibili. Alcuni presenti
si voltano e ci osservano, per poi ritornare alle loro conversazioni.
Mi conducono attraverso la stanza e gi per un corridoio.
I pavimenti di legno hanno un motivo spinato e sono coperti
da tappeti orientali.
Sulle pareti ci sono dei cimeli jazz del Rinascimento di
Harlem, una foto di Langston Hughes incorniciata insieme a
quella che immagino sia una poesia con la sua calligrafia, una
locandina del Macbeth di Orson Welles, quello con il cast composto
interamente da attori di colore, una fotografia di Billie
Holiday che come passepartout ha un tovagliolo macchiato di
rossetto, Miles Davis e John Coltrane che parlano tra loro con
al fianco delle note musicali scarabocchiate e in alto le parole
So What. E cos via.
Raggiungiamo un'altra porta. Questa sembra essere stata
modificata, dato che non ha alcuna maniglia all'esterno, ma
solo una fessura per la chiave magnetica e un bottone.
Mani sul muro dice Armani, voltandomi in modo tale da
farmi avere la parete di fronte.
Obbedisco, facendo attenzione a evitare le anticaglie
incorniciate. Mentre mi perquisiscono per la seconda volta,
osservo un poster venti per ventotto che reclamizza uno
spettacolo tenutosi al Savoy nel marzo del 1934, con la Chick
Webb Orchestra che suonava insieme a Ella Fitzgerald.
'Trionfatrice dell'Apollo e usignolo di Harlem!'
Ragazzi, lo sapete che non sono armato. Stepan, qui presente,
mi ha guardato mentre mi vestivo, Cristo santo.
Armani non risponde e continua la perquisizione dandomi
dei colpetti ai polpacci. Indosso ho il mio ultimo abito decente,
un tessuto blu di cotone a strisce crespe e lisce, accompagnato
da una camicia bianca, una cravatta azzurra e il mio solito pork
pie marrone.
Per questa stagione va bene, ma dovr rimediare qualcos'altro
per i mesi pi freddi.
Posto che riesca a sopravvivere.
Armani si alza e fa un cenno a Stepan, che preme il bottone
con il suo pollice a forma di Wurstel.
Poco dopo Yakiv Shapsko apre la porta. Mi esamina per
bene, sorridendo.  disarmato? chiede in ucraino ai suoi,
senza togliermi gli occhi di dosso.
Rispondono affermativamente.
Yakiv sembra appena tornato dal lavoro... Porta un paio
di Dickies, una camicia di scarsa qualit e una cravatta. Rincalzato
nel colletto ha un tovagliolo del Popeyes.
Il Popeyes. Cristo. Deve essere quello sulla Quattordicesima
Strada. L'ultimo, scadente, fast food rimasto. Sono cresciuto
con quella roba. Sento un brivido lungo la schiena.
Mi tende la mano. Gliela stringo. Unta. Cosa darei per un
po' di delizioso Purell.
Signor Decimal, stavo giusto finendo di cenare. Prego,
entri pure.
Entriamo in quella che sembra essere una sala conferenze
dal soffitto piuttosto alto. Alla mia destra c' una parete
finestrata con vista sull'acqua e sulle luci anemiche del New
Jersey. Un tavolo di vetro fum.
A un'estremit del tavolo noto un MacBook Pro di ultima
generazione, un grosso bicchiere di polistirolo con una cannuccia
e una scatolina con degli avanzi di pollo. Ma prima di
tutto questo, qualcos'altro ha attirato la mia attenzione.
Sulla parete pi distante c' un enorme arazzo medievale,
sto parlando di qualcosa come sei metri per cinque, che conosco
molto bene. Se non  l'originale, tanto di cappello all'artista
che ha realizzato una copia cos straordinaria.
 un'opera chiamata L'unicorno in cattivit: l'unicorno  risorto.
Databile pi o meno tra il 1495 e il 1505.
Yakiv segue il mio sguardo. S,  proprio l'originale. Ho
pensato che fosse meglio tenermela, piuttosto che vederla
rubata o danneggiata. Non si sa mai.
Quando ero ragazzo era esposta in un museo chiamato
The Cloisters, dalle parti di Fort Washington. Un flashback:
ci siamo andati in una qualche gita scolastica. Le ragazze vanno
matte per gli unicorni, almeno era cos negli anni Ottanta.
Se ricordo bene, John Rockefeller compr questo pezzo e
gli altri sei arazzi che compongono il ciclo nel 1922, da non
so quale nobile francese... Pi tardi sono stati trasferiti al Metropolitan
Museum of Art.
Mi limito a fare un cenno con il capo. Spero solo che non
ci abbia fatto finire sopra del pollo.
Yakiv sembra disteso. Ride e si toglie il fazzoletto di dosso.
Sento di nuovo un forte bisogno di Purell.
No, per questa volta no. Di solito cerco di mangiare meglio,
ma... oggi sono molto impegnato.
Parlando nella sua madre lingua, Yakiv dice a Stepan e ad
Armani di eliminare la spazzatura e di sparire. Si informa
sul mio documento di identit. Autentico, risponde Stepan.
Mentre i tirapiedi procedono con le pulizie, dico in ucraino:
Vedo che  anche un fan del Rinascimento di Harlem. Un'espressione
di leggera sorpresa affiora sul suo volto. Continuo:
Se si sente pi a suo agio possiamo comunicare nella sua lingua,
la parlo piuttosto bene.
Yakiv solleva le sopracciglia.
L'avevo dimenticato replica in inglese. Ma ormai penso
all'inglese come la mia lingua madre.
Bene gli dico.
No, sono un collezionista e... mi lasciano molte cose in eredit.
Mi piacciono diversi generi d'arte. Ma, signor Decimal,
a dire il vero mi chiedo... Si interrompe, mentre i due energumeni
escono senza guardarsi indietro. Si accomodi mi
dice, sedendosi a sua volta a capotavola e indicando un posto
vicino a lui. Sedie da ufficio Aeron.
Yakiv stringe i pugni e guarda fuori dalla finestra per un
po'. Ho un bisogno disperato di disinfettarmi. Prendo in considerazione
la possibilit di chiedere se ha del Purell, ma
poi decido di non farlo.
L'uomo ha un profilo discreto; mascella forte e capelli
brizzolati. A un certo punto della sua vita deve aver portato
gli orecchini.
Mi dica cos' che mi sfugge. Riguardo al suo metodo.
Cosa vuole...
Be', ride, aprendo le mani prima mi si avvicina a freddo,
in mezzo alla strada, con un distintivo contraffatto del
dipartimento della Sicurezza interna...
Lavoro davvero per la Sicurezza interna, il distintivo non
 contraffatto. Ogni spiegazione mi sembra del tutto superflua;
ho la sensazione di non avere alcun controllo sulla situazione.
La prego, signor Decimal. Mi ci  voluto meno di mezzo
minuto al telefono con Washington per scoprire che questa
non  la verit. Il dipartimento della Sicurezza interna di fatto
non esiste pi.
Arrampicandomi sugli specchi, provo a replicare: Questo
 il protocollo, ovviamente. Quando sono in missione la procedura
standard impone di negare ogni...
Yakiv agita le mani in modo sbrigativo. Andiamo. Cos
stiamo sprecando il nostro tempo prezioso.
Scrollo le spalle.  stato male informato.
No, non  vero dice Yakiv. Ma c' qualcosa che mi incuriosisce;
devo ancora capire chi  lei veramente e per chi lavora.
S, mi incuriosisce.
Le sue fonti probabilmente sono...
Le mie fonti, impeccabili. Occupano delle posizioni molto
alte nelle sfere governative, in questo Paese e all'estero.
Com' che parla ucraino?
La verit? Non lo ricordo. La mia teoria  che mi abbiano
scaricato diverse lingue nel cervello quando ero ricoverato
nell'istituto Nazionale di Sanit. Ma rispondo: Ho seguito
un corso serale.  una sorta di hobby che ho.
Yakiv strizza gli occhi.  questa la sua risposta?
S.
Ha avuto una ragazza o una moglie ucraina?
No.
Chi mai prende lezioni di lingua ucraina?
Gente come me.
Okay allora: perch ha aggredito mia moglie e mio figlio,
non sapeva bene cosa fare?
 il mio turno di strizzare gli occhi. Un piano scadente.
Pu sviluppare meglio questo punto?
Un piano scadente, eseguito in modo scadente. Lei si era
dimostrato poco collaborativo, perci ho pensato di cambiare
approccio...
Yakiv sbatte la mano sul tavolo, con forza, ma il suo tono di
voce rimane invariato. Per favore, non sia offensivo. Ascolti:
di certo non  al soldo del governo federale e neanche di un
qualche governo straniero, per quanto ne so. Potrebbe essere
un pazzo, ma  chiaro che sta lavorando per qualcuno. Tra
parentesi: grazie per non aver danneggiato la mia macchina.
Mi piace quella macchina.
Non rispondo. Credo che sia meglio per il momento.
Primo punto: l'hanno portata via dalla mia precedente abitazione
con un elicottero dell'esercito.  stato curato in una
struttura militare e le hanno consentito di andarsene quando
voleva. L'intervento che ha subito  estremamente costoso e
qualsiasi documento medico che la riguarda, se mai  esistito,
 stato distrutto. Direi che  difficile organizzare tutto questo
da soli, signor Decimal.
Yakiv apre il computer.
Ora, abbiamo rilevato le impronte dalla Nissan di cui si 
sbarazzato l'altro ieri. Nonch dalla mascherina e dai guanti
che ha lasciato nella mia automobile.
Mi sto scervellando; davvero sono stato cos fottutamente
stupido? Pare proprio di s.
Lo so che  un tipo accorto. Abbiamo trovato solamente
un'impronta digitale parziale del pollice sul blocchetto di accensione
della Nissan. E qualche altra impronta parziale sulla
maniglia dello sportello del guidatore nella Prius. Nessuno
 perfetto. Di qui abbiamo potuto seguire le sue tracce...
Il mio stomaco  in subbuglio. Improvvisamente la situazione
si  trasformata in un incubo. Non voglio sapere. Yakiv
gira lo schermo verso di me. Io sto accarezzando la mia chiave.
L, sul display, ci sono io pi giovane, con l'aspetto ancora
pi tormentato, la testa rasata e diverse lacerazioni sul volto.
La risoluzione del Mac  spiacevolmente alta.
Fino all'istituto Nazionale di Sanit. Dove era noto come
John Doe. La cosa  piuttosto irritante. Signor Decimal, ovviamente
si tratta di uno pseudonimo o di un qualche scherzo
dovuto alla sua attuale residenza... Si interrompe, forse si aspetta
che intervenga. Non lo faccio. In ogni modo. Secondo
la loro documentazione  stato ricoverato per la prima volta
al Walter Reed diversi anni fa, con dei sintomi da disturbo
postraumatico da stress dovuti alla sua attivit in un reparto
dell'esercito di stanza in una localit sconosciuta. L'arma di appartenenza
non  specificata, ma dopo averle controllate tutte,
non abbiamo rinvenuto alcun documento che la riguardi.
I sintomi principali di cui soffriva erano "grave perdita di
memoria, sonno agitato, episodi paranoici..." bla bla bla.  stato
classificato come "disfunzionale" e trasferito all'istituto Nazionale
di Sanit per partecipare a una qualche ricerca sperimentale
finanziata dai federali, insieme ad alcune compagnie
private di assicurazione come la BlueCross e la BlueShield e a
un'industria farmaceutica chiamata Phizer. La natura e gli esiti
della ricerca non sono indicati. Abbiamo potuto individuare
un solo riferimento a questo studio. E non c' alcun dato relativo
alla sua dimissione o ai suoi movimenti successivi.
Chiude il computer di scatto.
Questo blackout sulle informazioni, ancora una volta, 
molto difficile da ottenere. E costoso. In particolare quando
si parla di documenti militari. Quindi.
Tamburello con le dita sul tavolo e sorrido in segno di scusa.
Mi viene da pensare: Ecco qualcosa di cui essere grato.
Quegli omaccioni dell'istituto mi hanno iniettato una moltitudine
di medicine sperimentali, una o due delle quali sono
finite per essere il sopramenzionato vaccino per la Superinfluenza,
che il resto della popolazione non ha mai visto. Di
qui il fatto che sono ancora presente su questa meravigliosa
terra.
Qualcosa di cui essere grato. O forse quella  stata la peggiore
di tutte le possibili torture a cui i dottori potevano immaginare
di sottopormi. Dipende dal punto di vista con cui si
guarda la cosa.
Ma Yakiv continua: E tuttavia, eccola qui. Il suo tesserino
di riconoscimento sembra essere autentico, classe 1, come il
mio, fondamentalmente ti garantisce la libert, ti permette di
spostarti dove ti pare.
Eh gi. Sono un cittadino di prima classe.
Dunque, per esclusione, volendo fare un passo avanti, devo
ipotizzare che lavora per questa citt, ricoprendo non so
quale incarico. Dico bene?
Esamino le mie unghie.
Nessun problema. Non ho bisogno di conferme da lei.
Pi o meno credo di aver compreso come stanno le cose. O
lavora per il municipio o per uno dei miei concorrenti. Cosa
di cui dubito fortemente, dato che teniamo le loro organizzazioni
sotto stretta osservazione.
Lo so che  fuori luogo, ma improvvisamente mi sento molto
solo. E per quanto riguarda la mia lealt, a chi  dovuta?
Rosenblatt potr anche non piacermi come persona, ma
di certo si  preso cura di me quando le cose hanno iniziato
ad andare storto. D'altra parte per l'ha fatto solo per interesse,
per evitare di mettersi nei guai- Questi rischi li corro
sempre dietro suo ordine.
E continua a rifornirmi, dal reparto medicinali.
Come ho conosciuto il procuratore Rosenblatt? Semplicemente
non me lo ricordo.
Signor Decimal. In quale occasione ha imparato l'ucraino?
Vedi sopra. Non ricordo. Gliel'ho gi detto, era un corso
serale. Sono solo un dilettante.
Cosa?
Un dilettante. Sa, un po' di questo, un po' di quello.  che
desidero sempre imparare cose nuove. Capisce cosa intendo?
Yakiv mi osserva, dando dei colpetti sul vetro con le dita.
Poi ruota la sedia di centottanta gradi, il volto di fronte all'inestimabile
unicorno.
Mi chiedo cosa... si interrompe per un colpo di tosse cosa
le abbia detto di s la mia cara mogliettina. O cosa possa
averle raccontato su di me e sulle attivit del mio gruppo.
Cosa le fa credere che mi abbia raccontato qualcosa?
Perch conosco mia moglie.
Non mi occupo di faccende matrimoniali. Non mi lascio
coinvolgere in questo genere di cose.  un buco nero, amico.
Yakiv gira di nuovo con la sedia, lentamente. Allora cos'
che fa? E questo, ehm, il punto cruciale qui. Che lavoro fa,
signor Decimal? Qual  la sua occupazione?
Sono un bibliotecario.
Be', ha scelto il posto perfetto in cui vivere. Sa, cerco di
mantenere la mia organizzazione, come dire, civile, per quanto
 possibile.
Ah davvero?
Oh, assolutamente. Non mi interessa quale impressione si
sia fatto su di me o sulla mia attivit, ma mi consenta di farle
un esempio. Prendiamo questa situazione qui. Lei che cerca
di, non saprei, rapirmi? Interrogarmi? Farmi del male in qualche
modo? E poi va nel mio appartamento portando con s
un'arma da fuoco, con mia moglie e mio figlio presenti, facendo
minacce, spaventandoli a morte...
Se posso, e non  mia intenzione mettere in discussione
niente di quello che ha detto, alla fine dei conti bisogna dire
che  stata sua moglie a spararmi e non il contrario. Con la
propria pistola.
Aveva tutto il diritto di farlo e lei lo sa. Se fosse stato al
suo posto si sarebbe comportato allo stesso modo, o peggio,
no? Mia moglie,  bene che lo sappia, era nell'NBS lettone. Ha
anche preso parte a qualche missione NATO in Kosovo, nel
1999.
L'acronimo nbs non mi dice nulla, mi imbarazza ammetterlo,
ma, come ho gi detto, la donna aveva una mano ferma.
Yakiv riprende a parlare. Insomma, si  integrata, questo
 vero, ma certo non la definirei, com' che dite, la casalinga
media americana. Ora per mi ascolti. Visto il desiderio
che ho di conoscere il suo incarico e colui o coloro che glielo
hanno commissionato, potrei, cos a titolo di esempio, torturarla.
S, una simile eventualit non mi stupirebbe affatto.
Yakiv alza una mano. Ma mi segua. Quello che sto cercando
di dirle  che io non conduco i miei affari in questo modo.
La tortura  per la vecchia Unione Sovietica e, oggi, anche per
voi americani. Mi sbaglio?
Stiamo discutendo di politica adesso? Senta, la tortura a
me non piace. Ma solo perch le informazioni che se ne ricavano
non sono affidabili, non perch me ne freghi qualcosa.
Lo sanno tutti,  una pratica miope.
Sono d'accordo con lei, al cento percento. Ecco cosa siamo
noi, pragmatici. Andiamo in fondo alle cose.
Gi,  proprio quello che stiamo facendo.
E voglio assecondarla, nel senso che chiunque lei sia e
per chiunque stia lavorando, la cosa non mi interessa pi di
tanto. Perch lei ha una natura indipendente, possiamo dire
cos?
Direi di s. Dove vuole arrivare?
Sono propenso a sorvolare su questa sua... reticenza a rivelarmi
l'identit dei suoi datori di lavoro. Va bene. Tutto questo
 passato,  tutto perdonato. Mettiamoci, com' che dite,
una pietra sopra e ricominciamo daccapo.
Perfetto. Dove vuole arrivare, signor Shapsko?
Sposta nuovamente lo sguardo fuori dalla finestra. Un elicottero
si sta muovendo a bassa quota sull'acqua, con i fari
accesi. C' sempre un elicottero in giro.
 un uomo sposato?
A queste parole sento come una scossa. Tutto a un tratto
vedo una bocca di donna che sta ridendo di qualcosa, a denti
scoperti. Poi volta la testa.
No... Lo ero.
Quindi sa com', con il matrimonio. La vita. Qualcosa inizia
ad andare storto, piccoli spostamenti, piccoli slittamenti e
all'improvviso va tutto a puttane. Funziona cos.  d'accordo?
S.
Alcune volte si pu rimediare, altre volte non  tanto
semplice.
Annuisco. Disturbato dall'immagine di quei denti, denti
imperfetti, denti umani, denti estremamente familiari. Quella
risata, prima di voltarsi.
Nel mio caso sono a un punto morto con mia moglie Iveta.
Come bonus, vedo un'altra fila di denti, molto pi piccoli
e con una spaziatura meno regolare. Un molare dondola un
po'; ci ho legato attorno del filo interdentale, do uno strattone
e il dente viene via, dalla bocca di un bambino.
Se sono ricordi impiantati  davvero una crudelt.
I bambini... Non so se l'ho detto ad alta voce.
Yakiv sta guardando ancora fuori dalla finestra. Scrolla
appena le spalle e dice: I bambini fanno parte del pacchetto.
Non del mio, ehm, biologicamente parlando. Dal punto di
vista legale, s. Quei ragazzi non mi interessano. Il maggiore,
ora vive con la sorella di Iveta, a Londra. Che, fra l'altro,  letteralmente
una prostituta. La sorella, voglio dire.
Uh. Davvero sconvolgente. E lei di certo non sa nulla di
quel genere di attivit.
Yakiv rutta silenziosamente con il pugno sulla bocca. Sento
l'odore del grasso del pollo, davvero disgustoso. Non so di
cosa stia parlando. Io gestisco un'impresa di costruzioni.
Comunque. Non ho notizie del ragazzo da un bel po' di tempo.
Per quanto riguarda il pi giovane, be'... Rivolge lo sguardo
di nuovo verso di me. Solleva e lascia cadere una spalla.
Quindi, detto in parole povere, il conflitto con mia moglie 
arrivato a un punto in cui non si pu pi trovare alcuna soluzione
accettabile.
C' sempre il divorzio, amico. Udite udite Dewey Decimal,
il consulente matrimoniale.
Scuote la testa. Purtroppo, Iveta non lo consentirebbe mai.
E a parte questo, non sarebbe una soluzione al problema.
 un peccato quando le cose si mettono cos male.
Yakiv si fa una risata. Male per usare un eufemismo. Il
che mi porta a questa conclusione: qualsiasi cifra le dia questa
gente, io posso pagarla il doppio.
Uh. Per...? gli chiedo.
Si senta pure libero di mentirmi, aumenti la posta. Non
mi interessa.
La direzione che ha preso la faccenda non mi piace affatto.
E... anche se il senso generale credo di averlo capito... per
fare cosa esattamente mi vorrebbe pagare?
Yakiv Shapsko si appoggia allo schienale della sedia e
mette i palmi di entrambe le mani sul tavolo, assumendo
un'espressione addolorata. Poi mi dice: Le sto chiedendo di
eliminare mia moglie, Iveta Shapsko.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Sono alle porte di un quartiere dormitorio, per la precisione
quello che chiamano Gun Hill Houses. A questi palazzi
possono dare il nome che vogliono, possono numerarli, chiamarli
"case", usare la parola "residenza" o l'espressione "complesso
abitativo". Non importa;  un quartiere dormitorio. Lo
sanno tutti cosa significa.
Un quartiere dormitorio presuppone una serie di condizioni,
delle circostanze. Storie tristi e monotone di chi-non-
ha o di chi-ha-perso-tutto. Un unico stile architettonico che
comunica un messaggio in codice decifrabile da chiunque:
quelli che vivono all'interno hanno meno valore come esseri
umani di quelli che vivono al di fuori dei suoi confini.
Davanti alle case popolari, perfino la spazzatura sparpagliata
per i cortili  un clich. Bottiglie vuote di liquore di malto
Olde English, sacchetti di Cheetos, ossa di pollo, una Reebok
abbandonata che doveva essere appartenuta a un bambino ai primi passi.
Noto tutto questo con indifferenza.
Entro nell'edificio. Tutte le superfici sono trattate con lo
stesso prodotto metallizzato, magico, che viene passato sui
vagoni della metro, a prova di pennarelli e di vernice spray.
Prendo l'ascensore, nonostante la nuvola di piscio e birra.
Entro senza paura. Premo il bottone esatto. Ogni cosa mi sembra familiare.
Esco dall'ascensore e seguo il corridoio fino alla porta giusta.
Estraggo la chiave dalla tasca.
Assaporo questo momento. Tutto comincia adesso. Quando sei pronto entra.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Nel bagno rosa ingoio una pillola blu di forma pentagonale.
Mi rimane bloccata in gola per un secondo e mi prende
quel panico momentaneo. Inghiotto di nuovo e questa volta i
muscoli della gola si comportano correttamente.
Sento la bocca polverosa, secca.
Vado a lavarmi le mani, utilizzando acqua minerale e sapone
da hotel. Il sapone non fa che peggiorare le cose.  uno
di quegli affari a forma di conchiglia, pi burro di cacao profumato
che altro.
Le asciugo, con forza. Continuo a strofinarle, guardando la
ciotola di pot-pourri appoggiata sul gabinetto.
Evito lo specchio.
Una volta uscito dal bagno, rientro nella sala conferenze.
Ci posso dormire su? chiedo a Yakiv, che nel frattempo
non ha mosso un muscolo.
No, temo proprio di no. Ora che le ho parlato della cosa,
di qui potr uscire solo se accetter il lavoro. Molto semplice.
Quello che mi colpisce... gli dico, camminando in direzione
della finestra, lo sguardo verso un balcone non troppo
distante. Sarebbe un tentativo disperato. Di fronte c' solo una
parete piatta in leggera pendenza. Quello che mi colpisce 
che lei pare avere una riserva infinita di scagnozzi pi che adatti
per un incarico del genere. Perch non usare uno di loro?
Yakiv scuote la testa. No. Non pu essere un lavoro interno.
La cosa deve restare segreta. Lei ha una posizione perfetta.
Ha gi assalito mia moglie una volta e non  legato a me
in alcun modo.
Mmm. E cosa mi dice di quegli scimmioni che mi hanno
scortato fin qui? Sanno esattamente dove mi hanno portato
e di certo potrebbero spifferare tutto se volessero.
Quegli uomini sono gi stati, come dire, liquidati. Li ho
scelti fin dall'inizio perch sapevo che stavano violando il
nostro codice. Sono entrambi dei capisquadra e stanno infastidendo
dei lavoratori loro sottoposti. Sesso con mogli e ragazze
dei dipendenti. Stepan  omosessuale, quindi nel suo
caso sesso con dipendenti maschi. Non meritano neppure il
nostro disprezzo. Meglio non pensarci pi.
Annuisco. Certo.
Yakiv inclina la testa e mi lancia uno sguardo mesto. Mi
trova insensibile? Dovrebbe vedere mia moglie. Taglierebbe
la gola a suo figlio se potesse guadagnarci sopra. La sua capacit
di mentire  ineguagliabile. Il suo addestramento... 
una persona violenta, crudele. Se mai ho incontrato un essere
umano veramente malvagio, quello  lei.
E tuttavia... ha mirato al ginocchio. C' uno sconosciuto
armato in casa sua e spara al ginocchio.
Osservo l'unicorno. Un'opera davvero bella. Pu esserci
qualcosa di cos antico?
Allora Iveta, perch non mi hai sparato alla testa? Non le
rende le cose pi difficili, il fatto che sia ancora vivo? O meglio:
l'avermi consentito di vivere.
Shapsko sospira. Non ce l'ho su con Iveta. Deve capire
che non si tratta di una questione personale. Non credo a,
com' che la chiamate, all'idea del seme cattivo. Avrebbe dovuto
vedere le condizioni di vita da cui  venuta fuori. Stuprata
dal padre e dal fratellastro. Sua madre, una prostituta
eroinomane, incolpa Iveta per ogni avversit... attribuisce a
lei perfino la responsabilit di questi stupri. L'accusa di averle
rubato il marito. Allora cerca di farsi una nuova vita
nell'esercito. In Kosovo  testimone di una violenza davvero
incredibile. Viene presa prigioniera da un signore della
guerra serbo. Branko Jokanovic. Ne ha sentito parlare?
Scuoto la testa. Mi ricorda il tipo del negozio di vernici.
Com' che si chiamava?
Yakiv mi fa segno di lasciar perdere, non  importante.
Be', gli americani avevano messo una taglia di due milioni
di dollari sulla sua testa. Branko Jokanovic. Questo tizio 
stato responsabile di cose orribili. In ogni modo, Iveta ovviamente
 stata trattata in un modo inumano, brutale, capisce?
Un'altra volta. E poi, praticamente,  stata venduta a me.
Mi chiedo quanto possa costare una donna bianca come
quella. E cosa ci facesse il vecchio Yakiv in quella parte del
mondo.
E immagino che lei fosse andato laggi, un "uomo d'affari"
ucraino in Kosovo, per distribuire Gatorade e abbracci
gratis.
Yakiv sbuffa come un cavallo. Abbracci gratis! E proprio
un tipo sveglio. Gi. Sa, io vado incontro alle esigenze di tutti.
Proprio come adesso. Ho collaborato anche con la nato, non
mi schiero mai in questo genere di conflitti. Chi cazzo ci capisce
niente? Sono cose locali, vecchi conti da regolare. Roba
da scuole superiori. Cose tipo: tuo nonno ha ucciso la capra
di mio nonno. Allora ero molto pi giovane, questo  chiaro...
Posso chiederle in quale zona ha combattuto?  stato forse da
quelle parti?
Dove sono stato? Non mi ricordo. Sicuramente era un posto
di merda, molto caldo. Puzzava di copertoni bruciati, gas,
cardamomo, capre...
No, quell'affare del Kosovo  esploso un po' prima gli
rispondo. Poi aggiungo: E per quanto riguarda il mio dislocamento,
 un'informazione riservata. Gli faccio l'occhiolino.
Segreto militare.
Yakiv getta la testa all'indietro. Ah! Segreto militare!  proprio
divertente lei, davvero. Okay, signor Segreto Militare. 
un vero eroe americano, ne sono sicuro.
Diavolo se lo sono replico io.
Non ne dubito. Be', come si dice: grazie per i servigi resi
alla patria! Si d una pacca sulla coscia. Avete proprio un
gran bel Paese, davvero. Tutta questa ridicola adorazione per
i militari, stupide chiacchiere da Hollywood, il sacrificio estremo...
Per voi americani  tutto un grosso film o un videogioco.
Ride. Si sta letteralmente scompisciando.
Gi, be', siamo solo un branco di deficienti. Roba da vignette
umoristiche. Una mandria di bestiame.  questo che
sta dicendo?
L'uomo si asciuga una lacrima e viene colto da un altro breve
attacco di risa.
Gli dico: Ehi, ascolti. In generale non ho niente da obiettare
al suo ragionamento. Solo, si ricordi che divento suscettibile
quando ho l'impressione che si rida di me.
Quel tipo del cazzo non mi sente nemmeno. Rovista nei
pantaloni, tira fuori un fazzoletto e si soffia il naso, cosa che
istintivamente mi provoca una smorfia di disgusto.
Mi scusi. Non era mia intenzione offenderla. Tornando
a Iveta. Quindi, questo signore della guerra serbo, Branko,
 stato il suo primo marito. Faceva parte di quel giro... Ratko
Mladic, Radovan Karadzic. Pensiamo che ora possa lavorare
da qualche parte qui a New York... con una falsa identit,
ovviamente... A dire il vero, sono abbastanza sicuro di sapere
dove sia, ma non sono interessato n alla vendetta n alla ricompensa.
 un fatto risaputo che le forze di polizia internazionali
e statunitensi sono vicine alla sua cattura. Bene.
Yakiv si asciuga la bocca con un tovagliolo del Popeyes.
Signore, dammi del Purell.
Ma non voglio tediarla con altri dettagli.  meglio che
non li conosca, a dire il vero. Si strofina il viso, ogni traccia di
umorismo  ormai sparita. L'atmosfera nella stanza si trasforma.
Mi dice: Quindi capisce. Non poteva essere diversa da
quello che . Iveta. La sua natura...
Yakiv sembra stanco, come invecchiato. Torno a guardare
fuori dalla finestra. Devo inventarmi qualcosa,  una situazione
assurda. Un bel guaio, davvero. Com' che mi ci sono
cacciato? Ah gi, il procuratore.
Non  che questa faccenda mi faccia piacere dice. Mi
rattrista molto. Le ho provate tutte, non saprei da dove iniziare
a raccontare...
Un altro elicottero, basso sull'acqua. L'ucraino sembra immerso
in qualche riflessione. Potrei anche provare a dire le
cose come stanno e correre il rischio di vedere cosa succede.
Sa, gli dico ci sarebbe un problema. Il fatto  che sto osservando
la storia da pi angolazioni differenti. In conflitto
tra loro.
Lo vedo sorridere, riflesso nel vetro della finestra. Quindi,
mia moglie le ha detto qualcosa, su di me, che trova... convincente.
Capisco.
No, non ho detto questo. Delle cose che sto sentendo,
alcune sono delle stronzate belle e buone, mentre altre mi
vengono raccontate da diversi punti di vista e non so cosa
pensare. Al momento mi riesce difficile distinguere le informazioni
vere dalle false. E non ho alcun motivo per pensare
che tra di voi ci sia qualcuno che mi stia dicendo i fatti come
stanno.
Signor Decimal, perdoni la franchezza, ma  davvero importante
sapere chi  che parla o di chi si sta parlando? Siamo
tutti, come dire... siamo tutti peccatori qui. Se il prezzo  giusto,
non  questo il fattore determinante?
Mi sfugge un sospiro. La gente non finir mai di deludermi.
Non fa che sottovalutarmi. Sprofondo nella sedia. Devo
proprio dirle che per essere un tipo sveglio, come sembrerebbe,
mi ha giudicato piuttosto male.
Yakiv sorride ancora, scuotendo la testa. Be', non era mia
intenzione, ehm...
No, mi ascolti, lei non  affatto il solo. Mi succede molto
spesso. Si d per scontato che io non abbia un mio codice morale.
Yakiv annuisce, con aria saggia, come se sapesse esattamente
di cosa sto parlando. Certo.
Voglio dire, non sono uno che se ne va in giro per la citt
cambiando squadra alla prima occasione, facendo fuori la
gente senza una ragione precisa, mi capisce?
Fa una smorfia. Facendo fuori la gente? Un'espressione
piuttosto cruda. Io non direi cos. Alcune persone si eliminano
da sole quando non fanno quello per cui sono nate. E poi
lei mi parla di squadre, come se fossimo in una partita di calcio?
No, no. Non  cos che funziona la vita. La vita  grigia.
Come lei.
Come me? Non la seguo.
Be', lei  cento percento nero? O cento percento bianco?
Per favore. Questa  proprio una metafora del cazzo,
amico mio. Non si sforzi in questo modo. Dovrebbe riconoscere
i limiti della sua padronanza della lingua inglese.
Si mette a ridere. Okay, ma ha capito cosa intendo.
Non proprio. S, s, la zona grigia, e quindi?
Yakiv alza una spalla e sospira. Va bene, lasci che le renda
le cose pi semplici, allora.
Assolutamente.
Solleva il pollice della mano destra. Se fa questo lavoro
per me, se ne esce di qui vivo e con un bel po' di denaro. Nei
limiti ragionevoli. Solleva il pollice della mano sinistra. Se
invece decide di non farlo, non guadagna un bel niente. E in
questo scenario certamente non uscirebbe vivo di qui. Tutto
chiaro?
Rimane fermo cos, con le sopracciglia alzate e i due pollici
in alto, alla Fonzie. Non molto appropriato direi, data la gravit
della situazione.
Io: Non mi pare che ci siano zone grigie, se la mette cos.
Tutto chiaro? ripete.
Chiaro gli rispondo in ucraino.
Perch, voi cos'altro avreste detto?
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Non inizio a tremare finch non mi metto in cammino sulla
Sedicesima Strada Ovest. L per l, quasi mi lascio sfuggire
la valigetta nuova. Cristo, come fanno gli altri a sopportare
quella bara levitante che chiamano ascensore?
Sempre in preda al tremore, mi dirigo zoppicando verso
l'Ottava Strada, sperando di poter trovare un posto decoroso
dove lasciarmi cadere senza essere visto dagli autisti del car
service, che fiancheggiano la strada con le loro Town Car mezze
scassate, tutte rigorosamente nere... Ragazzi, chiss quanto
pu costare convertire un mostro come una Town Car in
un'auto elettrica, che sia a batteria o a celle fotovoltaiche. Immagino
un occhio della testa. Come per una Navigator. Praticamente
hanno lo stesso motore, anche se la maggior parte
delle persone non lo sa.
Mi chiedo se la linea C sia in funzione. Forse sarebbe meglio
non imbattersi nel personale militare, visto quello che sto
trasportando e la mia fottuta aura in avaria. Barcollo come
uno zombie verso est. Vorrei solo essere a casa.
Nella valigetta: una Sig Sauer SP2022 calibro 9 in polimero,
con cinquanta colpi extra e un silenziatore. Attribuibile,
pare, a un certo Branko Jokanovic, non chiedetemi come; una
cartellina sottile contenente delle informazioni relative a Iveta
Shapsko e alla sua possibile ubicazione, che devo ancora
guardare; degli occhiali per la visione notturna; una fotocamera
digitale Canon; una bustina richiudibile con del formaggio
e una fottuta specie di carne di yak essiccata che quel
matto di un ucraino ha insistito perch prendessi, "In caso le
venisse fame".
Sono davvero cos dannatamente deperito? Perch sono
tutti cos preoccupati per la mia dieta? Ancora un po' e me li
ritrover a controllare la mia cacca.
Raggiungo l'Ottava Strada. La stazione C/E non sembra
illuminata e io sto tremando cos tanto che decido di sedermi
sul bordo del marciapiede. In attesa che passi. Cerco a tastoni
la chiave, s. Poi le sigarette, niente. A volte mi dimentico
di continuare a fumare.
L'aria  una coltre di tossine.
Butto gi una pillola.
La valigetta, dotata di una serratura a combinazione a tre
cifre, non  l'unico accessorio che mi hanno regalato questa
sera.
Do un'occhiata al braccialetto elettronico allacciato bello
stretto alla caviglia della gamba appena operata. Mi hanno
messo sotto controllo.  uno di quelli a prova di manomissione,
perci non spreco tempo ad armeggiarci sopra.
Se non sbaglio mio padre ne aveva portato uno, a un certo
punto. Probabilmente dopo aver picchiato mia madre per la
seconda volta. Arresti domiciliari. Ricordo che dovevo correre
al negozio all'angolo per comprargli la birra. Questo prima
che decidesse di svignarsela, tornando a Trinidad con il braccialetto
e tutto il resto.
Se solo potessi vedermi adesso, pap. Sono una persona
importante. Uno sciupafemmine. Seduto sul bordo del marciapiede
in un vestito estivo, tremante, aggrappato a una
valigetta marrone chiaro in finta pelle. La notte  giovane e
questa  la mia citt. S, se solo potessi vederti adesso, pap.
Ho un amichetto svizzero, Sig, che mi piacerebbe molto farti
conoscere.
Mi sto crogiolando in questi inutili pensieri da duro o forse
sono un po' troppo sfasato per via del dolore alla gamba.
Comunque sia, non mi accorgo del veicolo che sta salendo
lentamente per l'Ottava Strada, un'Army Aggressor elettrica,
finch il mio volto non viene investito da centoventi watt
di fari.
Ehi, ehi, non  affatto necessario, gente!
Faccio tutto il possibile per tirarmi su, nonostante i fari mi
stiano letteralmente accecando. Sento un megafono gracchiare
e una voce amplificata che si rivolge a me e a chiunque
altro nel raggio di dieci isolati.
Non si muova. Mani dietro la testa.
Faccio esattamente quello che mi viene detto, non sono un
completo idiota. Tranquilli! grido. Io sono uno dei buoni,
okay? Non perdiamo la testa, cazzo.
Non riesco a vedere un granch con le luci puntate in faccia,
ma sto iniziando a adattarmi. Un paio di sportelli si spalancano
quasi all'unisono e vengo avvicinato da due agenti
della polizia militare. Uno rimane indietro, con in braccio una
mitragliatrice hk L'altro viene verso di me e mi dice: Tenga
le mani dove sono. Dov' il documento d'identit?
 un ragazzo, s e no ventenne. Lentigginoso, probabilmente
sotto quell'elmetto avr i capelli rossi. Gli rispondo:
Tasca sinistra della giacca. Scusi: alla sua destra, la mia sinistra.
Signore, ha con s degli aghi o altri oggetti appuntiti di cui
dovrei essere a conoscenza?
Cristo, che cavolo...? No, figliolo, solo un tesserino di riconoscimento.
Faccia attenzione ai bordi di plastica per, potrebbero
essere taglienti.
Mi lancia uno sguardo come a dire "che tipo impertinente".
Ma io dicevo sul serio, mi sono tagliato pi di una volta
con quei tesserini. Stavo solo cercando di essere d'aiuto.
Ora le metter una mano in tasca e tirer fuori il suo documento.
La prego di non muoversi.
Nessun problema, a breve vedr che in effetti lavoro per
il comune. Solo, manteniamo la calma.
Il ragazzo estrae con cautela il tesserino dalla tasca della
giacca. Il tizio con l'HK sta masticando una gomma, con aria
annoiata.
Lentiggini porta il mio tesserino di identificazione sotto la
luce e strizza gli occhi. Mi osserva. Guarda di nuovo il documento.
Signor Dewey Decimal?
Sono io.
Puoi controllare nella lista se c' un certo Dewey Decimal...
Documento numero... Sei pronto? grida a un collega.
Solo un secondo... Vai gli risponde l'uomo rimasto
all'interno del veicolo.
Documento numero 4-7-9-alfa-golf-november-yankee-charlie.
Aspetta.
Attendiamo.  imbarazzante. Pi per loro che per me. Lentiggini
tocca con il pollice il bordo del documento, fischietta
in modo stonato per un paio di secondi, si ferma. Non porta i
guanti... Dovr disinfettare quel tesserino. Il ragazzo guarda
furtivamente nella mia direzione per un paio di volte.
Il suo collega, quello con le armi pesanti, ha delle cuffie nelle
orecchie; il motore della Aggressor  silenzioso e riconosco
dei frammenti di una canzone di Jay-Z. Un salto indietro in
un mondo che una volta conoscevo bene. Il tipo con il mitra
segue il ritmo muovendo leggermente la testa.
Per spezzare la tensione, chiedo a Lentiggini: Presta servizio
nell'esercito, figliolo?
Il ragazzo scuote la testa. Gi, immagino che sarebbe un
po' troppo giovane.
Poco dopo il tizio nella vettura riprende a parlare. Il documento
 valido e, ehm, abbiamo un messaggio. Non riservato,
cito: "Qui  Rosenblatt, ma che cazzo sta succedendo?
Contattatemi con la radio a onde corte appena possibile, la
mia frequenza ..." eccetera. Fine del messaggio.
Sospiro. Mi torna in mente il mio cercapersone, ridotto in
polvere tra i cespugli da qualche parte nell'Upper East Side.
Signori, posso avere l'ardire di chiedervi l'uso della radio?
Lentiggini mi restituisce il tesserino. Lo prendo con
due dita. E, cortesemente, potreste andarci un po' pi piano
con le luci, sono gi sufficientemente abbronzato.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
Si sono fatte quasi le tre del mattino quando salgo zoppicando
i gradini di marmo oltre i leoni gemelli, con valigetta
al seguito. Casa dolce casa. Prima di crollare mi manger la
carne essiccata di yak e forse un po' di formaggio.
Cristo santo, pensavo che questa maledetta giornata non
finisse mai.
Il procuratore distrettuale era incazzato nero. Il suo stato
usuale, niente di nuovo. Perch non ho risposto alle sue innumerevoli
chiamate? Se ne faccia una ragione.
Lo sapevo io che mi sarei giocato permanentemente ogni
possibilit di camminare ancora in modo normale? Almeno
secondo quanto mi ha fatto capire il dottore. No, non lo sapevo,
ma grazie per avermi messo in guardia.
Comunque, l'andatura sbilenca mi d carattere.
Se sono un tipo sarcastico? S, lo sono.
Entro in biblioteca, accettando con piacere il suo freddo
abbraccio. Prendo la torcia dal suo cantuccio vicino alla porta
e l'accendo.
Gli agenti dell'ufficio del procuratore mi avevano pedinato
fino al Maritime e Rosenblatt sapeva che Shapsko mi aveva
fatto prelevare per parlarmi. Che diavolo stava succedendo?
Questa volta  stato molto pi difficile inventarsi qualcosa,
ma alla fine me la sono cavata. La mia versione, cos come
l'ho riportata al procuratore,  stata questa: mi ero descritto
come una mezza calzetta, un veterano, un ladro, un mercenario,
un esperto di tutto, maestro di niente. Mi ero raccomandato
alla clemenza di Shapsko, offrendogli i miei servigi
in qualsiasi veste avesse voluto.
Lungi dall'essere in collera per il mio tentativo maldestro
di irrompere nel suo ex appartamento nel Queens e il mio
successivo scontro con sua moglie, Shapsko era rimasto colpito
dalla mia abilit nel rintracciarlo e nel seguirlo senza
essere scoperto. Ancora di pi l'aveva impressionato il fatto
che fossi sopravvissuto al faccia a faccia con sua moglie Iveta,
per la quale non sembrava essere troppo preoccupato, e
che chiaramente avessi dei contatti governativi sufficienti a
garantirmi un'evacuazione medica.
Yakiv aveva un lavoro per me, una missione "delicata".
Avrei dovuto incontrarlo il giorno seguente, in privato, per
discutere i dettagli nel suo ufficio sulla Ventiseiesima Ovest.
Se non mi fossi presentato, mi avrebbe trovato e ucciso.
Quindi, in breve, Shapsko si era bevuto le fragili stronzate
che gli avevo propinato. Il mio sollievo  stato sconfinato, ho
detto a Rosenblatt, che, per tutta risposta, mi ha chiesto se
pensassi davvero che gliene fregasse qualcosa.
Ho raccontato al buon procuratore che il mio piano, a
questo punto, era di usare una simile opportunit per ammazzare
Shapsko in un contesto pi intimo, dato che la situazione
in albergo non era affatto l'ideale; se avessi tentato
qualcosa di anomalo l dentro, gli uomini dell'ucraino mi
avrebbero preso nel giro di pochi secondi.
E inaspettatamente, incredibilmente, il procuratore
Rosenblatt si  bevuto le fragili stronzate che gli ho propinato.
Certo, mi ha tenuto sulle spine per un po' e non la finiva pi
di gracchiarmi contro, rinfacciandomi la mia incapacit di
fare qualsiasi cosa in modo lineare, ma poi se l' bevuta.
Perch voleva bersela.
E mi ha ripetuto il suo avvertimento su Iveta: quella donna
 zona interdetta. Non avrei dovuto cercarla, non avrei dovuto
avvicinarmi a pi di cento metri da lei, mai mai mai pi,
per nessuna, nessuna ragione al mondo.
La cosa mi  sembrata un po' ridondante, dato che, per
quanto ne sapeva il procuratore, non avevo alcun motivo di
coinvolgere ancora Iveta. Non ho replicato, ma non pensiate
che mi sia sfuggito il fatto che gi per la seconda volta avesse
perso il controllo, usando un tono protettivo nei confronti di
quella donna, nonostante la sua totale mancanza di etica e la
sua usuale indifferenza verso i danni collaterali.
Mi strofino l'avambraccio ed esamino la tumefazione rossa
che si sta formando sulla pelle. Sembra abbastanza innocua,
pi piccola di una puntura di zanzara. La cosa per non
mi va gi, neanche per un nanosecondo.
Questa  stata la sola conseguenza veramente negativa
della mia conversazione con il procuratore distrettuale. Avevo
perso il cercapersone? Nessun problema. Ha insistito,
tuttavia, perch venissi dotato di un sistema di monitoraggio
elettronico. In questo modo avrebbe potuto mandare dei rinforzi
nel caso fossi stato rapito, eccetera. Era per la sua tranquillit
d'animo, e per la mia sicurezza. Testuali parole.
E, come ciliegina sulla torta, il mio nuovo amico, l'aitante
soldatino con cui mi ero intrattenuto sull'Ottava Strada, aveva
l'equipaggiamento giusto per farlo, proprio l sul posto.
Lo strumento assomigliava a una di quelle vecchie etichettatrici.
Da bambino ero solito etichettare ogni cosa nella mia
stanza. Perfino la vaschetta dei pesci: PESCI ROSSI. Per timore
di dimenticarmi.
Piccoli frammenti di una vita che immagino sia mia, lacunosa
da morire.
In ogni modo, Lentiggini me l'ha applicato. Pop: una piccola
puntura e mi sono ritrovato un microchip all'avanguardia,
pi o meno del 2011, impiantato nel braccio.
Fantastico.
Mentre mi addentro nel ventre della biblioteca, rifletto sui
due sistemi GPS attaccati alla mia persona. Chi  che li tiene
d'occhio? Quante informazioni forniscono? Che tipo di attrezzatura
viene utilizzata per monitorarli? Chi, tra l'impresa
di Shapsko e l'ufficio/struttura militare del procuratore,
pu vantare la strumentazione migliore?
L'avamposto di Shapsko me lo immagino con delle luci
soffuse e un personale femminile sexy proveniente dall'Europa
dell'Est, capelli e carnagione scuri, tute aderenti nere e
auricolari opachi dello stesso colore. Degli schermi olografici
raffigurano in 3D la mia posizione esatta, le mie condizioni, il
mio battito cardiaco e i continui cambiamenti del mio umore.
Il quartier generale del procuratore invece dev'essere un
posto squallido, in cartongesso, illuminato da luci al neon.
Un ufficio temporaneo, allestito in fretta e furia, con delle
schifose sedie di metallo e dei dipendenti appena retrocessi,
scontenti e piuttosto bruttini, che fissano un segnale luminoso
bianco che lampeggia su uno sfondo nero come in uno di
quei videogiochi di prima generazione, da cui si evince solo
un'idea approssimativa della mia ubicazione.
Nella struttura di Shapsko avranno anche un qualche sofisticato
modello rotante computerizzato...
Aspetta un attimo. Mi fermo sul posto e vengo riportato
di colpo alla realt che mi circonda. Sposto la luce da sinistra
a destra, poi su e gi per le scale.
Dove sono i gusci dei pistacchi?
Vedete: ogniqualvolta si diffonde la voce (e si diffonde
velocemente) che sono fuori per lavoro, tutti gli occupanti
abusivi sanno che devono evitare questo posto.  come se
qualsiasi nefandezza io stia combinando crei un campo di
energia negativa che li respinge. Strano ma vero. La cosa non
mi interessa; preferirei di gran lunga starmene sempre da
solo, anche se li tollero quando sono nei paraggi.  un edificio
pubblico.  il mio edificio pubblico. Perci, quando esco
per una missione so di dover essere superattento.
E, nel caso non l'aveste ancora capito, io ho un Sistema. Il
Sistema  fatto di mappe, rituali e percorsi che devo ripetere
in determinate circostanze. Ci sono anche degli oggetti simbolici,
nel mio caso la boccetta delle pillole, la chiave, ovviamente,
la bottiglia di Purell e il cappello.
I rituali sono suddivisi in tre generi: sicurezza, igiene e altri
(o "vari", se preferite, anche se "altri"  la dicitura pi adatta,
secondo me).
Tra i rituali di sicurezza c' la dispersione dei gusci. Li raccolgo
nella mia ciotola e li spargo in giro a colpo sicuro prima
di uscire dalla biblioteca, sempre e solo sulla terza rampa di
scale. Di notte poi pulisco tutto con il fidato aspirapolvere a
mano. Se al mio ritorno dovessi notare dei gusci schiacciati,
mi aspetterei di avere degli ospiti al piano di sopra e mi preparerei
di conseguenza.
In questo caso i gusci non si vedono, da nessuna parte. N
sani n rotti. Continuo a muovere la torcia su e gi. Correzione:
siccome nell'intero edificio le luci sono spente, mi sto
affidando pi all'udito che alla vista e non ho ancora sentito
il familiare suono del rientro, lo scricchiolio sotto i piedi. Ora
ne sto avendo la conferma visiva. Qui non c' neanche un
guscio e sono gi a met della terza rampa.
Spengo la torcia e l'oscurit, un'oscurit totale, mi circonda
in un instante.
Okay. Mi inginocchio, con una smorfia di dolore, e cerco
a tastoni la serratura della ventiquattrore. La combinazione
giusta  gi inserita. Sei, sei, sei. Appena localizzata la serratura,
apro la valigetta.
Non conosco molto bene questo particolare modello di pistola,
ma l'ho gi vista assemblata, perci procedo lentamente,
armeggiando con i vari componenti per incastrarli l'uno
nell'altro il pi silenziosamente possibile.
Le Sig Sauer sono abbastanza intuitive e facili da usare.
Mi vengono in mente un paio di cose. La prima: chiunque
sia qui, probabilmente a questo punto avr gi notato la mia
presenza. La seconda: nella valigetta dovrebbero esserci anche
degli splendidi occhiali per la visione notturna.
Rovisto al suo interno finch la mano non ci sbatte contro,
cerco di individuare la parte davanti del dispositivo, mi
tolgo il cappello e me li infilo, sistemandoli nella posizione
corretta. Cos va meglio. Mi rimetto il cappello.
Il mondo attorno a me si tinge di rosso.
E quasi mi viene da vomitare per l'intensit di quello che
 senza ombra di dubbio un "ricordo": un colpo d'occhio da
paesaggio lunare, reso irreale dalla sfumatura di rosso che
la visione notturna conferisce al paesaggio. Scorgo un carro
armato, un Humvee, due o tre veicoli civili, un carretto e del
bestiame. A livello del suolo il caldo  asfissiante. Pi in l si
vedono anche delle case basse. In secondo piano, un uomo
che finora non avevo notato si alza con aria indifferente e inizia
a fare dei segnali con la mano a una o pi persone dietro
di lui, invisibili dalla mia posizione. Sparo un colpo e quando
il suo torace esplode capisco che un qualche obiettivo a breve
termine  stato raggiunto.
Sbam. Sono tornato al presente, ma, Cristo se la cosa mi ha
sconvolto. La mia visuale  passata per un qualche tipo di mirino
a infrarossi.
Cosa avr fatto mai perch il mio cervello si ricordi certe
cose in maniera cos frammentaria, mentre di altre conserva
una memoria fotografica?
Cosa avr fatto?
Non  questo il momento di pensarci. Non lo far. Mi sembra
di sentire la voce di mia madre: "Se non ora, quando?" La
mia risposta: "Se fosse per me, mai."
Dopo aver chiuso la valigetta, mi tolgo scarpe e calzini e
li lascio sulle scale. Procedo poi lungo il corridoio che porta
alla sala di lettura, tenendo la pistola e la torcia incrociate
alla maniera di tutti gli agenti di polizia, almeno cos come
vengono dipinti da Hollywood. Perch? Abitudine. E poi
sembra figo.
Noto che  stato spento il generatore. Maledizione, come
hanno fatto a trovare quel bastardo? La manomissione deve
essere stata su larga scala, dato che neanche le lanterne da
campeggio a batterie che avevo appeso per tutto il corridoio
sono accese. Che rottura di coglioni. Se viene fuori che sono
solo dei ragazzini che stanno cazzeggiando...
Mi fermo vicino all'entrata (la sala di lettura  il cuore
dell'edificio e gode di un magnetismo particolare, perci  il
posto naturale in cui chiunque si dirigerebbe) e ascolto attentamente
per determinare se ci sia qualcuno appena oltre la
porta. Novanta secondi mi sono sufficienti per decidere che
gli eventuali ospiti devono essersi addentrati oltre in quello
spazio enorme.
Mi accovaccio e faccio ruotare lentamente il corpo fino a
ritrovarmi nella sala. Scopro con piacere che gli occhiali sono
sensibili al calore, wow! Distinguo immediatamente due
individui, uno tra le teche affisse alla parete ovest della stanza,
l'altro dalla parte opposta... Quest'ultimo riesco a vederlo
solo parzialmente perch la sua figura  coperta da alcune
panche.
Un terzo uomo si alza e si muove lentamente verso sinistra,
attraversando la stanza per raggiungere il suo compagno.
Tre uomini in tutto. Almeno credo. Tocco la chiave come
portafortuna.
Mi sono fatto l'idea che, nel momento in cui la mia presenza
 stata individuata, il tipo pi a est stesse frugando tra
i miei effetti personali. Noto che la mia roba non  riposta come
dovrebbe nel mio cantuccio preferito, che  appena alla
sua destra.
Perci immagino che l'uomo in questione debba essere il
pi pericoloso dei tre, ma allo stesso tempo anche il pi utile
per rispondere alle mie domande; gli altri due invece si saranno
aggiunti con tutta probabilit per dargli man forte in caso
di necessit.
Se solo avessi una vista migliore dell'uomo alla mia destra.
Vorrei metterlo fuori combattimento, ma sotto tiro non
ho che una parte della testa e del torace. Non si pu fare.
Sono gli eventi a scegliere al mio posto, il che per me va
altrettanto bene. Uno dei due tizi a sinistra inizia a muoversi
rapidamente nella mia direzione, rasentando a tentoni la
parete per non sbattere contro i lunghi tavoli. Dubito che mi
abbia localizzato. Credo piuttosto che gli sia stato ordinato di
coprire la porta.
Il guaio, con gli occhiali per la visione notturna,  che trasformano
ogni essere a sangue caldo in una forma indistinta
color rosso fuoco, simile a quelle immagini sfocate del finto
Yeti. I dettagli sono pochi, soprattutto quando si tratta di oggetti
in movimento.
In ogni modo, mi faccio avanti, prendo la mira attentamente
e gli sparo in quella che spero sia la testa. Credo proprio di
averlo colpito, dato che lo sento esalare un rantolo, prima di
vederlo scomparire dietro ai tavoli.
A questo punto si mettono in movimento anche gli altri
due, perci, considerato che non possono non aver visto il
bagliore dello sparo, decido di spostarmi a mia volta, con una
semplice capriola laterale. Per prima cosa vorrei rendere inoffensivo
l'uomo che stava rovistando tra la mia roba e che ora
sta correndo verso il punto in cui mi trovavo fino a un istante
fa.
Mi prendo un rischio calcolato e, continuando a tenere un
occhio sull'altro tipo, aspetto che il mio primo obiettivo emerga
da dietro alla fila dei tavoli. Non appena compare, sparo dalla
distanza di cinque metri a quella che credo sia la sua gamba,
sperando di non colpire un'arteria. Questo in onore di Iveta
Shapsko. Il suo  stato un gesto cos naturale, mentre a volte
ci si dimentica di scegliere dei bersagli non letali in situazioni
cariche di emozioni come questa.
Io per non ho alcun contatto con il mondo emotivo. Mi
sento disincarnato, analitico, ed  una sensazione molto piacevole.
Mi d sicurezza.
L'uomo che ho identificato come il numero uno cade a terra
di faccia, sbattendo contro il bordo di un tavolo, e inizia a
urlare come una banshee. Lo trovo estraniante e del tutto inappropriato,
considerato che siamo in una biblioteca. Vorrei
farlo stare zitto solo per principio e la cosa inizia a distrarmi.
Per un momento devo anche aver perso di vista l'uomo numero
tre, che ora sembra scomparso nel nulla.
Tutto  tranquillo, come in una sorta di intervallo.
Numero uno  ancora sul pavimento, ha smesso di gridare
e sta respirando faticosamente... A un tratto inizia a
parlare, in una lingua slava...  serbo e il mio serbo  un po'
arrugginito... Si star rivolgendo a Dio o forse sta indicando
la mia posizione al suo amico.
Cos, senza fare rumore, raggiungo con qualche altra capriola
il passaggio che separa le due file di tavoli e divide la
sala a met, ipotizzando, a ragione, che l'uomo numero tre si
stia muovendo con circospezione lungo lo stesso corridoio, a
circa sei metri di distanza da me.
Mi bastano pi o meno tre secondi per piantargli una pallottola
nel petto, che faccio seguire, il pi velocemente possibile,
da un colpo in testa. Il tipo crolla in ginocchio, rimane
cos per un momento e poi cade di fianco. Con tutta probabilit
 morto prima ancora di toccare terra.
L'uomo numero uno ha continuato a parlare per tutto il
tempo; mentre lo ascolto il mio cervello si adatta alla lingua
e le parole diventano sempre pi comprensibili. Ora sta dicendo:
Lo sparo era due metri a sinistra dalla mia voce, uno
sparo basso. Sto ancora elaborando la frase appena sentita,
quando quello fa partire un colpo che mi sfiora l'orecchio, cosa
davvero incredibile dato che di certo non pu vedere nulla
in questa oscurit. Ogni rumore da quel lato si trasforma in
un suono acuto e una sensazione di calore...
Preoccupato per il mio vestito, mi lascio cadere su un fianco,
rapidamente, scivolando verso sinistra per evitare (almeno
spero) che il sangue mi sporchi il collo o la spalla della
giacca. Ora ho una visuale perfetta sull'uomo numero uno,
che sta cercando disperatamente di capire se mi abbia colpito
o meno, indirizzando la pistola di qua e di l.
Posso prendermi tutto il tempo che mi occorre per recuperare
l'equilibrio e per osservare attentamente il mio bersaglio.
Quando mi ritengo soddisfatto, gli sparo alla mano, costringendolo
a lasciar cadere la pistola, che atterra da qualche parte
tra di noi.
A questo punto non mi resta che strisciare nella sua direzione,
lasciando per un momento la mia pistola per afferrare
la sua. Me la infilo nei pantaloni dietro la schiena e raccolgo
di nuovo la mia arma.
Quello inizia a parlare la mia lingua. Ehi dice. Ehi. Okay.
Basta cos. Ehi...
Gli punto la torcia in faccia e l'accendo, ancora steso sul
fianco.  un uomo bianco, sulla quarantina, appena sovrappeso,
con una grossa cicatrice che gli crea una seconda bocca
sotto quella con cui  nato. Capelli a spazzola, polo e jeans.
Ha gli occhi rovesciati all'indietro, come se stesse cercando di
guardare sopra alla propria testa. Mi avvicino ancora un poco,
sempre strisciando.
L'uomo sembra sul punto di avere uno shock, perci lo
colpisco con la torcia. Farfuglia qualcosa e i suoi occhi fanno
dietro front verso di me. Non sembra particolarmente spaventato,
solo confuso... Ha un foro sulla coscia, ma fortunatamente
il sangue che continua a raccogliersi non arriva a
lambire il mio gomito.
In ogni modo, credo di avere la sua attenzione. Mi dia la
maglietta gli dico in serbo.
Ehi risponde quello, parlando al soffitto. Poi, in serbo:
Cosa?
Ho detto, mi dia quella dannata maglietta e senza macchiarla
di sangue.
Sembra in preda al dolore. Do un'occhiata alla mano, malridotta
com' a causa del mio ultimo colpo, il mignolo andato
e l'anulare sparito sopra la seconda articolazione. Maledizione,
non era mia intenzione arrecargli un danno simile.
Eroicamente, riesce a togliersi la maglietta senza farci andare
troppo sangue sopra.
La afferro, la appallottolo nella mano sinistra e la premo
con forza contro il mio orecchio. Poi mi alzo. Gli do un pestone
all'altezza del rene, due, per sicurezza. Anche se sono
a piedi nudi. Se questo vestito si  rovinato, che dio mi aiuti...
Mi tolgo la giacca e la lancio su una panca, cercando goffamente
di tenere sempre la sua maglietta contro l'orecchio.
Sembra a posto, ma  impossibile dirlo con certezza con indosso
gli occhiali. Vi avevo gi detto che questo era il mio ultimo
completo?
Il tizio non sta facendo molto a parte lamentarsi e per il
momento credo che non se ne andr da nessuna parte. Sarebbe
meglio se non morisse dissanguato, dato che io e lui dobbiamo
farci una chiacchierata, perci avanzo zoppicando fino
al suo compare, un altro tipo tarchiato, con in pi la barba.
 stato un colpo alla testa pulito, con un foro di entrata
piuttosto piccolo e perfettamente circolare. Dietro, dove il
proiettile  uscito dal cranio,  pi incasinato. E poi c' quella
ferita al torace... Devo proprio dirlo: sono davvero in gamba
quando si tratta di sparare. Lasciamo perdere. Il corpo non lo
esamino neanche, mi limito a strappargli di dosso la t-shirt e
a farla a pezzi.
Molto rapidamente, vado a controllare anche il terzo tizio
dall'altra parte della sala. Eh gi, l'ho preso in pieno. La pallottola
ha attraversato l'orbita dell'occhio destro. Si sta ancora
contorcendo, perci mi inginocchio e gli punto la pistola
proprio sotto la mascella. Mi guarda terrorizzato con l'occhio
sinistro. Gli sparo un colpo, che gli esce da sopra la testa.
Fatto questo, me ne torno dall'uomo numero uno. Gli dico:
I suoi colleghi sono morti. Ma a lei, signore, credo proprio
che medicher queste ferite. Voglio farle vedere che sono...
Cerco l'espressione corretta in serbo. Un uomo ragionevole.
Mi infilo un paio di guanti chirurgici che tenevo nella tasca
di dietro. Torno a parlare in inglese.
Quindi, amico mio. Per cortesia, non faccia niente di avventato...
Direi che sto esagerando, perch a questo punto il
tipo non  in grado di fare un granch.
Creo un laccio emostatico piuttosto stretto e lo annodo
attorno alla sua gamba ferita. Gli avvolgo la mano distrutta
con una benda, alla meglio. Mi sento un pochino in colpa per
la mano. Non torner mai pi quella che era, neanche lontanamente,
se lui dovesse sopravvivere. Cosa che, purtroppo,
non posso comunque consentire. Ah be'.
Come dice quel saggio figlio di puttana: "Non essere un
teppista da due soldi che si aggira furtivamente nell'abitazione
di qualcun altro, rovistando tra la sua roba per poi aspettarlo
al buio. Qualcuno potrebbe giustamente pensare che tu
voglia fargli del male e reagire nel modo che gli sembra pi
opportuno."
Mi accovaccio vicino al tipo e gli punto la luce in faccia. Le
sue pupille si dilatano, cosa che prendo come un segnale positivo.
Ehi. Raggio di sole. Non mi piace essere preso a bersaglio.
In modo particolare da parte di un branco di brutti ceffi
come voi. L'uomo respira a fatica, rumorosamente. Potrebbe
collassare a momenti, perci mi affretto. E non mi piace
quando qualcuno fruga tra la mia roba. Chi sareste voi?
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Per il momento stendo i tre corpi sul tetto, i piedi rivolti
verso il parco in modo tale che non rotolino gi, data la leggera
pendenza. Il mattino ha fatto capolino gi da un'ora e ha
tutta l'aria di essere uno di quei giorni opachi, coperti di nuvole,
che ti fanno venire l'emicrania e ti cuociono lentamente
come un uovo sodo.
Sono davvero troppo stanco per occuparmi ulteriormente
di questi tipi e non ho ancora fatto nulla per il mio orecchio,
a parte appiccicarmi in testa con del nastro adesivo una maglietta
appallottolata. Sono a torso nudo e sto masticando un
pezzo di yak essiccato che ha la consistenza dell'asfalto, ma 
sufficiente per farmi stare in piedi.
L'Empire State Building si erge maestoso come sempre...
Nonostante il massacro del quattordici febbraio sulla piattaforma
di osservazione, ha esattamente lo stesso aspetto
che aveva prima. Perch non dovrebbe? Lo stesso vale per il
Chrysler Building. Cosa era successo li? Non mi ricordo.
Da questa posizione vantaggiosa potr gettare i cadaveri
nei depositi di rifiuti di Bryant Park, dove, se tutto va bene,
verranno bruciati senza che nessuno se ne accorga. Mi era
sembrato un buon piano, prima, ma quando ho trascinato
qui su il terzo corpo ero sul punto di svenire dalla fatica. Forse
ho anche perso del sangue.
Fortunatamente per quelli di noi che devono impacchettare
cadaveri e cose simili, degli imbianchini stavano lavorando
nella sala principale al momento dell'evacuazione,
perci ci sono teloni di iuta in abbondanza con cui avvolgere
i corpi, come dei neonati, nel caso ce ne fosse bisogno.
Li lascio l, tre fagottini.
Non ho ottenuto un granch dal numero uno. Ma il poco
che di fatto sono riuscito a strappargli sembra piuttosto
promettente: il suo nome, il suo documento e una fotografia.
Strascico i piedi gi per le scale e, non appena raggiungo
il mio piano, tiro fuori dalla tasca di dietro il pezzetto di carta
impiastricciato. Dato che stava per morire, gli ho chiesto se
avessi potuto fare qualcosa per lui. L'uomo ha detto di s, che
avrei potuto dire alla sua famiglia che era dispiaciuto. Di qui
l'occasione per ottenere un nome scritto.  passato a miglior
vita prima che riuscissi a domandargli dove abitasse la sua
famiglia. Non che abbia il tempo per simili deviazioni.
Secondo il documento di identit, il suo nome  Goran
Milankovich, alle dipendenze della Do Rite Construction. 
indicato anche un indirizzo: Dodicesima Strada Little West.
Nei tesserini dei suoi due amici figura lo stesso datore di lavoro.
Do un'altra occhiata al pezzo di carta. I caratteri scritti da
Goran sono in una qualche forma di cirillico, immagino serbo,
ma a quanto pare la mia capacit di lettura non  pari alla
mia competenza nella lingua parlata. A volte succede.
La cosa pi sorprendente, tuttavia,  la fotografia. E una
stampa schifosa su carta normale, ma ritrae chiaramente Iveta
Shapsko.  un bel po' pi giovane e sta sorridendo davanti alla
macchina fotografica. Indossa un prendisole o un top morbido
con le spalline (lo scatto  dalla vita in su). Sullo sfondo
si pu vedere uno specchio d'acqua, di certo il Mediterraneo.
Voltando la foto trovo altri scarabocchi in cirillico. Mi viene la
pelle d'oca quando noto, scritto in inglese:
"Quarantaduesima/Quinta Strada."
Il mio indirizzo. Sul retro di una foto di Iveta.
Cos, nonostante la stanchezza, decido di fare un'ultima
cosa prima di dedicare un po' di attenzione al mio orecchio.
Tiro fuori la Tavola di traslitterazione dal cirillico della Biblioteca
del Congresso per confrontare questo testo con tutti gli alfabeti
cirillici conosciuti. Giusto per essere sicuro. Dopo circa
cinque minuti non ho pi dubbi sul fatto che la scrittura sia
di origine serba.  una descrizione delle entrate della biblioteca.
Che significa tutto questo serbo cos all'improvviso?
Chiudo il libro e penso: Maledizione. Yakiv mi ha parlato di
un serbo, il padre dei bambini di Iveta. Com' che si chiamava,
Branko Jokanovic? Mi pare di s. Un "criminale di guerra",
niente di meno. Sembra uno scherzo, quantomeno la cosa 
sospetta. Ma non pi di quanto lo sia ogni altro dettaglio di
questa missione, su cui ho molte informazioni, ma essenzialmente
non so nulla. Ormai non saprei neanche dire quale sia
la missione.
Mentre cammino a grandi passi verso il bagno (l'acqua
in qualche modo scorre ancora, sporca, una sorta di color
ambra; diavolo, no, non le consentirei nemmeno di sfiorare
i miei vestiti), mi chiedo come mai questa gente dell'Europa
dell'Est non possa mantenere la propria tragedia locale
confinata all'interno della regione di merda da cui proviene.
Nei loro gruppi c' sempre qualche problema, qualcosa di
ambiguo che poi immancabilmente degenera, avvelenando
gli affari degli altri cittadini...
Fermi tutti. Devo porre un freno a questa mentalit. Mi
rendo conto che  esattamente quel tipo di pensiero xenofobo
ostentato da delinquenti come J. Edgar Hoover, alcuni
membri del dipartimento di Polizia di Los Angeles verso la
met del XX secolo, Bush Jr e il KKK. Un terreno scivoloso.
Mi sfilo i guanti di lattice e li getto nella spazzatura. Do un
colpetto alla chiave e controllo l'orecchio. Direi che  appena
una sbucciatura. Manca giusto un pezzettino di cartilagine,
tutto qui. Mi  andata bene. Non c' nemmeno tanto sangue.
Ci metto su dell'alcol etilico e intanto mi chiedo se sia saggio
trattenersi qui per la notte. La risposta chiaramente  negativa.
Bagno dei fazzoletti di carta con l'alcol, mi tiro gi i
pantaloni e sfrego tutto il corpo. Fa male, ma almeno mi fa
passare la voglia di dormire.
Mi sto guardando allo specchio. Ho un aspetto disastroso,
sembro un "non morto". Le costole sono sporgenti e riesco a
vedere la parte superiore del bacino. Il collo sembra una corda
di pelle scamosciata. Dovrei prendermi pi cura di me e
trovare delle fonti di nutrimento pi consistenti.
Nel frattempo, devo decidere cosa cazzo fare.
Il Sistema ha un principio di base, che, a dire il vero, segue esattamente
lo stesso tipo di logica che viene inculcata nell'esercito.
Quando ti senti perso, fai un inventario di quello che sai.
Punto uno: il procuratore distrettuale mi ha incaricato di
uccidere Yakiv Shapsko, cosa che secondo i suoi piani dovrebbe
accadere entro oggi. Mi sta monitorando elettronicamente.
Punto due: Yakiv Shapsko mi ha incaricato di uccidere
sua moglie Iveta. Se fallisco sar lui a uccidere me. Come sopra,
Shapsko mi sta monitorando elettronicamente.
Punto tre: un qualche serbo, che pu essere come non essere
Branko Jokanovic, l'ex fiamma/carceriere di Iveta Shapsko,
sta cercando sia me che Iveta e in qualche modo deve aver
collegato la donna a me, a questo indirizzo o a entrambi.
Punto quattro: l'attuale ubicazione di Iveta Shapsko  sconosciuta.
Mentre mi tiro su i pantaloni, mi chiedo dove siano le mie
scarpe e mi ricordo di averle appoggiate da qualche parte
sulle scale. Insieme alla valigetta.
In circa tre minuti mi sono rivestito e ho cambiato la camicia.
C'era del sangue sul colletto. Forse  recuperabile, ma non
 il caso di andarsene in giro con un aspetto sgradevole.
Apro la cartellina di manila che mi ha dato Yakiv.
Iveta Shapsko (nata Balodis), trentanove anni, di nazionalit
lettone, altezza un metro e sessantotto, peso cinquantotto
chilogrammi, capelli castani, occhi verdi... Un momento.
La mia roba  sparpagliata ovunque, ma riesco comunque
a trovare il dossier che mi aveva consegnato il procuratore.
Lo lascio cadere accanto a quello di Yakiv. Sono identici, compresa
la foto di lei scattata in una corsia di un negozio di alimentari.
Le stesse informazioni, lo stesso carattere, lo stesso
formato. Devono provenire dalla medesima fonte. Identici.
Non del tutto, a dire il vero. Il dossier che mi ha dato Yakiv
contiene un altro indirizzo, oltre a quello nel Queens.
Okay, questo  strano.
Si tratta di un edificio altissimo, un vero pugno in un occhio,
in Columbus Circle: al numero 1 di Central Park West,
la Trump Tower. Non mi viene in mente alcuna relazione possibile.
 tempo di organizzarsi. Individuo la fondina da spalla in
cui tengo sia la Beretta che la mia nuova Sig Sauer. La pistola
del serbo  una di quelle CZ-99. Ne ho sentito parlare bene,
ma sono contento di come si  comportata la Sig e ovviamente
la mia Beretta  una di famiglia. Metto via la CZ-99 insieme
al resto della mia roba.
Nonostante fuori faccia molto caldo, decido di indossare
il mio giubbotto in kevlar, che serve soltanto a far credere che
abbia un torace di dimensioni normali.
Per il resto: riempio di nuovo la valigetta, mettendoci dentro
una confezione da sei di Purell, un taglierino verde, altri
guanti da chirurgo, un bel po' di munizioni, gli occhiali, la torcia,
la macchina fotografica, le mie cartelline, lo spazzolino da
denti, una bustina richiudibile di pistacchi, della carne affumicata,
della biancheria intima e due paia di calzini. Mi accerto
di avere la chiave con me, nella tasca anteriore dei pantaloni.
Tengo in mano i due dossier su Iveta.
Rifaccio il mio zaino militare e lo ripongo di nuovo nel suo cantuccio.
Sono le 7,45 del mattino. Non so proprio come far quando
quell'orologio a muro, che probabilmente risale ai tempi in cui
hanno costruito l'edificio, smetter di funzionare. Ancora non
ho in mente la mia prossima mossa. Fanculo, se continuo a
starmene qui seduto mi addormenter di certo e dormendo 
probabile che finir per farmi uccidere.
Mi rimetto il cappello, sussultando quando tocca il mio
orecchio ferito, butto gi una pillola e mi dirigo verso l'uscita posteriore.
Fuori, quella puzza. Il Grande Tanfo.
Passando davanti ai depositi di rifiuti in fiamme, getto nel fuoco i dossier su Iveta.
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Sinistra, sinistra e di nuovo a sinistra, mi lascio guidare dal
Sistema. Ciondolo in direzione ovest quasi fin dove si pu
arrivare e poi giro ancora a sinistra. Respirare  come inalare
della plastica calda allo stato liquido. Se non fossi abituato
soffocherei, cazzo.
Vengo superato da un furgoncino piuttosto rumoroso. Il
portello posteriore  aperto, perci riesco a vedere l'interno,
pieno di cinesi che sostengono una lastra di marmo. Due di
loro mi guardano storto. Che si fottano. Almeno sanno quale
lavoro devono portare a termine, per quanto umile sia. Io
invece sto ancora cercando di capire il mio programma e so
gi che non ci sar nessuno a darmi una mano.
Malgrado tutto, sto camminando lungo l'Undicesima Strada.
Il Tanfo e la puzza dell'acqua contaminata permeano l'aria.
Cerco di elaborare un piano.
Da quanto ho capito, il procuratore si aspetta che faccia un
salto da Yakiv, perci una delle prossime fermate del mio treno
barcollante sar di certo l'Odessa Expedited. Casualmente,
proseguendo per questa strada passer proprio nei paraggi.
Prima per voglio dare un'occhiata al Do Rite, sulla Dodicesima
Little West, per vedere cosa succede da quelle parti.
Supero alcune concessionarie di auto, dove dei fossili di
Lamborghini e di Bentley a benzina se ne stanno fermi a prendere
polvere. Supero ci che rimane di ristoranti e altri locali
alla moda, diventati ormai freddi e deserti. Passo anche davanti
ai resti dell'ultimo esercizio di ristorazione aperto da Mario
Batali, che non ha mai riscosso il successo dei precedenti.
Mi torna in mente la milizia di Midtown.  molto probabile
che si tratti di una di quelle leggende metropolitane, come
l'avvistamento di Bigfoot in pieno Central Park. Storie messe
in giro per spaventare la gente. Un meccanismo di controllo.
A dar retta a simili voci, ci sarebbe una banda di ex manager
di hedge fund, del genere Wall Street, armata fino ai denti con
carabine e fucili. Questi tipi si aggirerebbero per la citt aprendo
il fuoco contro qualsiasi cosa assomigli al veicolo di un
pubblico ufficiale o a un funzionario statale. Si dice che questi
uomini e queste donne abbiano avuto un presagio del crac e
abbiano convertito tutte le loro ricchezze in lingotti d'oro, che
tengono al sicuro in un caveau sotterraneo da qualche parte
vicino a quello che una volta era il palazzo delle Nazioni Unite.
In attesa che questo periodo passi.
Si sentono racconti, storie di intrepidi cacciatori di tesori
che partono, come Corts, in cerca della leggendaria El Dorado.
E c' chi dice di aver visto queste anime coraggiose trasportate
a riva a Brighton Beach, i loro corpi gonfi, inzuppati
d'acqua e ridotti a un colabrodo dai colpi di una calibro 45.
Si parla anche di una pattuglia, pare sulla Madison Averne,
che si sarebbe imbattuta in una serie di teste decapitate,
infilzate sui pali che in passato indicavano le fermate delle linee
MI, 2 e 3, autobus notoriamente lenti che servivano i quartieri alti.
Chi pu dire come stanno le cose? In ogni modo, al momento
ho gi abbastanza problemi a cui pensare.
Eccoci arrivati. Giro a sinistra sulla Dodicesima Little West.
 ancora presto, ma il fatto che non ci sia la bench minima attivit
 comunque sorprendente. In mezzo alla strada c' un carrello elevatore.
Passo davanti al vecchio Standard Hotel, che sembrerebbe
essere ancora abitato. Credetemi: gli alberghi alla moda
saranno gli ultimi a essere abbandonati, perch la gente con i
soldi ha bisogno di un qualche posto dove lasciare il proprio denaro.
Sto cercando il numero 14 e mi accorgo di essere arrivato
a destinazione quando vedo il numero civico scritto con la
vernice spray gialla su una saracinesca di metallo abbassata.
 tutto chiuso. Sar perch  domenica? C' ancora chi presta
attenzione a questo genere di cose?
Alla sinistra dell'entrata in stile garage c' una porta a vetri
con sopra il numero 14. Tra i vari nomi sul citofono c' anche
DO RITE. Provo ad aprire la porta, ma  chiusa a chiave. Allora
spingo dei tasti a caso, evitando quello della Do Rite.
Non risponde nessuno. Aspetto un po' e poi, che cazzo,
tiro fuori la Beretta e faccio un buco nel vetro. Mi tolgo la giacca,
la avvolgo attorno alla mano e, dopo qualche tentativo alla
cieca, apro la porta dall'interno. Piuttosto semplice.
Salgo le scale, infilandomi di nuovo la giacca e facendo
delle smorfie di dolore per la mia dannata gamba... Raggiunto
il secondo pianerottolo, in fondo a un corridoio stretto
trovo una porta con la scritta DO RITE incisa su una targa.
Nell'edificio c' un silenzio di tomba e l'oscurit regna sovrana.
Colgo l'occasione per prendere una pillola. Attenzione:
mi sono rimaste solo tre pillole.
Al diavolo, mi infilo i guanti da chirurgo e busso tre volte,
forte. Aspetto, con l'orecchio attaccato alla porta, tenendo la
Beretta in mano alla bene e meglio.
Sono abbastanza sicuro che non ci sia nessuno. Indietreggio,
puntellandomi al muro. La porta va in pezzi al mio quarto
calcio; il pomello cade e rotola per il corridoio.
Non molto delicato, ma non ho mai imparato a forzare
una serratura.
Dentro  tutto buio. Apro la mia valigetta, prendo la torcia e
l'accendo. Tocco nervosamente la chiave e mi incammino per
il corridoio.
La moquette, logora, puzza di muffa. Lungo le pareti sono
impilate delle scatole portadocumenti Office Depot. Su
ogni scatola  indicata una data. Le illumino con la torcia e
le osservo per un po'. Sembra che vadano dal 2003 a oggi.
Procedo oltre.
Raggiungo una stanza pi grande, un paio di cubicoli con
delle macchine da scrivere e delle sedie economiche. Sulle pareti
c' l'immagine di una spiaggia dall'aspetto idilliaco, con
la scritta "Cipro" in caratteri fioriti, un calendario di muscle cor,
con la fotografia di una Dodge Charger, aperto sul mese e l'anno
corrente, e una mappa raffigurante la met inferiore della
citt, con quattro puntine da disegno bianche che indicano
ognuna un diverso indirizzo nel distretto finanziario.
Attraverso un'altra porta mi introduco in un ufficio. Al
suo interno, delle minuscole finestre fanno entrare la luce del
sole, perci spengo la torcia e inizio a esaminare la stanza.
Piuttosto ordinata, molti documenti scritti in inglese e in
due tipi diversi di cirillico... Uno lo riconosco come russo, l'altro
 la variante serba. Un piccolo spazio di lavoro, con un
computer da scrivania e quella che si direbbe un'icona ortodossa.
Mi prendo un secondo per scorrere la pila di carte pi vicina:
fatture, eccetera, corrispondenza, tutta roba regolare,
piuttosto noiosa, in inglese, in russo e in serbo. Ogni documento
 firmato da un certo Brian Petrovic.
Mi gratto il mio nuovo microchip, riflettendo.
Poi il mio sguardo viene attratto da qualcosa al centro della
stanza. Un tavolino da caff, con sopra un complicato modello in scala di quella che, senza ombra di dubbio,  la Freedom
Tower. Lo osservo per un secondo, cercando di capire cosa ci
sia di strano.
Alla fine capisco: c' una torre in pi, per qualche ragione
fatta in un materiale che si direbbe palissandro. Gli do
un colpetto leggero, facendola traballare.  solo appoggiata,
non fa parte del modello.
La tiro su con attenzione.  larga circa otto centimetri e alta
tredici. Odora di palissandro. La scuoto delicatamente e sento
qualcosa muoversi all'interno. La rivolto un paio di volte.
Non ha niente di particolare, a parte un simbolo inciso che
perfino io riesco a riconoscere come una croce dall'aspetto bizantino,
con quella barretta in pi che la taglia diagonalmente
vicino alla base. Potrebbe essere greco-ortodossa. O anche
serbo-ortodossa. Non posso farne a meno, con tutte queste
stronzate esoteriche sparse per la mia testa.  che mi piace
leggere.
All'inizio ho un po' di difficolt ad aprirla, ma dopo averci
perso una decina di secondi mi accorgo che uno dei lati  in
realt un'assicella rimuovibile. La faccio scivolare per tutta la
lunghezza della scatola. Dietro a una vetrinetta di plastica si
intravede qualcosa. Ancora una volta ci metto un po' a capire.
Dopo qualche istante mi rendo conto che sono di fronte
a una mano mummificata appoggiata su del velluto rosso.
Una mano mummificata molto, molto vecchia, con il colore e
la consistenza di un'albicocca essiccata.
Vorrei tanto poter dire che sia appartenuta a una scimmia,
ma esaminando le unghie... un gibbone? No. Non sono un
archeologo, ma sembrerebbe proprio una mano umana.
Una croce ortodossa, una mano...
Proprio in questo momento sento delle voci ovattate. Due
o pi individui devono aver appena superato l'ingresso. Mi
sembra di udire uno "Sssh", poi fanno silenzio.
Merda. Apro la valigetta e ripongo la scatola di legno all'interno.
Non saprei dire esattamente perch, ma ogniqualvolta
da non so dove salti fuori un resto umano, vale la pena di
prestarvi molta attenzione. Parlo per esperienza.
A essere sinceri, credo che questa parte del corpo in particolare
sia un oggetto unico, che sarebbe meglio tenere a portata
di... mano?
Ops, scusate.
Mi avvicino con cautela alla porta e la chiudo a chiave.
Mi posiziono sulla sinistra, alzando il cane della Beretta. Appoggio
il mio orecchio buono sul pannello di compensato
che funge da parete dell'ufficio.
Dopo circa tre minuti qualcuno prova silenziosamente a
girare il pomello. Trovando la porta chiusa, prova a scuoterlo,sempre senza fare rumore. Dall'altra parte del muro sento
dei mugugni, poi per qualche momento non succede nulla.
A un tratto vedo la plastica di un tesserino di riconoscimento
scivolare nella fessura tra la porta e la parete, appena
sopra il pomello. Capisco cosa stanno cercando di fare e mi
irrigidisco. Il tesserino scende lentamente e fa scattare la serratura.
Appena vedo la mano di un uomo aprire la porta, scaglio
con forza il calcio della pistola contro il suo avambraccio. Il
tipo lancia un grido di dolore e cerca di sollevare una Glock
con l'altra mano. Lo colpisco sulle nocche e l'arma gli cade
sulla moquette. Poi lo afferro per il braccio e lo tiro verso di
me, torcendogli il polso dietro alla schiena. Lo costringo a
voltarsi e, dopo averlo fatto avvicinare con uno strattone, gli
infilo la pistola dentro l'orecchio. Tutto questo continuando a
tenere con due dita la valigetta.
Solo ora mi accorgo di avere anch'io la canna di una pistola
puntata contro e dietro di essa vedo una donna, forse sulla
trentina, capelli scuri, con indosso un pratico abito d'affari blu.
In lei c' qualcosa dell'Asia subcontinentale, la sua pelle ha una
bella lucentezza bronzea.
L'uomo che tengo nella mia morsa indossa uno spezzato
blu, di fattura economica. A occhio il loro abbigliamento grida
"agenzia governativa", ma vedremo.
Getti la pistola dice, con tono un po' incerto. Getti la
pistola o sar costretta a sparare. Siamo agenti federali.
Sorrido... S signore,  l'ora dei dilettanti.
Sarei felice di gettare la mia pistola, se cortesemente prima
volesse mettere a terra la sua. Come pu vedere, ho qui
il suo collega e non gli sono ancora particolarmente affezionato.
Sta sbattendo le palpebre e le mani iniziano a tremarle un
po'.
Il tizio qui vuole fare l'eroe e dice: Anne, non ci pensare
nemmeno. Spara. Puoi farcela. Troppi film di Bruckheimer.
 un ometto, dovrebbe prendere la vita come viene.
Anne sta cercando di riprendersi. Ho detto getti la pistola.
Anne, le dico lo sa che se prova a spararmi, colpir entrambi.
Vero? Allora perch non ci rilassiamo un attimo, facciamo
un passo indietro, ne parliamo e vediamo se riusciamo
a risolvere la faccenda.
Spara ripete l'eroe.
Mi ascolti adesso. Rimango concentrato su Anne. Siamo
tutti un po' su di giri. Sono tempi folli. Che ne dice se mettiamo
gi le pistole e ci facciamo una chiacchierata? Scommetto che
possiamo diventare amici. Scommetto che facciamo perfino
parte della stessa squadra. Quando in futuro ci ripenseremo,
ci rideremo su. Mettiamo a terra le pistole.
Anne sta vacillando.
Non farlo, Anne, spara.
Amico, vuole morire? Qual  il suo problema?
Vai a farti fottere.
Sospiro. Davvero, Anne, le probabilit che questa storia
vada a finire male sono molto, molto elevate, a meno che
non mettiamo gi le pistole. Mi offro perfino volontario per
fare il primo passo. Okay? Ecco.
Torcendo ulteriormente il braccio dell'uomo, che grugnisce
senza darmi la soddisfazione di mostrare pi apertamente
il suo dolore, lo costringo ad accovacciarsi con me. Poggio la
pistola sulla moquette. Ci rialziamo insieme; ho come la sensazione
di trovarmi in una qualche sala di danza moderna.
Visto? E il suo turno adesso.
Anne mi punta la pistola alla testa con rinnovata determinazione
e vedo il dito sul grilletto irrigidirsi. Cos, le spingo
contro il suo collega con tutta la forza che ho. I due si scontrano
e cadono a terra. Le parte un colpo, boom! Qualcuno sbatte
con la testa sul fragile tramezzo che separa i cubicoli, che a sua
volta crolla sollevando un mucchio di carte.
Tiro fuori la Sig Sauer e la punto contro di loro. Sono illesi,
per quello che riesco a vedere, e l'uomo, dai tratti giapponesi,
ha un aspetto tra l'imbarazzato e il furioso. Sta controllando
il proprio corpo.
Cristo, sono stato colpito? Sono ferito?
Anne sembra stordita.
State tutti bene? chiedo loro.
Siamo agenti federali mi risponde il tipo di origini giapponesi,
con il viso infuocato. Immagino che non riesca a capacitarsi
di quanto la cosa sia andata storta. Sei gi abbastanza
nei guai.
Mmm. Vediamo i vostri documenti.
Non ti daremo un bel niente. Butta gi la pistola replica
il tizio.
Mi sto innervosendo. Amico, gli dico non  in una posizione
particolarmente buona per dirmi cosa devo o non
devo fare. E poi non mi piace il suo tono di voce. Perci faccia
quello che le dico e mi dia un documento.
Anne, che ha ancora in mano la pistola, ma sembra essersene
dimenticata, mi lancia il suo tesserino. Sta perdendo
sangue dal naso.
Maledizione, Anne. Cosa stai facendo?
Sto prendendo l'iniziativa, quindi chiudi la bocca, Mike
dice lei. Quello obbedisce.
Sul tesserino c' scritto: ANNETTE JASPREET, FBI.
FBI? Davvero?
S. Siamo agenti federali, come le abbiamo gi detto risponde
Anne. Si sta riprendendo. Ora ci alziamo, okay?
Certo. Solo, lentamente.
Si tirano su, con cautela. Mike si sta massaggiando il braccio.
Gli lancio il mio documento d'identit e il tipo si precipita
a leggerlo, esaminandolo minuziosamente.
Dewey Decimal?  uno scherzo?
Scuoto la testa.
Qui dice che lavora per il municipio. Il che significa che
noi siamo superiori in grado.
Sicuro, gli dico, sorridendo va bene. Non ci tengo a
queste cose. Volete incriminarmi per furto con scasso, Mike
e Anne dell'FBI?
Pu spiegare la sua presenza in questo ufficio? dice Mike.
Okay. Ieri notte sono stato assalito da tre uomini e pare
che lavorassero tutti per questa societ. Sono venuto qui per
valutare se questo fatto sia rilevante o meno per il mio incarico
attuale.
Che sarebbe? Anne prende il mio tesserino e lo osserva
con attenzione.
Informazione riservata. La questione riguarda il municipio.
Sorrido a entrambi.
Riservata? Ma che cazzo...? Pu farlo? Mike lancia uno
sguardo ad Anne. Non credo che possa farlo.
Un minuto dice Anne con tono stizzito. Sta digitando i
miei dati su un palmare o un qualche dispositivo del genere.
Aspettiamo. Tocco la chiave. Do un colpetto alla valigetta
con dentro la scatola di palissandro. Una mano, una croce
ortodossa. Mi sembra di sentire le mie sinapsi che lavorano,
creando connessioni che non riesco ancora ad articolare.
Mike fuma di rabbia. Non pu farlo. Noi siamo dell'FBI,
non siamo dei cittadini qualsiasi, cazzo. Non  possibile che
la roba locale sia considerata materiale riservato anche per il
Bureau...
Scrollo le spalle. Anne mostra a Mike il palmare.
Dice solo che sta trasmettendo.
Significa che sta caricando le informazioni.  lento, Cristo,
dagli un minuto. Si tampona il naso con la manica della sua
camicetta bianca e lancia un'occhiata al sangue. Oh, okay, ci
siamo. Legge qualcosa e poi mi riconsegna il tesserino.
Tutto a posto, signor Decimal. Deve avere delle conoscenze
ai piani alti. Il cartoncino dell'esci gratis di prigione.
Congratulazioni.
Passo ad Anne il suo documento.
Grazie.
Mike  sbalordito. Quest'uomo mi ha aggredito.
Mi dispiace, zuccherino. Davvero. Ho dato per scontato
che foste della stessa banda con cui ho avuto a che fare la notte
scorsa.
Anne sta riflettendo. Ascolti, le posso fare qualche domanda?
In modo informale?
Perch sei cos ossequiosa con questo tipo? chiede Mike,
ma Anne lo zittisce con uno sguardo.
Mi schiarisco la gola. Non sono costretto a rispondere alle
vostre domande. Ma forse ci possiamo aiutare a vicenda
su un paio di cosette. Per voi va bene?
I due si scambiano un'occhiata.
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
Sto attraversando la citt a piedi, svoltando necessariamente
a sinistra, come sempre prima delle undici del mattino.
I due federali hanno ammesso di essere entrambi neoassunti
o gi di l, ma a questo ci ero gi arrivato da solo. L'FBI 
estremamente a corto di personale e per di pi sta
senza fondi, perci ci sono molte facce nuove.
Mi hanno fatto "promettere" di non essere un assassino o
qualcosa di simile. Accipicchia! Ho assicurato ai mocciosi che
di certo non ero niente del genere e i due mi sono sembrati
piuttosto soddisfatti della mia risposta. Roba da tv dei ragazzi.
Straordinario.
A parte questo, non mi sono apparsi troppo contenti del
loro attuale incarico, per diverse ragioni.
Alla fine sono riuscito a strappare loro la verit. Non c'
bisogno che diciate effettivamente qualcosa. Limitatevi a
non dire nulla se ho ragione. Questo genere di psicologia.
Il lavoro  stato passato loro dall'INTERPOL. In sostanza,
si tratta di dare la caccia a un paio di criminali di guerra.
Finora, per quello che ne sanno, il Bureau  riuscito a trovare
degli indizi solo su uno dei due. Alcune dichiarazioni di
"informatori locali" hanno fatto nascere dei sospetti su questo
posto. Cos i tipi si sono messi in marcia per controllare la
ditta appaltatrice Do Rite e in particolare per scoprire se il suo
proprietario, un certo Brian Petrovic, sia in realt il criminale
di guerra serbo Branko Jokanovic. In questo caso, avrebbero
il compito di prenderlo in custodia e di avviare le pratiche per
l'estradizione alla Corte internazionale dell'Aia, Paesi Bassi.
Idem per il numero due, se mai dovessero trovare una pista
sulla suddetta persona.
Tutta questa roba me l'hanno raccontata chiacchierando
amabilmente, proprio l in mezzo alla strada. Accalorati ed
eccitati per simili stronzate da cappa e spada e agenti segreti.
Che cazzo, potrei essere chiunque. Davvero, sarebbero
questi i nostri uomini migliori? Se le cose stanno cos, amici
miei, siamo spacciati, cotti a puntino. Farei meglio a lavorare
per i cinesi. Ecco qualcosa su cui riflettere.
Mi chiedo se non ci sia un altro motivo per cui sono stati
cos rapidi a fornirmi queste informazioni.
Sto camminando. Se la memoria non mi inganna, sono diretto
verso la Ventiseiesima Ovest, non molto lontano dalla
Sesta Strada. Il cielo  livido, ma le nuvole che si stanno raccogliendo
non rendono il caldo meno opprimente. Avanzo
zoppicando, la mano in tasca sulla chiave.
Brian Petrovic, di nazionalit serba (secondo quanto dicono
i suoi documenti, che gli esperti dell'FBI hanno stabilito
essere di "dubbia origine"), cinquantotto anni, immigrato nel
1995 (anche se tutti questi fatti sono incerti), ha vissuto con
un parente nei dintorni di Filadelfia fino al 2002, quando si 
trasferito a New York e ha costituito la Do Rite. L'attivit dell'azienda
inizialmente era limitata alle aree di Williamsburg e
Greenpoint a Brooklyn, quando da quelle parti si era in pieno
boom immobiliare. Pi tardi, la Do Rite ha partecipato alla costruzione
del New Museum for Contemporary Art a Manhattan
e di numerosi grattacieli residenziali. Attualmente, il loro
appalto pi importante  la Freedom Tower, nel cui cantiere si
occupano principalmente della parte relativa alla coibentazione
e alla costruzione delle necessarie componenti metalliche.
Come vi ho detto, i miei amici dell'FBI hanno diversi problemi
con il loro lavoro, primo tra tutti il fatto che il soggetto
su cui stanno indagando sembra essere dannatamente noioso.
Hanno posizionato una microspia nel suo ufficio, che finora
non ha prodotto alcun risultato. Hanno rivoltato il suo
appartamento e il suo posto di lavoro per ben due volte, senza
trovare niente di rilevante. Un linguista del Bureau sta traducendo
tutti i documenti dell'uomo, sia quelli legati al suo lavoro
che quelli personali, e, dopo due mesi, non  saltato fuori
nulla per cui si possa pensare di lui qualcosa di diverso da
quello che afferma di essere.
I suoi spostamenti sono prevedibili in modo esasperante.
Non hanno voluto darmi un indirizzo preciso, ma mi hanno
detto che percorre solo la strada che va dal suo appartamento
nel Greenpoint all'ufficio. Andata e ritorno. La sola eccezione
 costituita dalla sua immancabile partecipazione alle
funzioni religiose. Anche in questo caso, non mi hanno detto
dove. Proprio bravi.
Ma non avevo bisogno di sentire altro.
Ho dato loro tutte le informazioni in mio possesso, senza
tralasciare nulla, insieme al numero del procuratore distrettuale.
Sembravano una miniera di informazioni, sarebbe stato
un peccato non spremerli il pi possibile.
Poi me ne sono andato velocemente. Ma non troppo. Non
volevo dare l'impressione di avere una destinazione in mente.
Non ho la minima idea di quali siano gli orari della cattedrale
di San Sava. Non saprei neanche dire se sia ancora operativa,
ma credo che sia la sola struttura della Chiesa ortodossa
serba presente a New York. Ci metterei la mano sul fuoco.
Ed essendo domenica, immagino che sia aperta al pubblico.
Do un'occhiata all'orologio sul vecchio palazzo della Con
Edison, opera della buona ingegneria americana di una volta:
segna le dieci del mattino.
San Sava  davvero imponente, un'autentica cattedrale in
stile gotico inglese, fuori contesto in un quartiere che definirei
industriale/commerciale. Non so molto della sua storia, eccetto
che inizialmente era stata una chiesa episcopale, progettata
dallo stesso tipo che ha costruito la Trinity Church gi in centro.
Immagino che sia pi di quanto ne sappia la maggior parte
dei newyorkesi. Come vi ho detto, io leggo molto.
In cima alle scale, il portone pesante  socchiuso. Lo spingo
appena, capisco che  in corso una messa e mi introduco
all'interno.
Un posto meraviglioso, davvero. Perfino per un miscredente
come me. Percepisco un senso di calma, di spazio. Mi infilo
nel primo banco libero. S, veramente una bella sala. Sopra
l'altare, una serie di vetrate colorate a forma di goccia vanno
a costituire una sorta di girasole. Un uomo vestito di nero sta
parlando con voce monotona. Sento un odore di incenso, che
quasi riesce a coprire l'onnipervasiva puzza di plastica. Quasi.
Ora, dove cazzo lo vai a trovare dell'incenso in questa citt?
Dev'esserci un mercato nero per ogni cosa.
Ci sono s e no dieci persone sparpagliate per la sala. Pi
di quante me ne aspettassi, considerata la comunit di cui
stiamo parlando. Non ho alcun modo di sapere se "Brian
Petrovic" sia tra i presenti, ma di certo posso eliminare le vecchie
signore, che sono ben quattro.
Ecco. Faccio una zumata su un paio di tizi senza collo... completo
nero, capelli corti... Una fila dopo di loro scorgo la nuca di
un altro uomo, simile taglio di capelli, che si sta protendendo
svogliatamente in avanti, inchinandosi insieme a tutti gli altri.
Faccio altrettanto, senza perdere di vista il tipo e ignorando la
fitta al ginocchio.
Sembra piuttosto preso dalla funzione. Siamo nel mezzo
di una qualche antifona che non riesco a seguire, in cui i fedeli
rispondono alle frasi lette dall'officiante.
I partecipanti alla messa si siedono di nuovo. Ancora non
sono riuscito a vedere bene quel tipo. Uno dei tizi senza collo
sembra irrequieto. Si guarda attorno, poi si avvicina al suo
compare e gli dice qualcosa. L'altro gli d un colpetto con il
gomito. S: sono abbastanza sicuro che si tratti delle guardie
del corpo. E questo fa dell'uomo seduto davanti il primo tra
i candidati potenziali.
Colgo l'occasione per verificare che la chiave sia al suo
posto e per buttare gi una pillola; la prossima sar l'ultima.
Devo risolvere in fretta tutta questa faccenda, sbrigarmi a uccidere
Yakiv e tornare dal procuratore per un altro giro. Non
posso dimenticarmene. Mi strofino le mani con il Purell.
Non mi piace dover toccare dei sedili pubblici, soprattutto se
sono di legno. Assorbe i batteri.
L'uomo in nero non fa che ciarlare. Ma esister ancora la
Serbia? Mi sento venire meno, un torpore improvviso... Torno
di soprassalto al presente. Credo di essermi addormentato.
Devo rimanere vigile.
Poco dopo, il celebrante sembra essere giunto alla conclusione.
Recitiamo un qualche tipo di preghiera comune, teste
in su, teste in gi ed  finita. Il sacerdote scompare e i fedeli si
alzano per andare via.
Io rimango seduto, con il capo appena incurvato, come se
fossi ancora assorto in preghiera. Un paio di signore spaventosamente
anziane mi passano davanti, lente come ghiacciai.
Un momento, ecco il mio obiettivo, seguito a stretta distanza
dai due gorilla.
Dall'aspetto si direbbe pi anziano e pi debole di come
me l'ero immaginato, sulla sessantina, capelli corti e brizzolati.
Indossa una tuta sportiva della Puma color giallo banana
e dei mocassini. Occhiali, che nascondono degli occhi tristi.
Una delle guardie del corpo mi vede e poi si gira una seconda
volta per studiarmi meglio. Cazzo. I tre per procedono
con passo pesante verso l'uscita.
Aspetto che mi abbiano superato, conto fino a cinque e
poi anch'io mi allontano dal banco.
Fuori ha iniziato a piovere. Il trio si  fermato sulla soglia
e una delle guardie sta armeggiando con l'ombrello. L'uomo
pi in l con gli anni glielo strappa di mano e lo apre.
Mi avvicino leggermente. Lui cammina davanti, i suoi
scagnozzi qualche passo indietro.
Aspetto di essere uscito dalla chiesa.
In cima alle scale, al diavolo... Branko Jokanovic? dico.
A questo punto succede una cosa strana. L'uomo continua
a camminare, tanto che per una frazione di secondo penso di
essermi sbagliato. I gorilla per si voltano e si scagliano contro
di me. Per evitarli indietreggio e inciampo su un gradino,
cadendo su un'altra vecchia signora che sta uscendo dalla
chiesa. Finiamo tutti e quattro ammucchiati uno sull'altro. La
signora inizia a gridare.
Spingo la donna, facendola rotolare su un fianco. I due
uomini la zittiscono, allo stesso tempo aiutandola ad alzarsi
come veri gentiluomini.
Ho diverse opzioni davanti a me. L'uomo di una certa et
non si  ancora voltato e si sta dirigendo verso una Navigator
parcheggiata poco pi avanti. Aspetta. Una Navi. Devo
esserci passato proprio a fianco. Che idiota. Finestrini oscurati?
 lei.
I tipi ormai hanno fatto alzare la signora e le stanno togliendo
la polvere di dosso, scusandosi profusamente. La donna mi
lancia un'occhiata piena d'odio e inizia a scendere le scale. Gli
uomini allora rivolgono la loro attenzione di nuovo su di me.
Mi metto in guardia, preparandomi per qualsiasi evenienza.
Proprio quando sembra che i tizi mi stiano per assalire, un
ordine di una sola sillaba gli viene urlato contro. Per qualche
motivo, il mio cervello non riesce a decodificarlo. In ogni modo
si fermano all'istante.
L'uomo  in piedi con lo sportello della Navigator aperto.
Sta dicendo qualcosa in serbo, questa volta con tono pacato,
qualcosa come: No, no, fatelo entrare in macchina... E poi
in inglese: Non qui. Venga. Mi indica il veicolo.
I ragazzi mi afferrano, un braccio ciascuno, e praticamente
vengo trasportato gi per le scale. Do un rapido sguardo
alla targa. Oh,  chiaro. Diplomatica.
Gli energumeni mi depositano come un sacco di patate
sul sedile posteriore. Delle mani palpeggiano le mie tasche e
si impossessano delle pistole. Merda, sento tirare la valigetta.
Me la porteranno via...
Aspettate dice il capo, in serbo. Lasciategli pure le sue
cose. Gli uomini iniziano a protestare, al che Branko aggiunge:
Silenzio. A volte  necessario un approccio meno
irruento. Si acchiappano pi mosche con il miele. Signori, per
favore.
Quelli mi mollano, lasciandomi seduto in macchina. Mi ricompongo,
cercando eventuali macchie. Credo di essere pulito.
Si faccia pi in l dice il tipo anziano, in inglese.
Obbedisco e quello mi si siede a fianco, guardando fisso davanti
a s.
Le guardie del corpo si trascinano fino allo sportello anteriore.
Dopo una breve conversazione l'autista toglie le mani
dalla chiave di accensione.
Rimaniamo in silenzio per un po', con la pioggia che ticchetta
sul parabrezza. L'uomo allunga il braccio fino a raggiungere
un dispenser di colore oro e nero. Tira fuori tre o
quattro fazzoletti di carta e me li passa. Il suo orecchio. Sta
sanguinando.
Dio quanto odio l'idea di prendere quei fazzoletti, ma lo
faccio comunque e li premo contro l'orecchio. Gi, grazie.
Ecco. Non c' di che dice l'uomo. Non vorrei partire con
il piede sbagliato. Ecco, come vede, le faccio la cortesia di lasciarle
i suoi effetti personali. Sappia che anche i miei uomini
sono armati e di certo farebbe una brutta fine se provasse a
fare qualcosa di sgarbato.
Annuisco. Certo. Capisco. Apprezzo il gesto.
Trascorriamo un altro lasso di tempo in silenzio. L'uomo
chiude gli occhi. Proprio quando mi convinco che stia dormendo,
inizia a parlare.
A chi si stava rivolgendo quando ha pronunciato quel
nome?
Mi stavo rivolgendo a lei.
Ah. Ecco, ecco. Dunque deve avermi preso per qualcun
altro. Io mi chiamo Brian Petrovic.
Mi tende la mano. La stringo e gli dico: Mmm... In questo
caso la reazione dei suoi uomini  piuttosto strana. Non crede?
Muove la lingua contro la guancia, come se stesse cercando
di snidare un pezzo di cibo. I tipi seduti davanti sono tesi
e guardano fuori dal parabrezza.
Posso chiederle una cosa? Non mi risponde, perci insisto.
Da quand' che voi altri siete sulle mie tracce?
Niente.
Brian respira profondamente e si toglie gli occhiali. Si gratta
il dorso del naso. Comunque, dice, ignorando la mia domanda
lei si sbaglia, riguardo al mio nome. Ecco.
D'accordo. Ma lei  il proprietario della ditta appaltatrice
Do Rite, dico bene?
Esattamente.
Segue un'altra breve pausa. Poi: Goran e gli altri, dice
immagino che li abbia incontrati.
Eh gi.
Ecco, ecco. Si lecca le labbra. Ora inizio a capire chi 
lei, signore.
Bene. Anch'io mi sono fatto qualche idea sulla sua identit.
Come le ho appena detto, il mio nome  Brian Petrovic.
Mentre lei  il negro con quel nome interessante, Dewer...
Dewey. Dewey Decimal.
S, capisco. Guarda fuori dal finestrino. Ecco. Questa
parola, "negro",  offensiva?
Dipende. In generale la definirei pi obsoleta che altro.
Ma di solito finisce per suonare offensiva, s.
S, mi rendo conto.
Perfetto. Brian, perch ha spedito dei delinquenti armati
in casa mia?
Delinquenti, be', non credo...
Insomma, per restare ai fatti, sono arrivato a casa e tre tizi
con delle pistole mi sono saltati addosso.
Non. Mi. Interrompa. Le stavo spiegando dice l'uomo
brizzolato, lentamente.
Un'altra pausa. Mi chiedo se il tipo abbia avuto un infarto
o qualcosa del genere.
Si lecca di nuovo le labbra. Ecco, ecco. Sto cercando una
donna.
Come tutti, no?
Sa benissimo cosa intendo. Questa donna era in sua
compagnia quando  scomparsa. Ecco. Ho pensato che lei
potesse avere qualche idea di dove se ne sia andata.
Non so di cosa stia parlando.
L'uomo mi guarda dritto negli occhi. Oh, credo proprio
di s. Mmh?
Lo ignoro.
Signor Decimal. Io l'ho trattata con rispetto, le ho fatto tenere
le sue cose. Potrebbe prendere in considerazione l'idea
di ricambiare la mia gentilezza?
Non dico nulla. La valigetta  incastrata tra le mie gambe.
Guarda di nuovo fuori dal finestrino. Tutto ci  cos
stancante. Avrei voglia di un caff.
D un colpetto sulla spalla dell'autista e gli dice qualcosa.
La chiusura centralizzata scatta con un colpo sordo e il motore
inizia a rumoreggiare.
Ehi dico, portando la mano allo sportello.
Ci allontaniamo a tutta velocit dal fianco della strada.
Venga con me a Brooklyn dice Brian. E dove fanno il caff migliore.
...
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
Con tutti i ponti fuori uso tranne il Queensboro, praticamente
non rimane che una scelta quando si deve andare a
Brooklyn: il Battery Tunnel.
Non mi piace l'idea di uno spazio chiuso, in modo particolare
se questo spazio  un tunnel sotterraneo strutturalmente
compromesso, soggetto all'incredibile pressione dell'acqua
esercitata dall'East River, che cerca senza sosta di irrompere al
suo interno. Non mi piace affatto.
Mentre sfrecciamo lungo la West Side Highway, praticamente
priva di traffico, mi viene offerta una bella vista sul
cantiere edile della Freedom Tower, dove pare che il lavoro
continui di buon passo anche la domenica, e nonostante la pioggia.
Per qualcuno potrebbe essere uno spettacolo emozionante,
ma  solo roba da turisti per chi come me si  stancato di
vedere un cantiere e niente pi da quella che ormai sembra
un'eternit. Siete liberi di non crederci, ma ci sono ancora dei
pellegrini che viaggiano fino a qui e piangono degli sconosciuti,
in lutto per la verginit violata dell'America.
Che colossale spreco di tempo e di lacrime.
Noto divertito che il GPS della Navigator, apparentemente
impostato in modo da indicare i luoghi di interesse, segnala
l'area alla nostra sinistra come grnd 0. Dev'essere un'automobile
piuttosto vecchia.
Battery Park City ci passa accanto in un baleno e senza un
giusto preavviso siamo nel tunnel, con le luci gialle che danno
a tutti un aspetto itterico e malaticcio. Afferro la maniglia
dello sportello e distolgo lo sguardo da "Brian" o chiunque
quell'uomo sia in realt. Non voglio che mi si prenda per
una donnicciola. Chiudo gli occhi e do una controllatina veloce alla chiave.
Penso al Sistema. S, funziona, mi protegge: l'alternarsi di
autostrade dispari e pari, anche quando non sono al volante,
 un buon segno. West Side Highway, altrimenti detta 9A... E
so che questo buco infernale ci porter sulla 278, nota anche
come Brooklyn-Queens Expressway.
Certo, quando  stato costruito, questo pezzetto di carreggiata
subacquea si chiamava 478 e doveva essere l'imbocco
di una nuova strada per la quale i progettisti avevano grandi
idee, ma che non sarebbe mai stata realizzata. Queste cose le
so solo perch leggo troppo. Immagino che il Sistema possa
tralasciare simili inezie e considerarmi comunque in conformit
con i suoi principi. Non saprei dire per quale motivo
questo tunnel mi disturbi cos tanto, mentre prendere la metropolitana
non mi crea alcun problema.
Sono ancora alle prese con questo dilemma, quando sento
nuovamente le gocce di pioggia ticchettare sul parabrezza.
Faccio un respiro lungo e profondo. Non  stato poi cos male.
Fortunatamente, nessuno su questa macchina  particolarmente
loquace. Mando gi una pillola di nascosto.
Prendiamo la rampa e ci immettiamo nella 278 in direzione
est. Senza l'ostacolo del traffico, sfrecciamo oltre Carroll
Gardens, Cobble Hill e Brooklyn Heights, quartieri una volta
signorili. Mentre passiamo sotto alla Promenade, alla nostra
sinistra si aprono considerevoli squarci su Manhattan...
Se non fosse per il ponte sventrato e l'assenza di traffico, potremmo
essere di nuovo nel 2011.
Sulla curva riesco a vedere bene le macerie del Ponte di
Brooklyn. Un paio di gru se ne stanno l incustodite. Non l'avevo
mai osservato da questa angolazione, solo da Manhattan;
dei pezzi sono rimasti in piedi, ma si intuisce la distanza
con cui le cariche esplosive devono essere state posizionate
per causare un danno simile. Non  la prima volta che ammiro,
solo da un punto di vista logistico, il piano complessivo
che  stato messo in atto il quattordici febbraio.
Passando per il Dumbo, un'area industriale trasformata
in quartiere residenziale alla moda, do un'occhiata al Manhattan
Bridge... di nuovo, non ho mai visto le cose da questa
prospettiva. La portata, le dimensioni,  piuttosto sbalorditivo.
Superiamo il Navy Yard, la cui rivalutazione  stata abbandonata
per problemi pi urgenti. Poi ci spostiamo in direzione
nordest, passando sopra la Flushing Avenue. Non
molto distante, alla nostra sinistra, si vede il relitto del Williamsburg
Bridge, che completa il trittico dei ponti distrutti.
Dal quartiere di Williamsburg, una volta cos pieno di vita,
ogni atmosfera hippy  ormai svanita. Ci sono ancora degli
operai dominicani, ma anche loro si incontrano di rado. La
comunit chassidica tiene duro, impenetrabile come sempre
e restia ad abbandonare la propria tentacolare riserva immobiliare,
per quanto priva di valore possa essere oggi.
Usciamo sulla Meeker Avenue e poi prendiamo la Humboldt,
che dopo poco diventa McGuinnes Boulevard. Procediamo
fino a Huron Street, giriamo a sinistra e ci fermiamo
davanti alla facciata di un negozio privo di insegne vicino
all'angolo con Manhattan Avenue. A differenza di quanto
accade nelle aree pi eleganti di Brooklyn, la maggior parte
degli edifici qui attorno sfoggia tende da sole di metallo e
tetti a scandole. Qua e l si pu vedere della plastica. La zona
non  male, dico solo che non  rinomata per la sua architettura.
 una vita che non venivo da queste parti e sono sorpreso
nel vedere delle signore, il fazzoletto in testa legato sotto
il mento, andarsene in giro trotterellando, con delle fette di
pane e salame che spuntano dalla borsa. Per le strade ci sono
all'incirca tante persone quante se ne possono vedere a
Manhattan. Alcune attivit commerciali danno perfino l'idea
di poter essere aperte. Immagino che i polacchi lavorino per
due soldi. Buon per loro.
Vengo spinto dentro al negozio. Cristo, l'odore da queste
parti  perfino peggiore che in centro a Manhattan, se possibile.
Stringo la presa sulla valigetta.
All'interno  buio e l'aria  velata dal fumo di sigaretta. Lungo
le pareti a destra e a sinistra ci sono due file di slot-machine.
Uomini e donne decrepiti ci inseriscono dentro delle monetine.
Roba da viaggio nel tempo.
Sempre spingendomi, mi conducono verso il retro del locale.
Attraversata la porta a vento, mi ritrovo in un'altra epoca
ancora, una che avevo visto solo nei film. Ogni cosa sembra
essere sui toni del seppia, il polveroso pavimento in legno, i
rivestimenti, il mobile bar con lavandino e la carta da parati
a righe. Al centro della stanza c' un tavolo rotondo, sopra il
quale  appesa l'unica fonte di luce, un lampadario di ottone
stile Arts and Crafts. Sul tavolo, in bella vista, c' un posacenere
di Miller Time. Insieme al televisore istallato sulla parete
pi lontana  il solo oggetto che ricordi qualcosa di vagamente
contemporaneo.
Si sieda dice l'uomo che si fa chiamare Brian. Agata!
grida.
Le guardie del corpo svaniscono negli angoli della stanza.
Obbedisco, tenendo la valigetta tra le gambe.
Una figura anziana, che riesco a identificare come femminile
solamente dal vestito che indossa, si materializza dietro
al mobile bar. Quasi me la faccio sotto dallo spavento. La
vecchia sbatte sul tavolo davanti a me e a Brian due tazzine
di caff espresso, insieme a dei piattini e a dei cucchiaini. 
pressoch calva e sulla nuca si pu vedere chiaramente un
tumore di grandi dimensioni.
Questa zona dice Brian, come se mi stesse leggendo nel
pensiero. Cos tanti tumori. Sa perch?
Devo dire che mi sto proprio godendo la scena, un vero
trip. Quasi mi dimentico che  tutto vero. Quasi.
No, Brian, come mai tutti questi tumori?
Sbatte con il mocassino per terra. Petrolio. Proprio qui
sotto il pavimento. Sotto la strada.  ovunque da queste parti.
Ecco, ecco. La pi grande fuoriuscita nella storia degli Stati Uniti
d'America dopo quella della British Petroleum nel Golfo
del Messico.
Ah gi. In effetti ora mi si accende una lampadina... Giusto,
la Standard Oil, vero? Prima della Exxon.
Brian scrolla le spalle. Ecco, i dettagli non li conosco. So
solo che c' un sacco di gente malata da queste parti.
Benzene.
Chi?
Un composto chimico, usato come additivo nella benzina.
Cancerogeno. Causa il cancro.
 uno scienziato?
No,  che leggo molto.
Brian scuote la testa e fa una smorfia, come se gli avessi
appena detto qualcosa di disgustoso.
L'arpia  tornata, con una caffettiera dall'aspetto turco.
Molto forte, mmm, lo chiamiamo caff casereccio. Molto
buono, molto forte. Estremamente salutare. Vitamine. Me
lo versa lui stesso. Roba densa, certo, come la qualit turca.
L'anziana signora ci schiaffa davanti un sacchetto di zucchero
Domino.
Zucchero? Brian affonda il suo cucchiaino nel sacco e
trasporta quella roba bianca per due o tre volte.
No, grazie. Ne assaggio un sorso, ma  bollente. Soffio
sulla tazzina e la riappoggio sul tavolo.
Okay dice Brian, mescolando con forza. Ecco, ecco. Per
quale motivo ha scelto di proteggere quella donna?
Quale donna?
La prego. Ecco.
Ehi, potreste dirmelo voi, visto che mi state seguendo da
chiss quanto tempo?
Perch cerca di proteggerla? Lo sa che cos'? Eh? Beve
un sorso. Un'altra smorfia.
Gli rispondo: Non sto proteggendo nessuno. A parte me
stesso.
Non la aiuterebbe se la conoscesse davvero. Lei, lei al suo
posto non farebbe altrettanto.
Possiamo girare in tondo in questo modo per tutto il
giorno, non mi interessa.
Okay. Be', lasci che le dica una cosa, possiamo aiutarci a
vicenda.
No, ne dubito. Sorseggio il mio caff.
Ecco, ecco. Vuole un lavoro?
Da quel punto di vista sono a posto.
Ah s? Mi ascolti. Io le offro il lavoro migliore che ci sia,
guadagnerebbe un sacco di soldi senza fare assolutamente
niente. Che gliene pare?
Certo. Uno schiocco di dita e il lavoro  mio?
S, uno schiocco di dita.
Mi dica qualcosa di pi, Brian.
Un cantiere edile. Va sul posto al mattino, si rilassa, prende
un caff; la sera, ecco, se ne torna a casa.
E immagino che mi stia assumendo per via dell'abilit
che ho dimostrato nel farmi pedinare. O forse  il modo in
cui me ne sto qui, rilassato, a bere un caff che l'ha colpita?
Nessun trucco? Nessun do ut des?
Sorride. Do ut des. Latino. S, c' sempre un do ut des. Le
ho gi fatto un favore a non disarmarla. Le ho dato fiducia,
dico bene? Vero?
Alzo le spalle. S,  vero. Mi ha dato un po' di fiducia. Le
ho gi detto di avere apprezzato il gesto.
Brian annuisce. Ecco. Allora pu dirmi dove si trova la
donna.
Ah, adesso capisco... Mi interrompo, cercando di valutare
la cosa, poi riprendo: Vediamo, a dire il vero potrei
avere un'idea della persona di cui sta parlando. Gi, credo
che mi stia tornando in mente.
Per favore, con questi giochi. Ecco, ecco, lo vuole fare questo
accordo o no?
Be', le cose stanno cos, vede. Tolgo di mezzo la tazzina
e mi sporgo verso di lui. Conosco una donna, quella a cui
credo lei si stia riferendo.
Okay, ora s che si ragiona.
Ma mi rincresce doverle dire che non so dove sia.  la verit.
In effetti, potrei farle la stessa domanda, visto che la sto
cercando anch'io.
Brian riflette sulle mie parole, fissando qualcosa in secondo
piano. Poi: Non le credo. Quindi, per l'ultima volta, dov'
quella donna?
La cosa  spiacevole, sa, perch onestamente, mano sul
cuore, non ho la minima idea di dove possa essere.
L'uomo lancia uno sguardo a destra e a sinistra, dicendo
qualcosa in serbo. Percepisco del movimento agli angoli della
stanza, perci estraggo entrambe le pistole e, alzandomi
in piedi, faccio partire due colpi da ciascun'arma, boom boom,
effetto stereo. Non avevo mai provato questa mossa da rock
star prima d'ora, ma mi sento abbastanza in forma e ci stavo
pensando da quando ci siamo seduti.
Riesco a colpire entrambi i gorilla, che cadono a terra. Dopodich,
tutto si fa silenzioso. Sento fischiarmi le orecchie.
Devo ammettere che sono piuttosto sorpreso che la cosa mi
sia riuscita.
Brian beve un altro sorso di caff e finisce la tazzina con un
"Ah". Il suo modo di farmi vedere che  un vero gangster. Ecco,
ecco dice. A quanto pare mi sono sbagliato di grosso. Ho
commesso un grave errore a lasciarle tenere quelle pistole.
Annuisco. Gi, pare proprio di s.
Piega la testa verso destra, facendo scrocchiare rumorosamente
il collo. Sono proprio uno stupido vecchio. Commettere
errori del genere. Era un gesto di pace. Io sono... un ottimista,
 questa la mia debolezza. Prima o poi mi coster la vita.
Tossisce, lo sguardo fisso su di me. Ecco. Ma d'altra parte, mi
avevano detto che era uno psicotico.
Non mi sento di dire il contrario. Ci guardiamo l'un l'altro.
Uno degli energumeni sta rantolando in un angolo.
Ecco. Per favore, lo finisca dice Brian.
Prego?
Potr anche avermi deluso, ma non mi piace far soffrire
qualcuno se non  strettamente necessario. Questa situazione,
mi assumo la piena responsabilit delle mie decisioni
sbagliate. Per favore.
Okay.
Senza togliere gli occhi di dosso a Brian, mi sposto lateralmente
fino a raggiungere il suo scagnozzo. Lieto di non riuscire
a vedere bene i suoi occhi con questa luce, gli pianto una
pallottola in fronte. Quello si blocca e tace.
E, la prego, s, l'altro uomo.
Attraverso la stanza, sempre tenendo Brian sotto tiro, e
sparo a bruciapelo al gorilla steso a pancia a terra, gi morto
o morente. Dritto nella scatola cranica.
Il volto di Brian  attraversato da un mezzo sorriso.  un
killer nato. Ecco, ecco, ora capisco.  molto triste. La malattia
mentale,  sempre una cosa triste.
Ingoio. Non mi piacciono le persone che giudicano senza
sapere di cosa stanno parlando. Che fanno supposizioni.
No signore, io mi difendo quando penso che ce ne sia bisogno.
Se non erro, questa  la seconda volta che ordina ai suoi
uomini di assalirmi.
Scuote la testa. No, no. Ho visto cos tante cose violente e
strazianti in questo mondo. Vedo che per lei  lo stesso. Le viene
cos naturale. Sar. Perso in un qualche viaggio Zen alla
Yoda, mi dice: Ecco, ecco. Forse allora  questo che ha fatto ai
tre che ho mandato a casa sua. Goran...
Scrollo le spalle. Lui annuisce.
 arrivato il momento di ritirarmi. Brian, dico o chiunque
lei sia. Ora me ne vado e non voglio essere seguito. Mi
capisce?
La scover mi risponde e quando lo far, la uccider
cinque volte, una per ogni uomo che ha fatto fuori. Sar meglio
anche per lei, cos potr riposare in pace.
A questo punto mi gioco la mia carta vincente. Cristo, spero
di avere ragione. No, non lo far ed ecco il perch. Infilo la
Beretta nella fondina, continuando a puntargli contro la Sig.
Torno indietro fino al tavolo e apro la valigetta con una mano.
Tiro fuori quella bizzarra scatola di legno, la sollevo. La
riconosce?
Brian non muove un muscolo. Sto cercando di interpretare
la sua reazione. No, non so cosa sia risponde, ma con la
voce un po' strozzata.
Oh, allora non le importa se... Premo la canna della pistola
contro l'oggetto e alzo il cane.
Si fermi dice. Ecco. Okay.
Ah. Quella storia per cui il posto migliore dove nascondere
un oggetto  sotto gli occhi di tutti  una stronzata. Non
funziona. Soprattutto se le persone che stanno frugando tra
la sua roba non sanno che sta nascondendo qualcosa.
Brian non risponde.
Mi ci  voluto un po', ma se questo  quello che penso che
sia... Far meglio a prendermi sul serio quando le dico che nel
caso lei o i suoi uomini vi avvicinerete a me ancora una volta,
distrugger questo schifo in un batter d'occhio. Mi creda.
Brian rimane in silenzio. Sta diventando cinereo.
Immagino aggiungo che i suoi compatrioti stiano cercando
il contenuto di questa scatola. E di sicuro non saranno
gentili con i ladri, non se in ballo c' qualcosa di tanto prezioso
come questa merda.
 lei il ladro, signor Decimal interviene Brian.
Be',  una questione di punti di vista. Questa io la chiamo
assicurazione sulla vita. Io non ho un macchinone del cazzo
e un mucchio di tipi nerboruti alle mie dipendenze. Si ricordi,
 lei che ha iniziato con queste stronzate, non io.
Brian non replica nulla.
Quindi ora io uscir da questa porta e se dovessi avere il
minimo sospetto che qualcuno mi stia seguendo o stia cercando
di fare qualche sciocchezza, questa cosa qui verr ridotta
in cenere. Chiaro?
L'uomo annuisce senza scomporsi. Chiaro. Ecco, ecco.
Ha la mia parola.
Apro nuovamente la valigetta e ci faccio scivolare dentro
la scatola, occhi e pistola puntati su Brian, che sembra assorto
in meditazione. Grandioso. Buona fortuna, Brian. Cammino
all'indietro fino alla porta, mi volto ed esco.
Mi affretto verso l'ingresso principale. La sala sul davanti
 quasi deserta (pu darsi per via degli spari) e i pochi anziani
rimasti non mi degnano neanche di uno sguardo.
Fuori sulla strada, buon dio, l'aria, il Tanfo,  come un pugno
nello stomaco. A differenza dell'altro giorno, questa volta
semmai la pioggia sta amplificando la sua intensit.
Cerco di riprendermi.
Guardo a destra e a sinistra e inizio a muovermi, giusto per
mettere un po' di distanza fra me e il negozio. Consulto la mia
mappa interna, anche se la parte relativa a Brooklyn  leggermente
meno precisa di quella di Manhattan. Individuo la linea
G, che dovrebbe essere a tre isolati dalla mia attuale posizione,
ma la scarto. Quella tratta ridicola non  pi in funzione.
Cristo. La linea G.
Diciamo le cose come stanno. Brooklyn e Queens: la linea
G era inutile anche nei tempi migliori.
Faccio per prendere una pillola. Niente.
Completamente a secco.
Oh no. Oh no. Cristo santo.
Controllo nelle tasche, le rivolto, tocco la chiave, mi perquisisco,
niente. Devono essermi cadute. O le ho semplicemente
finite? Come ho potuto lasciare che succedesse?
Be'. Ripenso a quella sala giochi/bar d'altri tempi. Tornare l
dentro per dare un'occhiata  impossibile. Che casino del cazzo.
Devo andare dal procuratore distrettuale. Devo raggiungere
Centre Street. Sar incazzato nero, ma non lo  sempre?
Probabilmente sar una reazione psicologica, ma vengo
immediatamente colto dal tremore. Mi rendo conto di avere
circa due ore prima che il mio cuore esploda.
Due ore. Devo darmi una calmata. Il tempo basta e avanza.
Prendo un bel respiro. Un altro.
Mi verso del Purell, ingoio ancora un po' d'aria calda carica
di plastica, mi schiaccio il cappello in testa per proteggermi
dalla pioggia e mi metto in marcia, traballante, verso ovest.
Almeno a grandi linee riesco a mantenere la direzione giusta.
La cosa pi importante, sapete,  non cadere in preda al panico.
Probabilmente non sono il primo a pensarlo, ma devo andarmene
di corsa via da Brooklyn.
...
.
...
CAPITOLO 25.
...
.
...
Dopo che Giovanni Battista fu giustiziato per ordine di re
Erode, la sua testa fu presentata alla figlia di Erode, Salom,
su un piatto d'argento, con suo grande diletto.
Salom era una puttana malata.
Ma, ehi, fin qui la storia la sanno quasi tutti. Meno noto 
che il corpo del povero Giovanni  poi stato tagliato in molti
pezzi con un'accetta e le parti sono state sparpagliate in tutti
gli angoli del mondo antico.
La citt di Istanbul sostiene di avere il braccio di Giovanni
e un pezzo del teschio. Gli egiziani affermano altrettanto. Il
possesso della testa di Giovanni, tanto maltrattata,  rivendicato
da non meno di cinque popoli: i francesi, i turchi (di nuovo),
i tedeschi, i siriani e gli italiani. Il comune di Halifax, nel
Regno Unito, sostiene addirittura di possedere la faccia del
tipo e infatti il nome stesso di quella localit deriva dall'antico
inglese halig, che significa "santo", e fax, che significa "faccia".
E, cosa piuttosto rilevante data l'attuale situazione: si dice
che la mano destra di Giovanni Battista sia in possesso della
Chiesa ortodossa serba.
La mano che ha battezzato Cristo in persona.
Siete liberi di non crederci, ma  quanto ritengo stia saltellando
qua e l nella mia valigetta, mentre cammino incespicando
su per la Manhattan Avenue.
A quanto pare, anche Branko/Brian deve condividere questa
mia ipotesi, visto che nessuno mi segue. O almeno cos mi sembra...
Mi giro e squadro una coppia di anziani, bianchi, che, nonostante
siano dall'altra parte di questa dannata strada, balzano
indietro e si allontanano di corsa per una via laterale.
Cerco dei volti loschi, sia tra i passanti che nelle automobili,ma non ne vedo alcuno. Mi convinco di non essere seguito.
Anche se, a essere onesti, i miei sensi stanno diventando rapidamente
troppo compromessi per poterci fare affidamento.
Ho un sapore metallico in bocca. Sto masticando la mia
lingua come fosse carne essiccata di yak. Che, a dirla tutta,
aveva un sapore migliore.
Cammino lungo la Manhattan Avenue. Probabilmente
sono il primo uomo di colore ad aver mai attraversato questa
zona di Brooklyn con la mano di Giovanni Battista nella borsa.
Le cose sono davvero ingarbugliate e devo trovare il bandolo
della matassa. Nessuno lo far per me.
Andiamo, Dewey, hai appena ucciso due energumeni simultaneamente,
stile John Woo. Hai vinto in astuzia un autentico
criminale di guerra, se  davvero ci che sembra. Certo,
quell'idiota ti ha fatto tenere le pistole, perci si pu dire
che ne sei venuto fuori per pura fortuna.
Sei un soldato del cazzo, amico. Uno tosto. Puoi farcela.
Un furgoncino mi sfreccia accanto, costringendomi a saltare
via dal bordo del marciapiede. Riesco a vedere una barba,
un cappello e dei riccioli che scendono sopra le orecchie.
Il furgone prosegue dritto oltre i semafori che lampeggiano
giallo giallo giallo, senza deviare n fermarsi.
 una tattica. Vogliono anticiparmi. Troppo facile. Il travestimento
con la barba, il cappello e i riccioli  economico
e semplice da realizzare. No, no, no. Mi dico di farla finita.
Sono solo dei normali cittadini che fanno cose normali. Degli
ebrei sul loro furgoncino.
Inizia a girarmi la testa e inciampo di lato. Devo risolvere
il problema. Mi misuro il battito cardiaco e conto fino a dieci,
secondo il Sistema. Le pulsazioni sono alle stelle. Questo  male.
Ha smesso di piovere, ma me ne accorgo appena. Non mi
interessa. Ho barcollato in direzione nord in cerca del Pulaski
Bridge, quello che divide Brooklyn dal Queens. Ho finito
le pillole, ho finito le pillole, ho finito le pillole. Non penso ad
altro. Cazzo.
Requisirei un veicolo, ma il tremore non mi consentirebbe
di guidare. Comunque attorno a me non vedo che macchinari
industriali, montacarichi.
Cammino per un'area bidimensionale occupata prevalentemente
da magazzini. La mia vista periferica sta svanendo
velocemente, ma tanto qui non c' niente da vedere. Sto andando
alla deriva, a Brooklyn, e ho finito le pillole, pensate
un po'... In ogni modo, non mi sono perso. Do un'aggiustatina
alla rotta girando a sinistra su Ash Street. Credo di essere
abbastanza vicino.
Sento gli arti che si irrigidiscono. La mascella.
Ho finito le pillole. Un'emicrania letale si  nascosta proprio
dietro al mio occhio sinistro. Non va affatto bene. Stringo
il pugno attorno alla chiave, ma neanche questo mi  d'aiuto.
Non riesco a connettermi con il Sistema; non funziona
nulla.
Supero un locale con le saracinesche abbassate chiamato
Pom Wonderful. Che diavolo potrebbe essere? Roba coreana?
Cinese? Devo trovare il modo di distrarmi, non posso
uscire fuori di testa qua fuori. Finirei di sicuro preda dei cani
randagi. Se il mio cuore non esplode prima.
Senza pillole, senza pillole, senza pillole. Vedo il ponte. Lo
vedo. Ci sar un accesso al livello della strada? Non saprei.
Grazie a dio c' una scala di metallo. Ce la far? Non ho
altra scelta. Mentre salgo le scale, scivolo sul ferro bagnato
e sbatto lo stinco contro un gradino. Mi tiro su e mi trascino
oltre. Merda. Una rampa, due rampe. La terza finalmente mi
porta sul Pulaski Bridge. Non ci vedo pi.
Quest'aria del cazzo, il sudiciume tutto attorno, mi sta uccidendo.
La valigetta mi sfugge di mano, provo a raccoglierla.
Cado. Quando l'afferro sono ormai in preda alle convulsioni.
Si mette veramente male adesso. Provo a chiedere aiuto. Non
c' nessuno? Andiamo. Non posso proseguire. Se mi stanno
pedinando sono finito, ma la cosa non mi interessa.
Mi stendo pancia a terra. Penso a Iveta. Mi dispiace, mi
dispiace tanto. Ci ho provato. Qualcuno con un altoparlante
cerca di attirare la mia attenzione, ma il Signore decide di
spegnere le luci e perdo conoscenza.
...
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...
CAPITOLO 26.
...
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...
Pensavo di poter fare giusto un giro dico a una donna
senza volto nell'ufficio amministrativo del Woodlawn Cemetery
e vedere se riesco a trovare il, ehm, posto. Non ci metter
molto.
Signore, mi risponde ci sono pi di trecentomila tombe
in questa struttura.  tutto informatizzato. Mi pu dare
un documento?
Controllo nelle tasche posteriori.
Controllo nelle tasche della giacca.
Controllo nelle tasche davanti dei pantaloni, ma trovo solo
la chiave. Sento i suoi occhi su di me e il panico che sale lungo
la colonna vertebrale.
Solo un momento le dico. Sono sicuro di averlo qui da qualche parte...
...
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...
CAPITOLO 27.
...
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...
Carbonato di ammonio.
Farfuglio qualcosa e, ansimando, mi rendo conto di avere
gli occhi aperti. Di fronte a me c' un giovanotto in divisa che
mi toglie da sotto il naso la fiala dei sali.
 sveglio dice il soldato. Signore!
S, s, sto bene, non ...  tutto quello che riesco a dire.
Signore, tutto a posto?
Sollevo la mano. Sono su un autoblindo... Un altro? Fuori
vedo un tratto di strada sopraelevata dall'aspetto deprimente.
Un ponte, sono su un ponte. Nei paraggi individuo un
altro paio di soldati. Sembrano stanchi.
Signore, ha qualche patologia di cui dovremmo essere
informati?
Osservo il ragazzo. Zelante e di colore.
Sono io, prima che il diavolo mi rubasse l'anima.
Io... prendo delle medicine.
Signore, ha perso conoscenza. Mi sa riferire una patologia
specifica, in modo tale che possiamo aiutarla meglio? A
cosa le servono i medicinali?
Evitano che mi scoppi il cuore.
Il ragazzo mi guarda con aria perplessa. Signore, sta dicendo
che  affetto da una qualche malattia cardiaca?
No, ho finito le med...
Washington dice un altro soldato dal sedile anteriore
del veicolo. Ti cercano.
Signore, si rilassi e non si muova. Okay?
Annuisco. Il soldato abbassa la testa, passa sul sedile davanti
e indossa una cuffia senza fili con microfono. Washington.
Lancio uno sguardo al tetto dell'autoblindo. Delle sbarre
di metallo incrociate.
S signore,  qui con noi.
Una pausa. Sento un elicottero in lontananza. O mi sembra
di sentire un elicottero. Sempre, sempre con questi elicotteri.
Mi ha parlato di medicinali.
Ancora una pausa.
Somministrare cosa, signore?
Si interrompe di nuovo. Mi accerto di avere ancora la chiave.
C'. Una costante.
Per una malattia cardiaca?
Una lunga pausa. Rovisto attorno a me... Ecco la valigetta,
grazie al cielo.
Okay... Bene... Capisco... Okay... S signore... Va bene...
Nessun problema, signore... S, solo un momento. Washington
si arrampica di nuovo fino al mio sedile e mi dice: Signore,
casualmente abbiamo alcune delle sue medicine a portata
di mano, proprio qui, perci pu stare tranquillo. Gliele prendo
subito.
Mi allunga le cuffie. Devo ammettere che l'inondazione
di sollievo che sento nello stomaco  sufficiente a farmi
riprendere un po'. Hanno la mia roba. Andr tutto bene. Mi
metto le cuffie.
S?
Decimal, dannato scherzo della natura  la voce del procuratore.
Spero che lei abbia un qualche cazzo di piano in
grado di spiegare tutto questo. Che  chiaro solo a lei. Perch
 un tipo cos fottutamente brillante.
Se mi lasciasse spiegare...
E, Decimal. Che. Cazzo. Sta facendo. Nel fottutissimo distretto
di Brooklyn?
Chiudo gli occhi. Mi stavo chiedendo la stessa cosa, signore.
...
.
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CAPITOLO 28.
...
.
...
Parlando con il procuratore distrettuale, ho capito subito
che non c'era modo di rifilargli delle balle. Questa volta non
se le sarebbe bevute. Cos ho vuotato il sacco.
Pi o meno.
Me ne sto stravaccato in una macchina parcheggiata a pochi
numeri civici dalla Odessa Expedited. Sono pi che consapevole
del mio braccialetto elettronico e del chip che mi
hanno impiantato. Passo in esame le opzioni che ho davanti
a me. Sono tutte piuttosto sgradevoli.
A Rosenblatt ho detto di essere stato portato via con la forza.
Molto probabilmente dagli uomini di Shapsko, anche se
non potevo affermarlo con certezza. Mi avevano portato a
Brooklyn. Ero riuscito a fuggire, ma per il rotto della cuffia.
Rosenblatt non  rimasto affatto colpito dal mio racconto.
Risultato: per il procuratore io sono in libert vigilata. O
vado a lavorare e porto a termine la missione o sar buttato
a calci in mezzo a una strada. Dovrei dire addio al mio status
di cittadino di serie A e, cosa ancora pi grave, alle medicine.
Sarei messo alla porta. Lasciato alla deriva. Persona non gradita.
E inoltre da quel momento sarei considerato ostile agli
affari del comune, cosa che di certo verrebbe presa in considerazione
da qualsiasi autorit dovessi incontrare.
Onestamente non so quanto tempo riuscirei a resistere in
condizioni simili. Da qualsiasi angolazione consideri questa
faccenda, la soluzione di gran lunga pi semplice sarebbe far fuori Yakiv.
E sia.
Rosenblatt ha monitorato le comunicazioni via radio
all'interno dell'organizzazione di Yakiv e ha motivi per credere
che l'uomo sia nel suo ufficio, qui sulla Ventiseiesima
Strada Ovest.
Questa  la mia ultima chance. Secondo quanto mi ha detto
il procuratore, vicino alla Odessa Expedited avrei trovato
una Volt rossa con le chiavi inserite e una boccetta delle mie
medicine sotto il sedile del conducente.
L'ha sottolineato di nuovo: o adesso o mai pi. Il treno sta
partendo e non ritorner. Poi mi ha dato il numero della sua
linea privata, un onore che fino ad allora non mi era stato
concesso.
Una volta portato a termine il lavoro, avrei dovuto contattarlo,
immediatamente, sul suo telefono cellulare. A questo
scopo il personale militare sarebbe stato a mia disposizione
con la sua attrezzatura.
Imparo il numero a memoria. Facile: 999-999-9999.
Dannazione. Mi sento sempre pi in gabbia.
Butto gi una pasticchetta blu ed esamino gli edifici di
fronte alla Odessa. Direi di aver trovato ci di cui ho bisogno.
La tromba delle scale al numero 247, con le finestre che
si affacciano all'esterno, dall'altra parte della strada.
Esco dalla Volt e mi dirigo rapidamente verso l'edificio.
Provo ad aprire il portone, che si spalanca davanti a me. Salgo
le scale fino a raggiungere il secondo piano. Niente di pi
semplice.
Metto in fuga dei ratti dall'aria famelica e mi accovaccio.
Da questa posizione scomoda, ma gestibile, ho un'ottima
visuale sul portone della Odessa. Continuando a buttare un
occhio fuori dalla finestra, controllo entrambe le pistole. Non
dovrebbero esserci difficolt.
Do diversi colpetti su una delle tante lastre di vetro della
finestra a quadri, che alla fine si rompe. Riesco a infilare la
pistola nella piccola apertura.
Avvito il silenziatore alla Sig. Tanto vale farlo fuori con
l'arma che mi ha consegnato lui. Se davvero fosse registrata
a nome di Branko (Brian?), ci sarebbe il doppio vantaggio
di far apparire la cosa come una regolazione di conti per il
controllo del territorio. Ma a dire il vero, chi se ne frega; soprattutto
mi piace l'idea di abbatterlo con la pallottola che
avrebbe dovuto uccidere sua moglie.
Tocco il braccialetto elettronico. Yakiv di certo sa che sono
in zona. Tipo proprio sopra di lui. Dovr concludere la cosa
in fretta, non appena si presenter l'occasione.
Sfioro la chiave. Non mi resta che attendere.
Non devo aspettare a lungo. Passano circa venti minuti e
senza alcun preavviso una coppia di gorilla, intercambiabile
con quella che avevo incontrato nei giorni passati, esce dal
portone seguita da Yakiv in persona. L'uomo sta scherzando
con un paio di scagnozzi, fotocopia dei primi due, che chiudono
il gruppo.
Una volta fuori dall'edificio, si ferma. Sollevo la pistola. Sta
scorrendo con lo sguardo l'intero isolato, il volto attraversato
da un largo sorriso. Lo tengo sotto tiro. Inizio a esercitare una
certa pressione sul grilletto.
Yakiv fa roteare le braccia, una mossa da discoteca che
significa "Non ti fermare. Va' fino in fondo". Sono sicuro che 
diretta a me.
I suoi uomini esitano e si scambiano degli sguardi.
 allo scoperto, ce l'ho nel mirino, se premessi il grilletto lo
colpirei di certo.
Solo che non lo faccio.
Yakiv cammina fino al centro della strada, guardando di
qua e di l. Ritiro l'arma. Sta scrutando gli edifici. Per un secondo
ho la sensazione che mi abbia individuato e mi precipito
indietro come un granchio.
Alza le braccia, come Cristo in croce. A questo punto so
con certezza che non gli sparer.
Yakiv solleva i palmi delle mani, scrolla le spalle, gira i tacchi
e torna dai suoi compagni. Dieci secondi pi tardi si stanno
accalcando in una Chevy nera e tempo altri otto secondi
se ne sono andati.
Non ce l'ho fatta.
Mettiamo pure da parte i problemi che il procuratore pu
avere con quel tipo, il motivo che l'ha spinto a incaricarmi di
ucciderlo, quale che sia. Dopotutto non sono particolarmente
interessato ai dettagli della politica cittadina. Mettiamo
tutto questo da parte: non ho il minimo dubbio che Yakiv
sarebbe felice di farmi fuori. Cazzone arrogante.
Allora cosa mi impedisce di portare a termine la missione?
Dovrei fare il lavoro, tranquillizzare il procuratore. Sistemare
le cose con Brian/Branko, restituirgli la mano, trangugiare
qualche pillola e ritornare al mio grembo letterario.
Non ci riesco. Si pu sapere perch, cazzo?
 che tutta questa faccenda puzza. C' qualcosa di strano,
qualcosa che non torna. Al centro di questo guazzabuglio si
nasconde un'incognita. Il fulcro.
Iveta, attorno alla quale orbita tutto questo caos.
Solo ora me ne rendo conto, in realt non ho fatto altro che
questo. Mi sono arrovellato, cercando di capire il ruolo di
Iveta nella storia. Ho mai smesso di pensare a lei? Neanche
per mezzo minuto.
Mi tiro su dal pavimento, scendo di corsa le scale e mi affretto
verso la macchina. Infilo la pistola nella fondina e tiro
fuori il Purell.
A un tratto mi viene in mente quel clich scadente, il pi
vecchio di tutti.  una frase trita e ritrita, ma contiene un nocciolo di verit.
"Quando hai dei dubbi, cerca la ragazza." Cherchez lafemme. Cherchez lafemme.
...
.
...
CAPITOLO 29.
...
.
...
Davanti all'ingresso del Trump International Hotel and
Tower, in Columbus Circle, ci sono delle colonnine in calcestruzzo,
disposte a circa un metro di distanza l'una dall'altra,
che fanno molto Kandahar. Inoltre, nel caso non fossero una
dissuasione sufficiente, ci sono anche dei sacchi di sabbia ammucchiati,
una transenna metallica della polizia e almeno sei
uomini della Guardia nazionale, con dei fucili d'assalto M4
in bella vista.
Raggiungo la Central Park West alla guida della Volt, accosto
sul lato del parco e spengo il motore. Un momento. Per
un attimo mi  passato di mente perch sono qui. Davvero.
 una cosa che mi succede, soprattutto quando sono stanco.
Mi chiedo dove abbia preso questa macchina del cazzo. Me
ne sto a fissare l'oscurit del parco fuori dal parabrezza, pensando,
provando a rimettere insieme i pezzi.
Sento un elicottero, ma mi rendo conto piuttosto rapidamente
che  solo nella mia testa. Andiamo, Decimal, riprenditi.
Cerca degli indizi. Controllo nelle tasche... Inutile. Mi
accorgo della valigetta sul sedile passeggeri. La apro... Oh s.
Ci sono, in men che non si dica mi torna in mente ogni
cosa. Grazie al cielo non mi sono bloccato in un momento
pi delicato. L'eventualit mi spaventa un po', lasciate che
ve lo dica.
Qualche istante pi tardi, un uomo di colore, sovrappeso,
in un vestito grigio, accosta con la sua Lexus e parcheggia a
poca distanza da me. Esce a fatica dall'automobile e mi lancia
un'occhiata. Fingo di essere concentrato sul GPS della Volt,
premendo dei pulsanti a caso. Mentre il tipo si allontana, sento
il rumore della sicura e dell'allarme che vengono attivati.
Conto fino a quarantacinque, accertandomi che sia diretto
nel Trump.  cos. Non appena lo vedo attraversare la porta
girevole, scendo dalla macchina con aria disinvolta. I poliziotti
stanno guardando in tutt'altra direzione.
Cercate di capire, la puzza. Il Tanfo. Plastica, spazzatura
bruciata. E una costante. La sento ogni volta che esco da un
edificio o da un'automobile. Non  la prima volta che mi chiedo
cosa esattamente stiamo respirando.
Cammino indolentemente verso la Lexus... S, l'adesivo
con i dati relativi all'immatricolazione  proprio l sul parabrezza.
Mustafa Demir, con una bella foto. Ha un permesso
di parcheggio a lungo termine (LPR) valido per questo
quartiere. Significa che  residente. Credo.
Troppo facile.
Spalanco il portabagagli della Volt e ci metto dentro la
valigetta. Ripensandoci, lo riapro e recupero la fotocamera
digitale e il tesserino contraffatto della Sicurezza nazionale.
Sbatto il portello e mi assicuro che sia chiuso. Torno nella
Volt. Conto fino a sei. Ingoio una pillola. Poi esco e mi dirigo
verso la Trump Tower.
Man mano che mi avvicino all'ingresso i tipi si irrigidiscono
sempre pi e quando diventa palese che intendo proprio
entrare dentro, uno grida: Solo i residenti e i loro ospiti, signore.
Li saluto. S, lo so. Sono qui per fare visita a un collega.
Mostro loro il mio documento di identit.
Il nome? chiede quello dotato di parola, gettando un rapido
sguardo sul documento. In mano ha una sorta di palmare.
Signor Demir. Mustafa Demir. Dovrebbe essere appena
tornato da una riunione. Spero che non sia troppo presto.
L'uomo di guardia digita qualcosa e si ferma. Leggo il nome
sul suo tesserino, REYNOLDS. Ha il grado di sergente.
Demir? Certo,  appena entrato. Parli con il personale nella
hall.
Lo saluto e procedo oltre.
Davvero troppo facile. Mi rimetto in tasca il mio tesserino
contraffatto con su scritto Donny Smith. Vedete, il mio assioma
chiave  questo: le persone sono piuttosto stupide; e
inoltre, se hai una storia accettabile, sono propense a crederti.
Questo perch sono anche pigre e non hanno voglia di dover
sbrigare un mucchio di stronzate extra.
Il Trump cerca ancora di proiettare un'aura esclusiva.
Molte luci, soffuse. Deve avere uno di quei generatori sotterranei.
Fa parte di quest'ambizione alla rispettabilit la
presenza di uno staff non militare, il che  assolutamente
perfetto per i miei scopi.
Mi avvicino al ragazzo di colore dietro al banco contrassegnato
dalla scritta reception. Avr poco pi di vent'anni,
un vestito ben confezionato e un sorriso sollecito. Quantomeno
qui ci provano, anche se questo tipo sembra essere l'unico
membro del "personale nella hall".
Gli metto davanti il tesserino. Buongiorno, signore. Dovrei
parlare un momento con il suo capo.
Il ragazzo sta leggendo il documento. Per un attimo sembra
confuso, ma poi recupera la sua flemma. Sarei... sarei io.
Oggi sono io il responsabile, signore. Come posso aiutarla?
Un altro giovane uomo di colore, incontaminato. Sono
perseguitato da questi tipi. Abbasso il tono di voce. Ragazzo,
ho bisogno della sua collaborazione per un problema che
riguarda la sicurezza nazionale.
La gente adora queste cose. Nel profondo. Ahm s... s,
certo. Lancia uno sguardo fugace alle mie spalle, verso i militari
all'entrata. Ha parlato con...
Il sergente Reynolds, s, ma dato che la nostra investigazione
comprende anche l'attivit degli uomini di guardia,
non mi  consentito discutere della situazione con uno di
loro. Chiaro?
Il ragazzo sta facendo del suo meglio. S signore.
E devo chiederle di non fare alcun segnale e di non comunicare
con gli uomini l fuori fino a quando non avremo
finito la nostra conversazione. D'accordo?
Annuisce.
Bene. Ragazzo, dovrebbe consegnarmi la lista delle persone
che risiedono qui stabilmente, insieme a quella degli
ospiti delle ultime settimane... Avete una qualche sorta di
registro dei visitatori, in cui fate firmare le persone che entrano?
Ah. S, certo.
Avr bisogno di dare un'occhiata anche a quello. Le ultime
settimane, per favore.
Il giovanotto sembra in seria difficolt. Signore, il problema...
il fatto  che non siamo autorizzati a dare queste informazioni
senza...
Le ho gi detto che  una questione di sicurezza nazionale?
Ragazzo, noi... Come si chiama?
Reginald.
Reginald, abbiamo motivo di credere che possa esserci
una cellula ostile ancora attiva che opera proprio all'interno
di questo edificio, con l'appoggio dell'unit militare assegnata
in sua difesa. Sono stato chiaro?
S signore, molto chiaro.
Questo  pi di quanto avrei dovuto dirle. Deve solo stare
calmo e consegnarmi quei registri come se fosse la cosa
pi naturale del mondo.
Il ragazzo non riesce a credere di trovarsi invischiato in una
storia simile. Si sta guardando attorno in cerca di un qualche
aiuto, ma senza fortuna.
 mia intenzione collaborare, signore. Devo solo prendere
nota delle informazioni contenute nel suo tesserino.
Dopodich mi ci vorr un momento per stampare la lista dei
residenti...
Bene, grazie Reginald. Gli consegno il tesserino, che
Cerco di spostarmi in modo tale da frapporre tra me e i
militari una colonna ornamentale.
Reginald mi passa un libro mastro rilegato in pelle. Questo
arriva fino alla fine di maggio. Mi lasci solo, ehm, lavorare
sulle stampate...
Grazie, Reginald. Sta rendendo un vero servizio al Paese,
vedr.
Cerca di sorridere, ma senza riuscirci. Poi si china su un
computer malridotto.
Apro il registro... Come previsto,  diviso in colonne: visitatori,
chi sono venuti a trovare, orario, eccetera. So di non
avere molto tempo, perci mi limito a scorrere a ritroso le
entrate pi recenti. Mi metto a girare le pagine. Le voci di
oggi, vado oltre, esamino i nomi, gli orari, niente. Continuo
a girare. Ieri. Mentre gli occhi vanno avanti, sento un groppo
allo stomaco. Aguzzo la vista: ieri, circa alle 8,15
della sera.
Alcune delle lettere sono illeggibili. Dentro di me sento
torcersi le budella. La colonna della persona a cui l'ospite avrebbe
fatto visita  vuota.
Iveta Shapsko, nata Balodis.
Rovisto nella tasca in cerca della fotocamera che avevo
preso dalla valigetta. Armeggio con il copriobiettivo, lo tolgo
e scatto una foto.
Come vanno le cose con quella lista, Reginald?
Il ragazzo sembra sfinito.  solo che... non vede la stampante.
Nessuno usa pi questa cosa. Ora provo a collegarla
direttamente. Entra in quello che sembra essere un piccolo
ufficio.
Volto ancora qualche pagina. L'altro ieri. Cerca, cerca s,
c' di nuovo. con la stessa calligrafia. In mezzo
potrebbe esserci un'altra i o una d. Anche in questo caso, nessuna
informazione a parte l'orario, le 10,30 di notte. Scatto
un'altra foto.
Torno alla firma pi recente. Un attimo. Tengo il segno
con il dito e giro le pagine fino a quella precedente. S... in
entrambi i casi  la stessa mano. Di nuovo, nessun'altra informazione...
eccetto gli orari, 8,15 e 10,30.
Il ragazzo riemerge. Va al computer. Okay, ora dovrebbe
funzionare...
Reginald, lasci che le porga una domanda. I nomi in questo
registro, sono solo ospiti, visitatori? E vanno a trovare un
residente, per la maggior parte?
S signore, la nostra politica  che chiunque non sia un
residente stabile deve firmare il registro. Sta stampando, credo,
solo un momento. Scompare di nuovo.
Signore! La voce di Dio.
Quasi faccio cadere il libro mastro.  il sergente Rock, che
ha appena varcato l'entrata. Poggio il registro sul banco e lo
chiudo con aria indifferente. Infilo la mano in tasca e accarezzo
la chiave per un po' di autocontrollo.
Non la stanno aiutando?
S, sto... aspettando. Gli faccio un gesto della serie "sa
come vanno queste cose".
Il sergente si guarda attorno. Voltati, faccia di merda, e tornatene
fuori al passo dell'oca, penso.
Ma no. Certo che no. Si muove verso di me, tirando fuori il
suo palmare. Lei  ospite di Mustafa Demir, giusto?
Esatto. A dire il vero mi ha detto che non pu incontrarmi
adesso, ma ha lasciato dei documenti al portiere perch li
prendessi. Riguardano le nostre transazioni di affari.
Il sergente mi guarda con sospetto. D'accordo. Bene.
Perci, il personale della reception sta...
In quel momento Reginald esce dall'ufficio e dice: Ehm,
signore? Qui... Non appena alza gli occhi resta di sasso. Mi
guarda, guarda il sergente e poi di nuovo me.
Sono questi i documenti di cui parlava il signor Demir?
gli chiedo, alzando le sopracciglia. Cazzo Reggie, non mi deludere.
Il ragazzo torna a guardare il sergente. L'attesa inizia a
mettermi un po' di agitazione. Ah. Esatto. Eccoli qui. Me li
porge, con le mani visibilmente tremanti.
Afferro quelle pagine sfuse, le piego e le infilo nella tasca interna
della giacca. La ringrazio molto dico con disinvoltura.
O almeno spero. Le auguro una buona serata, signore. Mi
allontano, camminando in direzione della porta. Senza troppa
fretta.
Sono fuori. Mi godo una bella boccata di plastica surriscaldata.
Puah. Guardie di merda. Devono essere proprio frustrati.
Non sono neanche davvero dei militari. Queste teste di cazzo
non mi vanno gi da quando a Los Angeles hanno riempito
di botte mio cugino, nelle proteste del '92. Dannazione,
da questo si capisce che non sono pi un ragazzino, eh? A
meno che non siano tutte stronzate che mi sto inventando. O
che qualcuno ha inventato per me, create su misura perch
mi si adattassero.
Scivolo sul sedile del conducente con in mano le chiavi e,
nel frattempo, tiro fuori le pagine dalla tasca.
Improvvisamente qualcosa di freddo e duro mi viene
puntato contro il collo. Maledizione. Do un'occhiata allo
specchietto retrovisore.
E cos ci rivediamo, idiota dice Anne, dell'FBI.
...
.
...
CAPITOLO 30.
...
.
...
Agente Anne le dico, guardandola negli occhi attraverso
lo specchietto.  un vero piacere.
Ascolta. Sta proiettando un'immagine di s ben pi
letale rispetto al nostro incontro precedente. Preferirei che
sbrigassimo la faccenda in modo rapido e semplice. Senza
incidenti.
Va bene, affrontiamo le cose con calma. Sono sempre felice
di poter essere di aiuto all'FBI replico io.
Mi ha beccato mentre tiravo fuori dalla giacca i fogli di
carta. La mia mano  ancora in parte infilata in tasca. Allungo
le dita, lentamente, fino ad afferrare la Beretta.
Anne colpisce il mio orecchio ferito con il calcio della sua
Glock. Sbando verso destra, sentendo un rumore rosa, e
vengo travolto da un'ondata di dolore.
Imprecando tra i denti, la donna allunga il braccio e d
uno strattone alla Beretta, lanciandola accanto a s sul sedile
posteriore. Poi recupera la Sig e fa altrettanto. Per finire, mi
colpisce di nuovo, dall'altro lato della testa. Sono momentaneamente
sordo.
Mentre parla, spinge sempre pi la pistola contro la mia
nuca. ...Testa di cazzo, perci vedi di abbassare la cresta, ma
molto. Non parlare nemmeno.
Ancora frastornato, cerco di annuire per farle capire che
ho recepito il messaggio, ma i muscoli non vogliono saperne.
Temo che mi abbia procurato qualche danno permanente.
Vorrei dirle che non ho colto la prima parte del discorso, ma le
parole si perdono da qualche parte tra le sinapsi.
Li conosco quelli come te e non ho tempo da perdere,
perci andiamo dritti al sodo.
Porto le mani alla testa.
Uno: hai rubato un oggetto dall'ufficio della Do Rite. Devi
darmelo e devi farlo subito. Due: tu sai dove si trova una
donna chiamata Iveta Shapsko. Voglio questa informazione,
immediatamente.
Ho i palmi delle mani insanguinati e niente con cui pulirli.
La sola cosa che riesco a dire : Non so proprio di cosa stia
parlando, Anne, su entrambi i fronti.
Okay, chinati in avanti, mani dietro la schiena.
Cerco di collaborare. Davvero. Sta facendo sul serio e credo
sia meglio non prendere la cosa alla leggera. Appoggio
la testa sul volante. Sento lo sferragliare del metallo contro il
metallo e le manette che mi vengono chiuse attorno ai polsi.
Il dente di arresto che scatta. Le ha strette parecchio.
Apre la portiera posteriore, la sbatte. Lancio un'occhiata al
pulsante della sicura e cerco di raggiungerlo, ma le manette
me lo impediscono. Anne spalanca lo sportello del conducente
e mi afferra per un braccio.
Fuori.
Dopo aver sbattuto la testa contro il tetto, mi alzo in piedi
un po' traballante. Anne tira in alto la catenella delle manette.
Il mio sfintere si contrae per un secondo e mi sfugge un piccolo
fischio. Mi fa girare attorno al veicolo in questa straziante
posizione yoga. Poi mi prende la chiave della macchina dalla
tasca, apre lo sportello del passeggero e spinge il mio corpo
ossuto all'interno della vettura.
Dannazione, questa ragazza non  una mammoletta. Mi
ero completamente sbagliato sul suo conto. Probabilmente
faceva parte del suo piano.  tutta colpa mia, dovevo fare pi
attenzione. Gli eventi ormai sono precipitati e non riesco a
trovare un punto debole da sfruttare.
Sono dell'FBI e quest'uomo  in arresto, non c' bisogno,
 tutto sotto controllo... urla ai soldati davanti alla Tower,
presumibilmente in risposta a delle domande. Ha tirato fuori
il suo tesserino e lo sta tenendo bene in mostra mentre fa il
giro della macchina.
Anne si mette alla guida. Mi d un pugno sulla mandibola,
bello forte. Sbatto con la tempia sul finestrino del passeggero
e il cappello mi casca atterrando ai miei piedi.
Accende il motore, fa retromarcia e sgomma via a tutta
velocit sulla Central Park West.
Sento la bocca riempirsi di un liquido caldo. Sputo il sangue
sul cruscotto. Un dente. Provo a parlare: Anne...
Sfrecciamo oltre un semaforo giallo lampeggiante. Sempre
pi veloci... e la Sessantatreesima Strada  andata, addio.
Inaspettatamente, Anne gira a destra sulla Sessantacinquesima,
tagliando attraverso il parco, e io le scivolo contro la
spalla. Poi frena di botto e vengo catapultato in avanti, sbattendo
la testa sul parabrezza. La strada  interrotta dal nastro
della polizia, da mucchi di pietre e da un palo del telefono
caduto.
Merda dice Anne. Dopodich ingrana la retromarcia e
torna indietro.
Osservo il cruscotto e, oltre al sangue e al muco, trovo la
parola che volevo vedere: AIRBAG. Allungo la gamba, portando
il mio piede sopra il suo con tutta la forza che mi resta
e insieme schiacciamo l'acceleratore a tavoletta.
Anne mi grida nell'orecchio e cerca di mordermi. Allora
la colpisco violentemente sulla bocca e sul naso con la testa.
Sento qualcosa rompersi. Sbandiamo all'indietro attraverso
la Central Park West. Lei cerca di girare il volante a sinistra,
ma le sfugge di mano. La Volt salta sul marciapiede e
si schianta contro un edificio alla velocit di circa cinquanta
chilometri orari.
Dopo un momento di relativo silenzio, sento un rumore
nuovo. Devono essere gli pneumatici sul vetro.
Ho l'impressione di essere stato accecato. Giro faticosamente
la testa verso sinistra e vedo una massa di capelli scuri
adagiati su un grosso pallone grigio. I tergicristalli sono in
funzione.
Cerco di tirarmi su... Gli airbag, gli airbag si sono attivati.
Come da copione, dato che ho preso in prestito questa mossa
da un qualche film che ho visto su un aeroplano secoli e
secoli fa. Ricordo di aver pensato: Gi certo, col cazzo che
qualcuno potrebbe riuscirci davvero.
Perci sono proprio contento che la cosa abbia avuto successo.
Sia lode a Jah.
La mia portiera si  incurvata e parzialmente aperta. L'intera
automobile  come ripiegata su s stessa. Inizio a spingere
con l'avambraccio. Anne sembra cosciente, perch mi afferra
per i capelli. Me la scrollo di dosso e scivolo fuori sull'asfalto,
atterrando di spalla.
Mi viene in mente la valigetta nel portabagagli.
Mentre mi tiro su, mi volto e vedo Anne che ha estratto la
pistola e sta combattendo con lo sportello.
Maledizione,  difficile alzarsi con un ginocchio malridotto
e le braccia fuori uso. Alla fine in qualche modo ci riesco.
Non ho scelta. Devo svignarmela. Mi dirigo verso il parco,
le mani completamente intorpidite, la circolazione bloccata
dalle manette.
Il suo primo sparo mi manca di poco e colpisce la strada
alla mia destra. Non mi giro, ma dubito che possa sbagliare
una seconda volta, perci mi lancio a rotta di collo verso il
muretto che costeggia la Sessantacinquesima Strada.
Sento il secondo colpo proprio mentre sto saltando il muro.
Atterro su un terrapieno ripido e fangoso e slitto per circa
tre metri. La bocca mi si riempie di foglie e polvere. La caduta
si interrompe bruscamente, frenata da un tronco d'albero.
Sono senza fiato e respiro sibilando, risucchiando l'aria come
attraverso lo stelo di un dente di leone.
Anne a sua volta scavalca il muro, scivola e cade all'indietro,
sbattendo l'osso sacro. La gonna le si alza fino all'addome.
Ha perso un tacco. Lancia via l'altra scarpa e si trascina verso
di me, strisciando sul sedere in modo piuttosto aggraziato. Si
aggrappa a un albero vicino, recupera l'equilibrio e mi punta
contro la pistola. Ha la bocca deformata e insanguinata, un
vero casino.
Sputo foglie, sangue e sassolini. Stiamo ansimando entrambi.
Mi sembra di non riuscire a mettere a fuoco,  molto
probabile che abbia una commozione cerebrale.
Mi hai rotto il naso, stronzo mi dice, con voce nasale.
Cerco di riassumere il controllo dei polmoni. Spiacente
replico in un sospiro roco.
La scatola dice Anne, sputando. E la donna. Parla.
Sembra indemoniata; la mia vista  annebbiata, ma distinguo
chiaramente i suoi occhi e i suoi denti insanguinati. La donna
 laggi nel Trump, giusto? E la scatola,  nella macchina?
 cos? Ho ragione?
La mia testa dondola all'indietro, ma riesco a parlare. Per
chi lavora, Anne?
Ride. Vaffanculo. E tu per chi lavori? Perch nessuno riesce
a capirlo. Ehi, credi che sia possibile sopravvivere con
uno stipendio statale? Io ho una bambina di sei anni e un
prestito studentesco su per il culo. Quella Harvard Law del
cazzo. Brian mi paga il triplo. Faccio ancora parte dell'FBI, ma
in realt sono una mercenaria. Come te, Decimal. Quindi che
cazzo vuoi?
Stavo per svenire, ma alla fine tiro su la testa. Tutto quello
a cui riesco a pensare  che non sar mai in grado di ripulire
la bocca da tutta questa polvere. Insetti, anchilostomi, tenie.
Inquilini potenziali del mio piccolo intestino.
Cerco di riprendere il filo del discorso. Mercenaria, gi...
Decimal. Guarda. Guardami.
La guardo, facendo ricorso a tutte le mie forze. Mi viene
da pensare a Kal, la dea dell'annientamento. Forse  un'associazione
un po' razzista, visto che  in parte indiana o pachistana
o qualcosa del genere.
Fra poco morirai, proprio qui, a meno che non mi dica
dove sono la scatola e la donna.
Non ricordo per quale ragione dovrei nasconderglielo,
perci le rispondo. Be', almeno per met.
La scatola. Quella con all'interno la mano da casa stregata?
 nel portabagagli. Nella... nella mia valigetta. Pu prenderla.
La donna  da me, nella Main Branch della biblioteca.
Non voglio avere altri problemi da voi, fate pure quello che
dovete fare.
Lei mi fissa. Kal la distruttrice. Ti credo. Mi punta la
calibro 45 in faccia e alza il percussore.
Non posso farci niente. Mi preparo per lo sparo. Quanto
meno tengo gli occhi aperti. Affanculo lei, voi e tutto il resto.
Il colpo  piuttosto alto e viene da destra.
La testa di Anne si muove rapidamente verso sinistra, poi
in avanti. Plop, cade dritta nella polvere.
Dopo qualche secondo realizzo che  stata Anne a essere
colpita, non io. Il sangue le esce serpeggiante dalla tempia,
ancora pi scuro e pi lucente dei suoi capelli.
Le mie connessioni non sono veloci come vorrei, dato che
sono stato appena riempito di pugni in testa. Sono molto
stanco. Infilo una mano in tasca. Grazie a dio la chiave c' ancora.
Qualcuno o qualcosa sta scendendo per il terrapieno. Lo
percepisco, nonostante il sipario ormai stia calando. L'ultima
cosa di cui sono consapevole  la sensazione di essere sollevato
da terra, insieme a una voce familiare. Ne traggo la conclusione
che ho il permesso di svenire.
Perci svengo.
...
.
...
CAPITOLO 31.
...
.
...
Davanti ai miei occhi c' una radiosveglia digitale di colore
bianco. Le 6,18 si sono appena trasformate nelle 6,19. Il
corpo mi fa male e con questo intendo dire che sento dolore
dappertutto. Dove sono le mie pillole?
Aspetto che mi torni in mente qualche dettaglio, ma la cosa
non sembra imminente. Sono sotto una trapunta di tessuto
felpato, su delle lenzuola che senza ombra sono quanto di
pi raffinato il mio gracile scheletro abbia mai sperimentato.
Un odore di fumo di sigaretta mi ricorda che anche a me
piace fumare. Mi ricorda...
Sollevo la testa, operazione che risulta essere pi difficile
di quanto possa sembrare, e lancio uno sguardo sopra le coperte,
oltre i miei piedi.
Be', sei vivo allora dice Iveta Shapsko. Indossa un accappatoio
bianco di spugna ed  seduta con le gambe rannicchiate
su una poltrona vicino a una finestra a tutta altezza. Porta
i capelli raccolti in un asciugamano. D un colpetto alla sigaretta
sopra un posacenere di vetro nero alla sua destra. Hai
avuto proprio un gran culo.
Cerco di parlare, ma senza successo.
Deve farti molto male.
Riesco a emettere una sola sillaba, con voce roca.
Iveta prende una boccata e inala con decisione. Ho dovuto
ripulirti da capo a piedi. Eri ridotto uno schifo.
Punta la sigaretta verso l'angolo della stanza. Seguo il suo
gesto fino a un mucchio di asciugamani insanguinati, vestiti,
matasse di nastro adesivo e fettucce di garza. Da una parte
vedo un paio di pinze, delle manette rotte e il braccialetto elettronico
spezzato in due.
Ti avevo detto che sono stata un'infermiera. Potresti avere
un'emorragia interna, ma non credo. Fossi in te mi farei una
risonanza magnetica. Alla testa.  un trattamento di prim'ordine,
ma da quel che ho capito conosci le persone giuste.
Sollevo il braccio. Mi fa un male cane. L'avambraccio  fasciato
con spessi strati di garza e nastro adesivo.
Sei stato tu a insistere. Ricordi? "Toglimi questa cosa!"
Agitando
il braccio di fronte a me. Poi sei svenuto di nuovo.
Non sapevo cosa cercare, perci ho scavato un po'. Dovrebbe
essere a posto ora.
Schiaccia la sigaretta nel posacenere. Sorride.
Non ti preoccupare, il chip l'ho gettato via da qualche parte
sulla West Side Highway, vicino ai Chelsea Piers credo.
Non riesco ad articolare alcun suono.
Ho visto anche quella cosa che avevi attorno alla gamba.
S, un altro dispositivo di localizzazione. E ho pensato che
forse volevi sbarazzartene, giusto? Lo getter via pi tardi.
Iveta sbadiglia e scrocchia le dita. La mia bocca non vuole
rispondere ai comandi.
Okay, riposa ancora un po'. Anche io sono stanca.  stata
una lunga notte.
Si alza, si toglie l'asciugamano dai capelli e si gratta il cuoio
capelluto bagnato. Si guarda le unghie per un secondo, standosene
in piedi nel suo accappatoio. Poi si avvicina al letto,
salta su e si gira dandomi le spalle. I suoi capelli assecondano
la forza di gravit e mi ritrovo ancora una volta davanti a quel
neo.
 tutto okay mi dice, con tono esausto. Questo posto 
sicuro. Ho bisogno di dormire e anche tu. Bene, solo per recuperare
le energie, qualche minuto... Iveta si addormenta.
Ho delle domande importanti, molte domande, ma a malapena
riesco a muovere le mandibole. Non credo di poter
dormire, ma chiudo gli occhi, ascoltando il respiro leggero di
Iveta.
 musica, come pioggia.
...
.
...
CAPITOLO 32.
...
.
...
L'ascensore. Il corridoio. La chiave. Lo sparo.
Mi sveglio di soprassalto. Be', la mia coscienza frammentaria.
Non si pu dire che non sia prevedibile.
Devo aver sonnecchiato un po', di sicuro, perch siamo ormai
a met pomeriggio. Lancio uno sguardo alla donna nel
letto con me.
Iveta Shapsko, cazzo.
Questo lavoro ha preso vita propria, ha una sua volont.
Gli sono cresciute le gambe e ora sta correndo via per la sua
strada.
Mi metto seduto comodo. Indosso ho solo un paio di mutande.
Le gambe e la pancia sono un Jackson Pollock fatto di
tagli, bruciature, lividi e altre cicatrici. Poi c' la mia rotula
bionica. Attorno al torace ho una fasciatura piuttosto stretta.
Mi fa male quando respiro.
Mi tiro gi dal letto e vado verso la finestra. Davanti a me
si apre una vista a volo d'uccello sul cantiere della Freedom.
Automaticamente mi viene un groppo allo stomaco.
Devo essere all'interno del Millennium Hotel. Un raccoglitore
lucido color ebano sulla scrivania rivestita in pelle lo
conferma.
Mentre mi dirigo verso il bagno, mi fermo un momento
per osservare Iveta che dorme, profondamente, con la bocca
aperta schiacciata sul cuscino.  come se volesse comunicarmi
qualcosa, un senso di resa, di totale fiducia. Fiducia che di
certo non mi sono meritato. Semmai il contrario.
E tuttavia eccola l, distesa sul letto.
E cos tanti passi avanti a me in questo gioco. Devo scoprire
quello che sa, cos' che le consente di abbandonarsi cos completamente.
Quanto  passato dall'ultima volta che ho diviso il letto
con qualcuno? Non saprei neanche dirlo. E con qualcuno
che mi ha sparato di recente? Certo non negli ultimi tempi.
Raggiungo il bagno zoppicando.  come se mi stessero pugnalando
al fegato... Vicino alle saponette omaggio c' una
bottiglia di alcol etilico mezza piena e della tintura di iodio.
Ci sono anche dei rotoli di garza ancora sigillati.
Il mio taglierino verde  in un bicchiere di vetro con il logo
dell'hotel, immerso in un liquido rosaceo. Lo recupero, nonostante
quella vista mi disgusti.
I vestiti di Iveta sono ammucchiati sul pavimento. Un paio di jeans, una t-shirt e un cardigan nero leggero. Un reggiseno
pratico e degli slip bianchi. Infine, un paio di scarpe
sportive della New Balance.
In circostanze normali, delle scarpe da corsa della New
Balance, indossate da una signora, per me sarebbero un elemento
sufficiente per chiudere una relazione. S, sono un tipo
un po' snob. Ma nel caso di Iveta, in qualche modo la rendono
ancora pi... Come se non dovesse neanche sforzarsi.
Faccio una pisciata e mi lavo la faccia, strofinandola con
l'alcol. Sembro un cadavere riesumato. Ho entrambi gli occhi
pesti e il naso probabilmente rotto, cos come gli zigomi.
Le orecchie sono coperte da bende e nastro adesivo. Preferisco
non esaminare nei dettagli. Al posto del cappello porto
un turbante di garza.
A proposito di turbanti, mi metto a riflettere un secondo
su questo hotel. Al momento, il Millennium  riservato alla
moltitudine di lavoratori coinvolti nel cantiere della Freedom
Tower, che ovviamente ha subito una battuta di arresto lo
scorso febbraio, quando  stato, be', fatto saltare in aria. I piani
superiori, dove, a giudicare dalla vista fuori dalla finestra,
dovremmo trovarci, sono appannaggio esclusivo di quelli
con i soldi, gli sceicchi, i sauditi.
Il progetto originale della Freedom Tower, detto tra parentesi,
includeva la ristrutturazione del centro islamico e la
costruzione di un'enorme moschea, perci nessuno potrebbe
affermare che quelli con i soldi fossero schierati dalla parte
sbagliata.
Come abbiamo appreso pi tardi, le cose erano comunque
pi complicate.
I sauditi, da sempre proprietari del Millennium, non si
sono lasciati scoraggiare dal disastro e anzi stanno andando
avanti velocemente. Tra tutti i cantieri edili, i loro sembrano
essere quelli che godono di maggiori finanziamenti e stanno
facendo rapidi progressi. Devo ammettere che non so molto
su questa gente, eccetto che stanno lavorando con capitali
privati e che non fanno parte del programma federale per la
Grande ricostruzione.
La sola ragione per cui sono in grado di raccontare queste
poche cose  che tempo fa una senatrice di spicco (repubblicana,
ovviamente) ha sollevato un piccolo trambusto mediatico
proponendo di far bloccare i lavori. La sua argomentazione
era pi o meno questa: dietro agli aeroplani, parliamo
del settembre 2001, c'erano stati il denaro saudita e gli uomini
sauditi, perci come si poteva, in tutta coscienza, consentire
loro di acquisire la propriet di tali immobili? Ma nessuno
 sembrato a proprio agio con questa tesi; un simile modo
di pensare era ormai fuori moda e comunque la questione 
stata presto eclissata da storie di portata ben maggiore.
Il fatto che riesca a ricordare inezie di questo tipo, mentre
non so evocare semplici fatti riguardanti la mia vita,  qualcosa
che sfugge alla mia comprensione.
Comunque. Esco zoppicando dal bagno, individuo il borsone
nero Reebok di Iveta... e la mia valigetta. Fiu... Trovo anche
la giacca del vestito, buttata a terra insieme agli asciugamani
insanguinati.  praticamente andata, per non parlare dei pantaloni,
che sono ridotti un vero schifo. Con il cuore in gola, affondo
la mano nella tasca davanti. Okay, la chiave  dove dovrebbe
essere. Per il momento la tengo stretta nel pugno.
Dannazione, questo era il mio ultimo completo.
Sospiro e scuoto la giacca, sentendo il soave ticchettio delle
pillole che sbattono contro la boccetta di plastica. Almeno
ho avuto la lungimiranza di metterle in tasca... Vi immaginate
se non l'avessi fatto?
Recupero le mie bambine, ne prendo una e bevo mettendo
le mani a conca sotto il rubinetto dell'acqua. Poi mi lavo
di nuovo le mani con l'alcol etilico.
Torno nella stanza e do un altro sguardo in giro: valigetta,
c'; scarpe, ci sono; giubbotto in kevlar, c'. Il cappello. Fantastico.
Iveta deve aver perlustrato la macchina scrupolosamente.
La mia fondina  sul pavimento, insieme alle pistole. Tutte
buone notizie.
Individuo un paio di chiavi magnetiche, appoggiate sulla
scrivania. Ne prendo una. Poi, dopo aver raccolto il braccialetto
elettronico spezzato, tiro fuori dall'armadio vicino alla
porta un altro soffice accappatoio e lo indosso. Mi ci perdo
dentro, mi fa sembrare piccolo. Stringo la fascia attorno alla
vita, ma nel comprimere la gabbia toracica mi sfugge un rantolo
di dolore. La allento un po' e infilo la chiave nella tasca,
prendendo nota mentalmente di non dimenticarmene.
Esco, il pi silenziosamente possibile, in modo tale da non
svegliare Iveta. Il cartello con la scritta NON disturbare 
gi appeso alla maniglia esterna.
Sono di ritorno in meno di dieci minuti.
Mi ero ricordato che l'hotel aveva un ristorante all'aperto,
perci sono sceso per le scale fino al ventesimo piano e ho attraversato
il locale senza esitare, a testa alta, con il personale del
Centro America che mi fissava come inebetito, senza dire una
parola. Sono arrivato in fondo alla terrazza cercando di spacciarmi
per un saudita. Dopodich ho lanciato il braccialetto
quanto pi lontano possibile. L'ho visto superare le recinzioni
e atterrare all'interno del cantiere, vicino a un gruppo di zotici
con l'elmetto che se ne stavano l a cazzeggiare. Me la sono
filata prima che potessero guardare in alto. Tornato sulle scale,
ho capito di non potercela fare e mi sono deciso a prendere
l'ascensore. Ho fatto un bel respiro e sono salito di nuovo al
nostro piano.
Piccoli passi. Ci sto lavorando.
Rientro in stanza e scopro che Iveta  gi sveglia. Sta fumando,
seduta sul letto, la televisione accesa sulla BBC, senza
sonoro.  una replica, sono tutte repliche, il G20 di Toronto.
Quando  stato, nel 2010?
Ho appena ordinato del caff per tutti e due dice, sorridendomi
mentre si stringe l'accappatoio.
Sembra perfetto. La mia voce  terribilmente roca. Mi
hanno dato un calcio in gola? Non che io ricordi.
Da dove iniziare? Sono piuttosto sbalordito le dico.
Di cosa?
Ti sei data molto da fare per tenermi in vita. Se mi avessi
lasciato l a morire, l'avrei capito.
Scrolla le spalle. Era pi che giusto, considerato quello
che hai fatto per me.
Di cosa stai parlando?
Spegne la sigaretta, ma ne ha gi pronta un'altra. Ci sono
almeno due persone che mi vogliono togliere di mezzo. Forse
tre. E so che sei stato in contatto con tutte loro. Posso solo
ipotizzare che tu mi abbia protetta.
Cosa te lo fa dire?
Sapevi dove mi trovavo, ma non sei venuto a farmi fuori.
E devi anche aver dato delle indicazioni sbagliate agli altri,
in modo tale che non mi scovassero.
Penso: Ho davvero fatto questo? Forse un pochino.
Perspicace. Non ci avevo pensato, ma mi sa che ci hai
preso.
Lei inclina la testa. Per quale motivo? Di certo quegli uomini
ti avranno raccontato che ho fatto cose orrende, terribili.
Che sono una persona pericolosa. Non so cosa ti abbiano
detto, ma perch non crederci?
 che non so cosa credere. E poi ero, ehm, curioso. Su di te.
Iveta si accende la nuova sigaretta. Spegne il fiammifero
e lo lascia cadere nel posacenere. Curioso, in che senso?
Mi siedo con cautela sulla poltrona. Quando qualcuno si
rivolge a me per... okay, togliere di mezzo una persona, io voglio
sapere il perch. Anche solo in generale. E voglio sapere
per quale ragione non possa farlo da solo. Se ha delle motivazioni
valide, dimostrabili, bene. Altrimenti...
Mi muovo nella poltrona, cercando senza successo di trovare
una posizione anche solo lontanamente confortevole.
Mi fa male il culo. E a volte anche essere sinceri... be', fa
male.
Sai, potr sembrarti uno psicopatico, ma io ho un Sistema,
una sorta di codice morale.
Iveta continua a fumare, guardando fuori dalla finestra alle
mie spalle. Io ti ho sparato.
Al ginocchio.  stata una mossa tattica. Avresti potuto uccidermi,
sarebbe stato tuo pieno diritto, questo lo sai. Si vede
che sei esperta.
Alza la spalla, un gesto evasivo.
E poi io avevo fatto irruzione in casa tua, minacciando te
e tuo figlio...
Vero replica lei.
A proposito, dov' il bambino? Dov' Dmitri?
Londra. In viaggio, per l'esattezza. Va a stare da mia sorella,
 meglio cos. Non voglio che venga messo in mezzo,
usato come ostaggio.
Come diavolo hai fatto a farlo salire su un volo transatlantico?
Ho un'amica a Washington che lavora per l'ambasciata
lettone. L'ho chiamata,  stato facile.
E tu non sei partita con lui?
Sei deluso? sorride. No. Non ho il passaporto, capisci,
perci non posso andarmene da nessuna parte. Si  tenuto
tutto Yakiv... Fortunatamente, i documenti di Dmitri erano rimasti
nella casa del Queens. Tira una boccata e lascia uscire
il fumo lentamente. E poi, c' cos tanto da fare qui.
Ah s? chiedo.
A questo punto bussano piano alla porta.
 il caff dice Iveta. Ti dispiace?
...
.
...
CAPITOLO 33.
...
.
...
Mentre Iveta si sta facendo una doccia (di nuovo) e si sta
cambiando nel bagno, vengo preso da una voglia matta di fumarmi
una sigaretta. Do dei colpetti alla giacca. Niente. Continuo
a dimenticarmene. In compenso: nella tasca interna trovo
tre fogli di carta piegati maldestramente... L'intestazione della
Trump Tower?
Ah s, la lista dei residenti stabili. Per gentile concessione
di... Come si chiama? Reginald, il portiere, al quale auguro
tutto il bene del mondo.
Vedo il pacchetto di sigarette di Iveta e ne prendo una. Con
la sigaretta al mentolo tra l'indice e il medio, torno al mio caff.
Mi rendo conto di essere davvero affamato.
Apro le pagine spiegazzate. Tanto vale darci un'occhiata.
Mentre scorro la lista, bisbiglio: "A, B, C..." Verso la fine:
"Rosenblatt, Daniel. Numero 1119".
Mi prende un groppo allo stomaco.
Accendo la sigaretta, con la mano un po' tremante. Controllo
la chiave. C' ancora. Memorizzo: stanza numero 1119.
Una volta gli ebrei erano come il prezzemolo in questa citt.
Oggi non  pi cos.
Il procuratore distrettuale Daniel Rosenblatt. Sar lo stesso
uomo? L'istinto mi dice di s. Come potrebbe non esserlo,
vista l'assurdit di questo incarico?
Ripiego i fogli e li infilo in tasca. Non ho idea di cosa significhi
tutto ci nel quadro generale. Tuttavia, nel dubbio...
 una decisione difficile, ma vado a recuperare la pistola.
Iveta emerge in un minuto o gi di l, completamente vestita.
Si siede di fronte a me e solleva la tazza con entrambe le
mani. Come una ragazzina.
Ho freddo. Troppa aria condizionata.
Ha delle macchioline di sangue sulla t-shirt. Il mio sangue.
Piccoli schizzi rossi e marroni decorano anche i suoi jeans
e il maglioncino.
Le mostro la pistola e gliela punto contro.
Iveta ha un sussulto. Poi alza gli occhi al cielo e si rimette
seduta con le braccia conserte. Starai scherzando, cazzo. Di
nuovo?
Non scherzo affatto.
Okay, qual  il problema adesso? Pensavo che fossimo
diventati amici, signor Decimal.
Gi, anch'io, pi o meno. Devo dire la verit, non  facile
puntare una pistola contro questa donna. Tuttavia le dico:
Parlami del procuratore Daniel Rosenblatt.
Non muove un muscolo. La sua reazione vale pi di mille
parole. Tu... lo conosci, vero?
Ovviamente non abbastanza. Ma s, saltuariamente mi
d qualche lavoro.
Iveta sta riflettendo su questo nuovo elemento. Mi sembra
quasi di vedere gli ingranaggi che girano. Be'... questa,
questa  una gran bella coincidenza.
Davvero?
Daniel  stato molto gentile con me e con mio figlio. Beve
un sorso di caff. Con aria indifferente, distaccata.
Ah s? Che bel quadretto.
 stato lui ha parlarti di noi?
Non esattamente.
Allora come...
 qui che sei venuta, al Trump, dopo avermi lasciato nel
tuo appartamento. Dico bene?
S, ma pensavo che lo sapessi. Non di me e Daniel. Parlo
di questo posto.
Avevo dei sospetti. Ma la conferma l'ho avuta solo ieri
sera.
Allora forse non  vero che mi stavi proteggendo.
Non sto dicendo questo. Ho avuto pi di un'occasione
per consegnarti e non l'ho fatto. Mi sembrava sbagliato. Non
so niente di voi, perci sto procedendo a tentoni.
Procedendo...?
Lascia perdere. Quello che voglio dire  che non so da che
parte stare, perch mi avete raccontato tutti un mare di stronzate.
Cercare di inquadrarvi  un'impresa che mi sta esaurendo.
Iveta si gratta il collo. Se hai bisogno di sapere.
Credo che solo cos potrei iniziare a sentirmi a mio agio
qui.
Mi costringo a puntarle di nuovo la pistola contro. Come
ho detto, non  facile. Lei scruta il mio volto. Sospira.
Io e Daniel, abbiamo avuto un litigio molto brutto. Davvero
terribile. Proprio la notte scorsa, prima del nostro incontro.
 uscito fuori di testa. Ha detto di avere "nuove
informazioni" su di me. Mi ha minacciata di consegnarmi alle autorit...
Senza documenti sarei nella merda fino al collo.
Caspita, mi dispiace. Non sopporto il mio tono di voce.
Sembro una fidanzata isterica. Ma capisci, Iveta, qui ci sono
troppe fottute coincidenze per i miei gusti. Inizio ad avere la
sensazione che tutti parlino con tutti e il piano generale sia fottermi
il cervello.
Scuote la testa. Il mondo non gira tutto intorno a te. Okay, te
lo dir. Di me e di Daniel. Lo vuoi proprio sapere? O forse no?
Con una mano prendo un'altra sigaretta dalla scatola di
Iveta, continuando a tenerla sotto tiro. Detesto il mentolo. S,
sentiamo.
Mi fissa per un po'. Credi che ti stia mentendo? Hai un
bell'ego del cazzo, lasciatelo dire. Okay, cerca di capire. Sei la
mia unica speranza ormai. Te ne rendi conto?
Cosa sta cercando di dirmi?
Raccolgo i fiammiferi con su scritto trump TOWER. Ne
piego uno fino a staccarlo e lo accendo schioccando le dita.
Un trucchetto buono per le feste.
Devo ammetterlo, mi sento angosciato. Non mi piaccio per
niente, il modo in cui mi sto comportando non mi va gi. Per
un secondo mi dimentico per quale motivo sto tenendo in
mano una pistola. Ah, s.
Vado avanti. Sono la tua unica speranza. Se lo dici tu, tesoro.
In questo caso sei in un mare di merda, perch quando
si tratta di prendermi cura delle altre persone faccio davvero
schifo.
Ne dubito. E poi, come ti ho detto, con Daniel  finita. Di
lui ho paura.  pazzo.
 un cretino, una mezza checca.
Sembri un marito geloso.
Le rido in faccia, ma ha ragione. Per favore. Daniel Rosenblatt?
Non sarebbe nulla senza la sua carica. Solo uno scoiattolino
indifeso. Un ominicchio opportunista.
No, dico davvero,  pericoloso. Molto pericoloso. Per me
e per te.
Aspetto un momento, cercando di decidere se sia il caso
di mettere via la pistola. Vorrei farla finita con questa storia.
Lei si guarda le unghie. Sono corte. Sembra aver preso una
decisione. Ho avuto dei problemi, quando ero ancora a
Riga...
S?
Un bel macello. Ero molto giovane. Stupida, capisci? Facevo
parte di un gruppo studentesco di attivisti politici. Organizzavamo
piccole cose, tipo far saltare in aria una statua,
minacce bomba all'interno di edifici pubblici.
Non mi sembra cos grave. Dei ragazzi che conoscevo
alle superiori...
Be', io avevo studiato da infermiera e in quel periodo lavoravo
presso l'ospedale militare. Insomma. Dopo l'orario
di lavoro, ho lasciato entrare alcuni compagni attraverso,
come si chiama, una porta di servizio e quelli hanno messo
delle cariche esplosive nel seminterrato. Io non sapevo niente
degli esplosivi, pensavo... che si trattasse di un semplice
atto di vandalismo o qualcosa del genere. Un gesto simbolico.
Mi sbagliavo. Le cariche saltarono in aria e uccisero sei
persone.
Uh. Cristo santo.
Iveta annuisce. Lo so. Un macello.  il motivo per cui ho
lasciato il Paese. Se tornassi laggi andrei in prigione, o peggio.
Daniel  in possesso di queste informazioni e non si far
alcuno scrupolo a usarle. Mi far deportare, senza esitare.
La cosa mi suona un po' strana. Come diavolo ha fatto
Daniel a sapere di questa storia?
Gliel'ho raccontata io. Una parte.
Perch?
Mi fidavo di lui. Gliene ho parlato come ne sto parlando
a te ora. E poi ha ricevuto queste "nuove informazioni", di cui
non so niente.
Mmm...  solo che mi riesce difficile credere che una donnicciola
come lui possa fare qualcosa di estremo.
Estremo? Sta ordinando delle esecuzioni. E dio sa cos'altro.
Ho paura di Daniel come ho paura di Yakiv.
Che  un assassino e uno stupratore, giusto?
S. Non mi credi su Yakiv. Ha incantato anche te, eh? Certo,
 una cosa che gli riesce molto bene.
Non credo a nessuno al momento le dico. Ed  la verit.
Anche se, chiss perch, se dovessi credere a qualcuno sceglierei
proprio la persona seduta qui di fronte a me.
Poi Iveta fa una cosa folle, sconsiderata. Si sporge in avanti
e poggia gentilmente la sua mano sulla mia. Quella con cui
impugno la pistola.
Sento il mio stomaco contorcersi. Mi irrigidisco e come prima
cosa penso al Purell. D'istinto. Poi penso alla sua mano,
alla sua pelle. Pi ruvida di come mi aspettassi. La cosa non
mi dispiace.
Sostiene il mio sguardo, serena. Poi mi dice: Signor Decimal.
Guardami. Sono solo una persona. Dici che la notte
scorsa ti ho salvato la vita. Okay. Pu darsi che negli ultimi
giorni tu abbia salvato la mia. Ho bisogno che tu faccia almeno
uno sforzo e provi ad ascoltarmi.
Non dico nulla. Mi piace il fatto che Iveta mi stia toccando,
tenendo la mano che a sua volta stringe la pistola. Mi piace
questa idea. L'idea di lei.
Ora per devi smettere di minacciarmi mi dice. Credo
che neanche tu voglia che le cose vadano in questo modo.
 vero. C' un particolare che non c'entra niente con questo
scenario, la mano sulla mano con la pistola.  la pistola.
La pistola non c'entra.
Metto la mano sul tavolo. Iveta continua a guardarmi negli
occhi, senza lasciare la presa.
Con molta delicatezza, prendo la Beretta con l'altra mano
e la lascio sul vetro.
A questo punto ci siamo solo noi, le nostre mani.
Ma  troppo per me, perci la ritraggo, gradualmente, ma
la ritraggo.
Le faccio un cenno con il capo. Poi mi appoggio allo schienale
e mi sento subito fottutamente meglio.
Stai bene? mi chiede.
Annuisco di nuovo. Provo una strana sensazione di soffocamento,
ma decido di stroncare simili stronzate sul nascere.
Niente di tutto questo potr accadere.
Okay, ti racconter tutto dice Iveta Shapsko.
...
.
...
CAPITOLO 34.
...
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...
Primo, io sono dura a morire dice Iveta. Sta fumando e
per un momento si ferma a guardare la sigaretta. Sopravvivo,
sempre. Ho avuto quel problema a Riga. Mi sono arruolata
con le truppe della NATO e ho partecipato al conflitto
bosniaco. Ho avuto dei guai pure l. Quando ho incontrato
Yakiv, a Odessa, era un uomo potente. Era stato in Serbia, come
me. Laggi tutti hanno bisogno di protezione. Soprattutto
le donne. Capisci cosa intendo?
La seguo. Non so descrivere il sollievo, ora che la pistola 
fuori dai giochi.
Le condizioni non erano un granch, per le donne. Storie
di commercio sessuale, all'interno dell'Ucraina e oltre confine.
In tutto il mondo. Prende la tazzina del caff e la rimette
gi. Yakiv voleva portarmi in America. Per lui era facile, aveva
gi questo, come si dice, network. Cos arrivo insieme ad
altre ragazze. Una passeggiata.
Continuo ad ascoltarla. Mi chiedo se si sia offesa quando
ho ritratto la mano. Questa donna ha qualcosa di indecifrabile,
almeno per me.
Mi dice: Poi io e Yakiv ci avviciniamo. Come con te, la
stessa esperienza. Cos. In quel modo  stato pi facile...
Abbassa lo sguardo per un momento, dopodich riprende a
parlare.  stato pi facile analizzare le cose che aveva fatto,
prima. In Serbia, in Ucraina. Un mostro. Ma avevo bisogno di
lui, perci mi sono detta: Il passato  passato.
Posso capirlo. Annuisco.
Cos, il tempo si pu muovere rapidamente o lentamente,
ma si muove. Le cose diventano sempre pi difficili. Litighiamo,
in continuazione. In una festa organizzata dall'ambasciata
incontro Daniel. Ora, mi trovo nella situazione di dover
sfuggire a Yakiv. Daniel non  bello, non  divertente, ma ha
quel genere di potere che Yakiv esercitava nel suo Paese. Come
ho detto, io sono dura a morire. Una notte Yakiv  uscito di
casa con degli amici e, probabilmente, qualche puttana. Cos
ho lasciato che Daniel mi seducesse. Perch no? In America
avevo bisogno della protezione americana, non della protezione
slava, con quel suo schifoso machismo del cazzo.
Questa  tosta da digerire. Le dico: Rosenblatt ... Rosenblatt
fa parte dei cattivi. Commissiona omicidi, ordina estorsioni, fa
la cresta sui profitti della droga... Ovunque si possa fiutare del
denaro, lui c'. Io dovrei saperlo bene, no?
Iveta mi lancia un'occhiataccia. Mi credi un'adolescente?
Queste cose le so. E anche tu, le sai perch sei una delle sue,
com' che si dice, una delle sue marionette.
Al che rispondo: Non  cos che descriverei la cosa. Credo
che un termine pi appropriato sarebbe pedina. E comunque
col cazzo. Io lavoro per me stesso. E per nessun altro. E una
cosa che abbiamo in comune, anch'io sono duro a morire...
Lo sono sempre stato e sempre lo sar.
Ma Daniel, ti ha assoldato per... far fuori Yakiv. Non 
vero?
Dal momento che stiamo facendo quattro chiacchiere,
tanto vale essere schietti. Be'. S.  vero.
E allora perch Yakiv  ancora in circolazione? Cos', non
sai fare il tuo lavoro?
Ehi, un attimo. Le emozioni, il toccarsi e lo starsene piacevolmente
a dirsi stronzate sono una cosa, ma non sopporto
che si mettano in discussione le mie credenziali. Ascolta,
bellezza, come ti ho gi detto preferisco non ammazzare
nessuno finch non mi sono chiari i motivi per cui dovrei
farlo.
Nel caso di Yakiv potrei darti motivi in abbondanza.
Buffo,  pi o meno quello che mi ha detto lui a proposito
di te.
E ovviamente Yakiv  un uomo d'affari rispettabile. Perch
non credergli?
Non gli credo affatto. Per il momento ho sospeso il giudizio.
Iveta allora mi guarda fisso negli occhi e mi chiede: E Daniel,
ti ha pagato per uccidere anche me, vuoi negarlo?
Okay, questa cosa posso giocarmela in due modi. Mi arrovello
la mente in cerca di una buona ragione per dirle di
s. Vorrei farlo, ma alla fine rispondo: No, non me l'ha mai
chiesto. A dire il vero, ripensandoci, ha fatto di tutto per tenermi
lontano da te. Immagino che la fiamma sia ancora viva
nel cuore nero del vecchio Daniel. Piuttosto dolce, no?
Oh, finiscila. Come ti ho detto, c' stato un tempo in cui 
stato molto buono con me, tutto qui.
Non ne dubito.  stato buono anche con me. Sempre con
un secondo fine. No, se devo essere onesto, il procuratore
non mi ha assoldato per ucciderti.  stato tuo marito a farlo.
Per una frazione di secondo sembra confusa, poi scrolla le
spalle. S, ha senso. Perch no? Allora, killer, stai aspettando
di vedere chi ha la storia migliore prima di prendere una
decisione in base alla tua morale?
Qualcosa del genere.
Iveta Shapsko si protende in avanti.  senza trucco, niente
di niente, e indossa dei vestiti sporchi, eppure la sua bellezza
riesce a deconcentrarmi.
Bene allora, ho delle storie fantastiche sul tuo nuovo migliore
amico, signor Yakiv.
...
.
...
CAPITOLO 35.
...
.
...
Basta perdere tempo in cazzate. Sono diretto a nord sulla
linea 1, quella che porta al Maritime.
Nel caso andasse tutto a puttane, gi al Millennium ho preso
un'altra stanza con il nome Donny Smith, proprio accanto
alla nostra.
Mi sono premurato di nasconderci la valigetta. Quella misteriosa
mano mummificata mi sta dando molti pensieri. A
Iveta ho detto di starsene tranquilla e di chiudere a chiave la
porta. Non si sa mai.
Ho controllato di avere: la chiave, le pillole, il taglierino,
le bustine di plastica, il Purell e una piccola torcia Maglite.
Ho anche preso in considerazione la possibilit di portare
la valigetta con me, ma ho deciso che non ce n'era bisogno.
Vedete, anche io so dimostrare un po' di fiducia di tanto in
tanto.
 luned ed  appena passata "l'ora di punta"... Nel vagone
insieme a me ci sono solo altri due individui, dei poliziotti
dell'Autorit per il trasporto pubblico. Cerco di non incrociare
il loro sguardo. Portare le pistole mi pesa e, come sempre,
provo un forte sollievo quando finalmente posso lasciare la
metro, liberandomi da simili compagnie. Scendo all'altezza
della Quattordicesima Strada.
Rimediare un nuovo vestito  stato come bere un bicchier
d'acqua e la cosa mi rende felice. Sono entrato nel reparto uomo
del Century 21 attraverso una vetrina in frantumi... Mi sono
dato un limite massimo di dieci minuti. Non  facile andare
per negozi alla luce di una torcia, ma tant'. Alla fine ho scelto
un gessato di Paul Smith che non mi sarei mai potuto permettere
prima del quattordici febbraio. Direi che me lo merito.
Le scarpe che ho vanno ancora bene.
Ho preso un po' di biancheria extra, dei calzini, un paio di
camicie e, bingo, ecco il mio nuovo me.
D'impulso ho afferrato anche un bell'abito di Marc Jacobs
per Iveta. Non ci ho riflettuto su, l'ho fatto e basta. Lei lo ha
accettato e lo ha trovato delizioso.
Cos risalgo in superficie con il cuore pieno di un odio fottuto,
denso, che mi sar essenziale per il compito che mi aspetta.
Grandioso. Di solito non provo emozioni, di alcun genere,
e la cosa mi sta deconcentrando.
Yakiv  un dannato animale. No, a dire il vero chiamarlo
cos sarebbe un'offesa per qualsiasi animale. Nessun termine
 abbastanza forte per descrivere quell'uomo. La lunga lista
di atrocit che mi ha fatto Iveta sfida l'umana comprensione.
Non c' un'azione ignobile che il mio amico Yakiv non abbia
commesso, a parte il cannibalismo. E anche su questo, comunque...
pare che una volta abbia fatto fuori un boss della
mafia russa sparandogli a bruciapelo e poi si sia mangiato il
cuore della figlia, morta durante un brutale stupro di gruppo
a cui Yakiv stesso avrebbe partecipato, costringendo gli altri
gangster russi ad assistere.
In Serbia ha sterminato gli abitanti di intere cittadine. Uccideva
tutti. Ma solo dopo averli fatti stuprare sistematicamente
(donne, uomini e bambini) e dopo aver fatto loro scavare
fino in fondo la propria fossa. Era un'operazione congegnata
nei minimi dettagli, meticolosa.
Perci basta cincischiare, Decimal.
Quello che ha fatto a Iveta spero di non doverlo sentire
una seconda volta e non lo ripeter. Mai.
Tutto questo mi sprona a proseguire verso ovest sulla Quattordicesima
Strada. Sono a un isolato dalla Nona Strada e a
due dall'albergo. Quasi non sento quel maledetto Tanfo, per
quanto sono su di giri. Quasi.
Seguitemi adesso. Il mio approccio si basa sul Sistema e
possiede una logica ferrea.
Giro sulla Nona Strada e, tra la Quindicesima e la Sedicesima,
lancio un'occhiata al vecchio Chelsea Market. E chiuso,
ma qualcuno ha creato un'entrata improvvisata per il mediocre
locale italiano che si trova al suo interno mandando in frantumi
tutti i vetri di una delle porte. Perci il posto  accessibile.
Ho lasciato il mio turbante di garze in favore del cappello
e, se non si guarda troppo da vicino la mia faccia, deformata
in modo allarmante nonostante Iveta abbia provato a truccarmi,
sembro ancora una persona distinta.
Sono molto soddisfatto del completo. Mi ricorder di questo
Paul Smith se in futuro dovessi consigliare un vestito a
qualcuno. La chiave  al sicuro nella tasca dei pantaloni.
Porto indosso il mio giubbotto antiproiettile e le pistole sono
pronte all'uso.
Per prima cosa faccio un giro davanti alla facciata dell'edificio
e osservo che c' un solo uomo di guardia accanto alle
scale che conducono al ristorante sulla terrazza. Poi controllo il lato ovest della Nona Strada e mi blocco di colpo.
Aspetta un attimo.
Una Lincoln Navigator, nera, con i finestrini oscurati... Ma
di certo...
Di certo non ci sar una sola Navigator in tutta la citt, no?
Dopotutto, questo  un posto da VIP. Se mai dovessero esserci
delle Navigator in circolazione, sarebbero concentrate
qui. Posso anche raccontarmi questa storia, ma decido di avvicinarmi
comunque, tenendomi a una certa distanza dalle
luci del Maritime.
Nella Navigator sembra non esserci nessuno. Mi avvicino
ancora di pi, abbastanza per scorgere la targa rossa, bianca
e blu. Questo vuol dire... Cosa? Che Branko  qui da qualche
parte? Che mi stanno ancora pedinando? E quindi...?
Non saprei come interpretare la cosa, ma mi viene in mente
un'idea, un nuovo piano che potrebbe rendere tutto pi
facile. Procediamo. Il dado  tratto.
Giro attorno all'edificio fino a raggiungere l'entrata laterale
del Maritime e salgo le scale due gradini alla volta. Supero
il lacch, cercando di proiettare l'immagine di una persona
che si trova nel proprio ambiente. La visualizzo, la faccio mia.
Non mi dice niente nessuno, nonostante sia un uomo di colore,
il che di solito  una ragione sufficiente per essere sbattuto
fuori da qualsiasi locale frequentato dai bianchi per trovare
un po' di relax. Il vestibolo questa sera  piuttosto silenzioso. Il
luned lo spirito del locale non  molto festaiolo. Alcune coppie
si conoscono meglio davanti a dei drink ghiacciati dall'aspetto
complicato.
Individuo diversi gorilla vestiti di nero con dei cavi a spirale
grigi che spuntano dai colletti per terminare poi in un
auricolare. Tre tipi, il primo posizionato vicino agli ascensori,
il secondo nei pressi del bar illuminato da una luce blu
al neon e l'ultimo davanti alla scala laterale che porta sulla
Sedicesima Strada.
Immagino lo schema che dovrei seguire per farli fuori
tutti, una semplice rotazione di trecentosessanta gradi verso
sinistra, boom, boom, boom.
Mi avvicino al bancone. Dietro c' una bionda "attraente",
alterata chirurgicamente al punto da appartenere a quella
sottospecie di esseri umani che non hanno pi nulla che li
contraddistingua, a parte il fatto di aver subito diversi interventi
di chirurgia plastica, motivo per cui stranamente sembrano
tutti uguali.
Posso esserle d'aiuto?
Un accento russo, labbra "a canotto" cos gonfie che sembrano
sul punto di esplodere. La pelle sul cranio tirata, tirata,
tirata a pi non posso. Poverina, da piccola deve essere stata
una bella bambina. Il suo aspetto mi distrae in modo esattamente
opposto a quello di Iveta.
S, sono Branko Jokanovic e devo vedere Yakiv Shapsko.
La donna aggrotta le sopracciglia, peggiorando ulteriormente
la situazione. Solo la bocca si muove.  inquietante.
Non c' nessuno qui con questo nome. Forse si sbaglia?
Che noia. Abbasso il tono di voce. Ascolti, dolcezza, sinceramente
mi vengono i brividi al pensiero della punizione
che Yakiv infliggerebbe sul suo silicone se venisse a sapere
che sta ostacolando il nostro incontro.
Sembra presa alla sprovvista... Almeno immagino che sia
cos. Posso solo azzardare supposizioni, perch l'espressione
sul suo volto non cambia, non pu cambiare.
Sono stato qui con lui due notti fa, mi ha visto anche lei.
Lo chiami. Il mio nome  Branko Jokanovic. Lavoro per il
legale di Yakiv.
Mette la mano sul telefono. Sta funzionando. Avvocato?
dice con aria perplessa, come se stesse provando a pronunciare
la parola.
 quello che ho detto, zuccherino, perci avanti, lo chiami,
cos, da brava. Branko Jokanovic, il mio nome, deve solo
dirgli che sono qui ed  fatta.
Svetlana, o come cazzo si chiama, esita ancora qualche momento,
buttando un occhio al gorilla all'entrata, che ancora
non si  accorto di nulla. Immagino che si stia chiedendo cosa
mai penseranno quei tipi sparsi per il locale. Poi prende la
cornetta e digita una serie di numeri con le sue unghie dalla
lunghezza pornografica.
Sono stato duro con lei, ma la chirurgia plastica, anche solo un piccolo ritocco, mi fa venire da vomitare. Chiamatemi
pure moralista, ma per me si accompagna sempre a un certo
tipo di obiettivi, di comportamenti. Indica delle scelte precise
in fatto di moda.  volgare e significa non volersi bene.
Ditemi se mi sbaglio.
Il signor Shapsko, per favore. Sta parlando in russo, il
che non mi crea alcun problema.
Aspettiamo. A lungo. Lei non mi guarda e anche questo
per me va bene.
Branko Jokanovic le ripeto. Lei alza un dito. Odio quando
fanno cos.
Conto mentalmente. Nel bar ci sono all'incirca quattordici
coppie e quattro single. Oltre ai tre tipi della sicurezza e ai
due ragazzi con la giacca maoista. Spero che non ci vadano
di mezzo anche dei civili, sarebbe una tragedia. D'altro canto,
se passano il loro tempo in un posto simile, probabilmente
fanno parte di qualche giro sbagliato.
S, chiamo dalla reception.
Sposto nuovamente lo sguardo sulla donna dietro al banco.
 un vero spettacolo. Uno spettacolo tremendamente inquietante.
Mi dispiace disturbarla. Qui c' una persona che dice di
chiamarsi Branko Jokanovic. Se desidera, lo faccio portare
via dalla sicurezza... Si interrompe. No, sono proprio sicura,
Branko Jokanovic. Devo farlo accompagnare alla porta?
Improvvisamente vengo colto da un'ondata di simpatia per
questa persona. Ho dato troppe cose per scontate. Come il fatto
che la chirurgia plastica sia stata una sua scelta. Non sopporto
quando gli altri presumono delle stronzate sul mio conto.
Yakiv le sta chiaramente dando una strigliata; ha gli occhi
fissi sul pavimento. Conosco i meccanismi di controllo impiegati
da questi figuri. Per una ragazza di sedici anni, rimanere
invischiata con un uomo simile  la fine. Alle soglie dei
quarant'anni non pu che avere una vita orribile.
Che mi succede? Sono irrequieto, devo concentrarmi.
La donna mette gi la cornetta con attenzione. Poi mi dice:
Il signor Shapsko la raggiunger subito. Evita di guardarmi
negli occhi.
In questi ultimi momenti che trascorriamo insieme vorrei
rimangiarmi tutto. Signorina, le dico in russo mi scuso
per essere stato scortese. Non era necessario. Ho avuto una
brutta giornata al lavoro e mi sono sfogato un po' con lei. Auguro
tutto il meglio a lei e alla sua famiglia. Mi esce fuori un
discorso piuttosto formale... Che vi devo dire, il mio russo 
scolastico.
Lei mi guarda, piegando la testa. Bene. Pu aspettare al
bar. In inglese. Glaciale. Ha la pelle dura. Mi sembra giusto.
Ne avr bisogno.
La ringrazio e, con molta calma, mi dirigo verso il bar. Era
il mio piano fin dall'inizio, posare il mio culo secco su una di
quelle sedie nere cromate.  come se qualcuno avesse inserito
la ripetizione automatica e l'architettura e il design del locale
fossero bloccati negli anni Novanta.
Mi posiziono il pi vicino possibile alla strada. La terrazza
 aperta. Per arrivare fino a me, quei delinquenti saranno
costretti a passare al massimo due alla volta, probabilmente
in fila indiana. Tutto come previsto.
Il barista mi schiaffa davanti un sottobicchiere (Vodka Stolichnaya).
Cosa beviamo stasera?  un uomo tarchiato, con
i capelli neri e le sopracciglia folte.
Penso, che cazzo, me lo posso concedere. Uno Shirley
Temple. Senza ciliegia. Detesto le amarene.
Il tipo mi guarda con aria persa.
Ha presente, tipo Sprite o 7Up con dello sciroppo di granatina?
Non viene mai qualche bambino da queste parti?
Senza alcol abbiamo solo dell'acqua minerale.
Non  divertente. Per me va bene.
L'uomo scompare, mentre io sto osservando gli ascensori.
Il gorilla pi vicino, quello accanto al bar, sta parlando nel
suo auricolare. Poi si volta cercando inutilmente di apparire
disinvolto, mi squadra e inizia a parlare di nuovo.
Guardo alla mia destra. S, tutti i tipi della sicurezza stanno
parlando, come in attesa di un segnale. Ruoto con la sedia
verso sinistra e controllo la terrazza, tenendo sempre la mano
in tasca. Stanno servendo la cena, ma gli avventori scarseggiano.
Passo il dito lungo il bordo della chiave.
Per quello che riesco a vedere, laggi non c' nessuno della
sicurezza, a parte il tizio in fondo alle scale che danno sulla
Nona Strada. Far bene a non dimenticarmene.
Tiro fuori un po' di Purell e me lo spruzzo. Pi pronti
di cos non si pu. L'adrenalina inizia a farsi sentire ed  magnifico.
Yakiv esce dall'ascensore, con al suo fianco altri due uomini
nerboruti.
Il barista mi mette davanti la bottiglia d'acqua. Rapidamente,
butto gi una pillola e la tolgo di mezzo.
Yakiv si dirige verso la reception, ma uno dei suoi uomini
gli tocca la spalla e mi indica. Lo saluto con la mano. Come
va? L'espressione sul suo volto attraversa tutta una serie
di stadi: all'inizio sembra divertito, poi momentaneamente
stupito e infine infuriato.
Si sta avvicinando. Lo vedo venire verso di me solo soletto,
perci, se Lucifero vuole, deve aver detto ai suoi scagnozzi
di rilassarsi. Il gorilla davanti al bar si fa da parte al suo
passaggio. Yakiv sta cercando di assumere un'espressione il
pi possibile distaccata, ma  chiaro che  incazzato.
Quel nome mi dice. Perch hai usato quel nome, credi
che sia divertente, cazzo?  a pochi centimetri dalla mia faccia.
Alzo una mano, per placarlo. In giro per la sala sento un
collettivo irrigidimento di muscoli.
Ehi, Yakiv, datti una calmata. Era uno scherzo, cos, per
farti stare un po' sulle spine. Non vorrai rammollirti, no?
Senti, per caso c' anche Branko qui? Te lo chiedo perch a
dire il vero ho notato la sua macchina parcheggiata proprio
davanti...
Non  affatto divertente. Come non mi diverte che ti sia
sbarazzato del braccialetto. Mi sa che il nostro accordo non
sta funzionando. Eh? Yakiv fa un cenno ai suoi uomini.
Ti sbagli, amico. Ho portato a termine la missione.
Stronzate replica, di nuovo rosso in volto.
Okay, devo fare la mia mossa al pi presto. Iveta. Andata.
Ho delle fotografie... Infilo una mano nella giacca. Si
precipitano tutti verso di noi, ma  troppo tardi. Ormai ho
gi fatto voltare Yakiv, l'ho afferrato in una presa di sottomissione
e gli ho puntato la Sig Sauer contro l'orecchio.
Indietro, cazzo! dico in russo al gruppo di energumeni.
Segue un breve momento di caos. I clienti si rannicchiano
sotto i tavoli, il bar si svuota velocemente. Colgo l'occasione
per bloccare Shapsko con una presa pi salda. Oh, ti stai
cacciando in guai molto seri. Te lo assicuro.
I gorilla lanciano uno sguardo a Yakiv ed estraggono le
armi. Una bella scarica di adrenalina, avere sette o otto pistole
puntate contro. Il loro problema  che l'accesso al bar 
ostacolato da un muretto basso che crea un effetto a collo di
bottiglia.
Yakiv sembra quasi annoiato. Parla in russo: Aspettate
un attimo, ragazzi, vediamo dove va a parare.
Gi, aspettate un attimo dico io, sempre nel mio russo
scolastico. Se vi avvicinate ancora, sparo al vostro capo. O
forse lo azzoppo soltanto, cos potr ricordarsi chi di voi gli
ha rovinato la vita.
Sto pensando all'uomo gi ai piedi delle scale. Non lo vedo.
Immagino significhi che gli hanno ordinato di mantenere
la posizione. Saggio.
Stanno tutti chiacchierando nei loro auricolari.
Iniziamo a indietreggiare, uscendo sulla terrazza.
Yakiv, gli sussurro all'orecchio so che cosa sei. So cosa
hai fatto. Capisci? Questa volta non la scamperai,  arrivata
la tua ora.
Continuiamo a indietreggiare. Se il tizio salisse le scale sarei
fottuto, perci inizio a muovermi pi velocemente, prima
che se ne rendano conto anche gli altri.
Yakiv a dire il vero sta sorridendo. Trovo triste che ti sia
lasciato trasformare cos facilmente in una marionetta. Sei
finito nel mezzo di qualcosa che non puoi capire. Hai frainteso
tutto. Iveta, ti manger vivo.
Sta' zitto. Parlare non ti servir a niente.
Indietreggiamo ancora. All'interno vedo due degli uomini
correre verso l'entrata laterale. Ah, vogliono fare il giro dell'edificio.
Bella mossa.
Stiamo per scendere le scale, dove probabilmente incontreremo
l'altro uomo della sicurezza. Faccio pressione sulla
carotide di Yakiv, impedendogli di respirare e bloccandogli
la circolazione sanguigna. Stringo pi forte, per circa venti
secondi. I suoi uomini muoiono dalla voglia di intervenire, in
un modo o nell'altro. Quando  ormai stordito, faccio qualche
altro passo indietro.
Come previsto, in fondo alle scale c' un gorilla. Sono sicuro
di poter staccare la pistola dalla testa di Yakiv il tempo
necessario per sparare a quel tipo dalla bocca simile a un
grosso Spaghetti O.
E cos faccio, proprio mentre quello sta per prendere la
mira, boom, un colpo alla destra del naso. La faccia gli esplode
e l'imbecille casca all'indietro. Punto di nuovo la pistola
alla tempia di Yakiv. Sentendo lo sparo, i suoi uomini rimasti
dentro all'albergo iniziano a urlare come matti, ma non possono
fare niente, se non vogliono colpire il loro capo.
Capisco che  il momento di tagliare la corda, mentre godo
ancora di un leggero vantaggio. Trascino Yakiv gi per
le scale e non appena perdo di vista i suoi uomini, li sento
precipitarsi nella nostra direzione.
Siamo a met dell'isolato quando due dei ragazzi di Yakiv
spuntano dall'angolo dell'edificio. Il pi furbo si ripara immediatamente
dietro al muro, mentre il pi stupido tiene la
pistola a mezz'altezza e corre con andatura moderata verso
di noi.
Prendo attentamente la mira da dietro alla schiena del
mio ostaggio e faccio fuoco. Il primo colpo va a vuoto, merda.
Sparo ancora e quello stringe le mani attorno alla coscia,
fa un mezzo salto e atterra sull'asfalto. Faccio fuoco un'altra
volta per togliermelo di mezzo e poi mi volto a osservare il
grosso degli uomini che sta prendendo posizione lungo il
davanzale della terrazza. Muoiono dalla voglia di spararmi
e non posso biasimarli. Purtroppo per non riescono a tenermi
sotto tiro.
Mi preoccupa il tipo alla mia destra, che tiene ancora duro
dietro l'angolo. Non posso usare Yakiv come scudo in due
direzioni simultaneamente.
L'effetto della presa vulcaniana  ormai svanito e l'ucraino
sta facendo del suo meglio per strascicare i piedi e in generale
per ostacolare i miei movimenti.
Che piano brillante dice. Devi esserne molto fiero.
Di' loro di abbassare le armi gli rispondo.
Yakiv si limita a sorridere.
Ho detto, di' loro di darsi una calmata e falli allontanare.
Non ci pensa nemmeno. E ovviamente sta giocando bene
le sue carte, perch se gli sparassi mi ritroverei sotto una
pioggia di proiettili. Il solo potere che ho in questo momento
dipende dal fatto che Yakiv resti in vita.
Sospiro. Okay, prendiamola come viene.
Iniziamo ad attraversare la Nona Strada, all'indietro,
orientandoci verso sud. Sembra funzionare. Un passo alla
volta. Yakiv coglie l'occasione per piantarmi una gomitata
nello stomaco. Un bel tentativo, ma ho indosso il giubbotto
antiproiettile.
Evidentemente si voleva accertare proprio di questo. Ascoltate,
grida in russo ai suoi ragazzi ha un giubbotto in
kevlar. Mirate alla testa. Se credete di averlo sotto tiro, sparate.
Mi fido di voi come se foste miei fratelli.
Proprio una bella mossa. Merda. Immagino che da Yakiv
la cosa non dovrebbe sorprendermi.
Il tipo per la strada, che non aspettava altro, questa notte
vuole proprio divertirsi, perch salta fuori e spara un colpo.
Io mi rannicchio dietro a Yakiv. Diavolo se lo faccio, non
sono mica un eroe. Sento il proiettile caldo fischiare a poca
distanza dal mio orecchio destro. Un tiro eccellente, data la
distanza.
Sembra che a Yakiv non piaccia come si stiano mettendo
le cose. Quella pallottola  passata molto vicino anche a lui.
Okay, Basta! Cessate il fuoco. Fermi.
Il tipo sveglio, forse troppo concentrato a cogliere la prossima
occasione per farmi fuori, deve essersi scordato di trovarsi
allo scoperto.  un vero peccato.
Yakiv inizia a dire qualcosa, ma ormai sono totalmente
concentrato sul mio obiettivo. Lo becco al primo colpo. Il tizio
si gira di lato e lo vedo cadere sull'asfalto, senza riuscire a
cogliere l'espressione del suo viso. Qualcuno potrebbe disapprovare
un comportamento del genere, ma io prendo di nuovo
la mira e per la seconda volta sparo a un uomo gi a terra.
Ora le cose sono molto pi facili e Yakiv lo sa.
Non pensavo avessi delle tendenze suicide. Questa faccenda
per te non potr che finire male. Eccetera. Sta cercando
di intimidirmi, ma questi trucchi con me non funzionano.
Lo lascio blaterare.
Mentre raggiungiamo l'altro lato della strada, i suoi uomini
stanno dando in escandescenze per la frustrazione.
Alcuni rientrano in albergo, probabilmente con l'intenzione
di girare attorno all'edificio come hanno fatto i loro compari
morti o moribondi.
Per me va bene. Sono in gran forma. Lo sento, funzioner.
Sto trascinando l'ucraino sulla Sedicesima Strada. Manca
mezzo isolato, forse anche meno. Yakiv si  accorto della mia
buona sorte. Sta cercando di mantenere un tono di voce rilassato
e sarcastico, ma le cose per lui si mettono male. Dalla
sua voce capisco che  sempre pi disperato.
Decimal, rifletti, sei proprio sicuro che ti convenga? Mi
ammazzi, e poi? Non saprai mai delle cose essenziali per la
tua sopravvivenza. Solo io posso fornirti queste informazioni.
Okay? Stai solo uccidendo te stesso.
Non ho pi intenzione di parlare con quest'uomo. Siamo
tipo a tre metri dalla porta a vetri in frantumi verso cui siamo
diretti.
I suoi uomini raggiungono il lato opposto della strada. Sono
a corto di idee, impotenti, inutili, e probabilmente se ne
stanno rendendo conto anche loro. Restano l impalati, mentre
io scavalco goffamente la cornice della porta e mi introduco
in quel ristorante buio, in rovina, trascinando Yakiv a
corpo morto.
Una volta entrati, faccio qualche passo indietro e punto
la pistola alla base della sua colonna vertebrale. Gli do un
colpetto.
Muoviti, veloce, andiamo. Metti le mani sopra la testa e
intreccia le dita.
Yakiv obbedisce. Lo conduco nella galleria principale che
attraversa il vecchio Chelsea Market per tutta la sua lunghezza,
terminando sulla Decima Strada. Un vero e proprio
labirinto, pieno di vetrine che una volta appartenevano a negozi,
panetterie, alimentari e botteghe di oggettini vari.
Con me ho solo una piccola Maglite, perci me la dovr
far bastare... La direziono sul pavimento a mezzo metro di
distanza da noi mentre procediamo. Lo spingo oltre l'edicola,
addentrandomi sempre pi nell'oscurit del locale. Pi avanti
mi sembra di vedere dell'acqua corrente. O si tratta di una
perdita o la fontana in qualche modo  ancora funzionante.
Un mare di pezzi di vetro ricopre il passaggio, scricchiolando
sotto i nostri piedi. Il posto deve essere stato saccheggiato
pesantemente.
Lo faccio fermare davanti alla vecchia Chelsea Wine Vault.
La porta  gi stata sfondata e siamo inondati dalla puzza del
vino rovesciato, che dopo essersi cotto per un mese e mezzo
in questo forno, si  trasformato in aceto. Nonostante l'odore
sia piuttosto travolgente, dico: Qui dentro, andiamo.
Sta chiaramente cercando di escogitare qualche trovata,
anch'io farei altrettanto se fossi nei suoi panni. In ogni modo
non oppone resistenza. Decimal mi dice, mentre lo costringo
ad affrettarsi verso il retro del negozio. Ci sono bottiglie
rotte ovunque, perci faccio attenzione a dove metto i piedi.
Quello incalza: Non ti servir a niente, tutto questo. I miei
uomini ti troveranno. Torniamo indietro adesso e ti do la mia
parola d'onore che nessuno ti far del male.
Caspita, Shapsko, sembra proprio un'offerta irresistibile,
che purtroppo devo declinare. Sto spostando la torcia
di qua e di l sul pavimento vicino alla cassa... Eccola. Una
botola.
Vedete, una volta devo essere uscito con una ragazza che
lavorava qui. Una ragazza bianca. Come si chiamava? Ho
un vuoto. Ma in qualche modo so che questa gente aveva
uno scantinato. Almeno cos mi sembra di ricordare. Sono
sollevato nel vedere che non si tratta di un falso ricordo. Avrebbe
reso le cose molto pi difficili.
Yakiv, apri questa cosa e calati gi.
Non si muove. Continuando a puntargli contro la pistola,
mi piego e tiro l'anello di metallo. Il portello si apre di scatto.
Yakiv, andiamo.
Ancora una volta non si muove. Prendo la pistola per la
canna e faccio per aggredirlo. Quello crede che stia per sbattergliela
in testa e cerca di proteggersi, ma io lo colpisco all'inguine
con il calcio.
Yakiv si piega in due e cade in ginocchio. Gli giro attorno
e, usando la mia gamba buona, lo faccio rotolare nel buco.
Quello rimbalza gi per le scale. Appena in tempo, perch
sento il gruppo dei suoi scagnozzi arrivare incespicando nel
corridoio, apparentemente alla cieca. Scendo gi per la scala
che porta allo scantinato; fatto qualche gradino, mi volto e
chiudo delicatamente il portello dietro di me.
Sposto la luce della torcia sull'ucraino. Ci sono circa cinque
centimetri di acque di scarico sul pavimento. L'uomo
sta lottando con una grossa scheggia di vetro verde che gli
ha completamente trapassato la mano. Dei ratti si muovono
disordinatamente nei paraggi. Una bella sfortuna per un uomo
cos orgoglioso. Rimane in silenzio, armeggiando con il
frammento, la faccia sudata, ma concentrata. Che stoicismo.
Il problema  che il sangue ha reso il pezzo di vetro scivoloso
e non riesce a tirarlo via.  troppo sfuggente. Ci prova con la
falda della camicia, ma anche questo tentativo fallisce.
Dannazione, mi ci vorr una confezione da venti di Purell
dopo questa scena disgustosa.
Recupero il silenziatore dalla tasca della giacca. Arrotolo
il risvolto dei pantaloni e scendo gli ultimi gradini. Mi accovaccio
accanto a lui, facendo scrocchiare il ginocchio buono.
Gli dico: Probabilmente non  una buona idea tirarla fuori.
Dovresti saperlo.
Avvito il silenziatore.
 un principio base quando si ha a che fare con una
scheggia. La tiri fuori, per un attimo ti senti sollevato e poi,
oh oh, stai morendo dissanguato. In una strada deserta, in
un edificio merdoso in qualche merdosa citt a migliaia di
chilometri da casa. O in una cantina pretenziosa, ovunque.
Yakiv evita di guardarmi negli occhi. Sta tenendo la scheggia
di vetro, ma ha smesso di tirare. Non il modo pi elegante
di uscire di scena per il signor Shapsko... Ma d'altronde, quale
lo sarebbe?
Girati sullo stomaco. Finiamo questa cosa, Yakiv.
Mi guarda. Quasi teneramente. Lei non  quella che dice
di essere, amico mio.
Inizio a spingerlo su un fianco con il piede.
E neanche io aggiunge.
Oh, lo so bene cosa sei.
Lo rivolto. Va faccia a terra, poi solleva la testa da quell'acqua
sudicia e sputa.
Quello che conosci non  il mio vero nome.
Gli metto un piede sulla schiena, all'altezza delle reni.
Criptico. Mi hai incuriosito. Prendi due bei respiri, Yakiv, e
goditi questi ultimi momenti di vita. Stai per sgusciare via da
questo groviglio mortale, come si suole dire.
Ti sta facendo passare per fesso. Il nome che hai usato,
questa sera al tuo arrivo... dimostra che non sai niente. E la
donna che chiami Iveta... quella donna, ti taglier la gola.
Non sei al suo livello. Ho l'impressione che stia sorridendo,
ma davanti a me ho solo la sua nuca, perci non lo sapr mai
di sicuro. Dille che ho vinto. Non si  mai avvicinata a me.
Neanche una volta. Ho vinto.
Sbatto le ciglia. Qualcosa nelle parole di quest'uomo... No.
Sento che dovrei uscirmene con una frase intelligente,
straordinaria, tipo che nessuno  mai ci che dice di essere,
ma non riesco a formularla in modo soddisfacente.
Cos gli sparo e basta. Gli ficco una pallottola nel collo. Cerca
di rialzarsi. Si merita dei punti per la caparbiet. Lo schiaccio
ancora pi forte con il piede e gli pianto un'altra pallottola
dietro all'orecchio.
Questa volta si accascia a terra senza vita.
Mi allontano dal suo corpo. Non  mai come pensi che sia.
Ogni volta un anticlimax. E la natura dell'omicidio, giusto o
no che sia.
E inoltre, in un certo senso questo tipo mi piaceva.  un
peccato.
Fa freddo qua sotto. Mentre mi faccio luce per trovare la
via di uscita, sento il ticchettio dei ratti che si avvicinano.
Devo affrettarmi. Ho un'altra piccola commissione da sbrigare
prima di dirigermi nuovamente verso sud.
...
.
...
CAPITOLO 36.
...
.
...
Per quanto ne so, c' solo una mummia autentica esposta
al pubblico nella citt di New York.
Non mi sorprende trovare la porta d'ingresso del Metropolitan
Museum of Art sbarrata. Sono arrivato pi velocemente
del previsto. Gli uomini di Yakiv erano completamente fuori
strada; li potevo sentire da qualche parte lungo quel corridoio
buio, che intruppavano di qua e di l. Delle eco gutturali, tutti
quegli sfa' e quei vidi che si chiamavano a vicenda, sempre pi
consapevoli del loro completo fallimento.
Io sono emerso con tutta tranquillit sulla Decima Strada,
senza problemi. Nell'oscurit della notte.
Ho fatto il giro largo, zoppicando attorno al Met. Un po' a
disagio, dato che si deve fare un tratto di strada nel parco per
avvicinarsi al retro del museo, con la sua enorme parete di
vetro inclinata. E il vetro qui  l'elemento chiave.
Certo, non sono stato il primo ad avere questa idea. I saccheggi
post quattordici febbraio sono iniziati quasi in contemporanea
con gli attentati e questo era senza alcun dubbio un
posto caldo. In quei giorni le persone si accalcavano le une sulle
altre per sgraffignare qualche inestimabile fetta del bottino.
Ovviamente Yakiv e i suoi ragazzi ci avevano fatto una visitina
e ne erano usciti con qualche camionata di refurtiva.
Almeno a giudicare dalla sua collezione al Maritime. Il difficile
non  impossessarsi di simili tesori. Puoi arraffare tutto
ci che desideri. Qui c' un trittico bizantino, l una maschera
funeraria persiana del XVI secolo. Il problema semmai  disfarsene.
Perch chi tra i vostri vicini sarebbe interessato a un
Rembrandt o a un calice dell'et del bronzo?
 quanto tutti noi abbiamo realizzato quasi subito: le sole
cose di valore sono quelle che ci tengono in vita. Cibo. Acqua.
Riparo. Armi. Lo stretto necessario.
Comunque, il posto  accessibile agevolmente, dato che i
miei predecessori hanno aperto diverse entrate nella fragile
facciata.  una passeggiata intrufolarsi nell'ampia sala che
ospita il Tempio di Dendur, circondato parzialmente da uno
specchio d'acqua resa verdognola dalle alghe, il fondo ricoperto
di nichelini arrugginiti e monete da dieci centesimi.
Vado in cerca della mummia affidandomi alla memoria,
incrociando le dita che nessuno ancora l'abbia manomessa.
La mummia, intendo, non la memoria. Perch avrebbero dovuto?
E tuttavia. La gente non si ferma davanti a niente.
Sembra abbastanza inalterata. Il fagotto, che una volta era
stato il tesoriere capo Ukhhotep, risale al 1991 a. C., il che ovviamente
significa che  pi antico di oltre duemila anni rispetto
a Giovanni Battista.
Io per la vedo cos: una mummia  una mummia.  vecchia,
morta e rinsecchita. Giusto? Quanta differenza potr
mai esserci?
Tiro fuori il mio taglierino, i guanti di gomma e un grosso
sacchetto freezer con chiusura ermetica.
E mi metto al lavoro.
...
.
...
CAPITOLO 37.
...
.
...
Sudato ma soddisfatto, mi dirigo verso la mia prossima
tappa, Grand Central Terminal, dove non dovr trattenermi
a lungo.
La sala principale si  trasformata in un campeggio surrealista.
Alla Bosch. Noto delle tende dall'aspetto costoso, biciclette,
hibachi, cani e bambini. Sul pavimento c' a malapena
un metro quadrato di spazio libero.
Ma io ho delle cose da portare a termine, perci aggiro
tutto questo e scendo al piano di sotto. Verso il magazzino di
stoccaggio automatico.
Esco passando per la Vanderbilt Avenue. Butto gi una
pillola. Mi infilo la chiave magnetica di un armadietto nella
tasca di dietro dei pantaloni e tiro fuori il Purell. Dio solo
sa chi usa quegli affari disgustosi.
Giro a sinistra sulla Quarantaduesima, cos vicino a casa,
e ripenso ai miei libri. Poi di scatto mi rifugio nell'atrio di un
edificio.
Un paio di soldati. Come cazzo mi  venuto in mente di
andarmene in giro cos, come se niente fosse? Senza dubbio
Rosenblatt avr diffuso un avviso di allarme generale. Questo
 poco ma sicuro. Non voglio essere fermato da qualcuno
in uniforme, sarebbe un disastro. Game over.
Ed ecco, proprio davanti a me ci sono questi boy-scout che
di fatto mi impediscono di raggiungere la metropolitana. Iveta.
Una qualche conclusione.
Devo pensare velocemente. I soldati, uno di origine latinoamericana
e l'altro di colore, stanno cazzeggiando, annoiati.
Nessuno dei due mi ha notato. In dotazione hanno entrambi
una pistola mitragliatrice HK MP5. Una potenza di fuoco pazzesca,
fottutamente superiore alla mia.
Andiamo, Decimal, risolvi il problema. Un po' di spirito
d'iniziativa. Basta abbassare la coda come un cagnolino.
Sul cinturone tattico del ragazzo di colore c' una radio
portatile a onde corte.
Spirito d'iniziativa. Pensa al Sistema. Semplicit.
Ci sono. O la va o la spacca.
Primo: controllare se vi siano altri agenti di sicurezza. A
destra e a sinistra. Non c' nessuno, a parte due civili.
Spirito di iniziativa, Decimal.
Esco dal mio nascondiglio e cammino barcollando verso i
due. Porto la mano destra sul petto, come se fossi ferito. L'altra
mano  infilata per met nella tasca della giacca, a cinque
centimetri dal calcio della Sig.
Aiuto farfuglio. I ragazzi si sono gi voltati verso di me.
Tranquilli, certo, ma con entrambe le mani sulle loro HK.
Quella fottuta... Aiutatemi, maledizione. Sono stato derubato.
Quella puttana mi ha pugnalato...
Il ragazzo di colore solleva una mano, mentre l'altro resta
immobile. Non faccia un altro passo, signore... Non se la
stanno bevendo.
Incespico appena in avanti, indicando con la mano libera
un punto in lontananza. Poi dico: Sul serio, proprio laggi,
la puttana ha un coltello...
 evidente che il ragazzo di colore  un tipo sveglio, assennato,
ma per un riflesso condizionato i suoi occhi seguono la
direzione indicata dal mio dito, portandolo a girare la testa.
Ha gi capito di aver fatto una cazzata. Vorrei consolarlo, in
fin dei conti si  distratto solo per un momento... ma per me 
pi che sufficiente.
Spero che Dio possa perdonare gli sciacalli come me.
Con una mano spingo verso il basso la Koch marrone del
ragazzo, mentre con l'altra estraggo la Sig e boom, sparo a
bruciapelo nell'occhio del giovane, intelligente fratello nero.
Poi mando a terra il latino-americano, colpendolo al basso
ventre con la sua HK. Sta distogliendo lo sguardo, quasi
imbarazzato. Non ci metto niente a sedermi a cavalcioni sul
ragazzo disteso schiena a terra, bloccandogli la pistola e ficcandogli
la mia Sig sotto il mento.
Calmati gli dico, anche se non sta lottando affatto. Calmati.
Prendiamoci una pausa.
Lancio uno sguardo alla targhetta col suo nome. Lui mi
osserva sbattendo le ciglia.
Diaz dico. Fratello, non ti voglio uccidere. La tua radiotrasmittente,
...
Gli scende una lacrima dall'occhio sinistro. Poi anche dal
destro.
Diaz, concentrati. Come ti ho gi detto, ne uscirai vivo.
Entiendes lo que quiero decir?
Il ragazzo sta piangendo. Sommessamente. In un certo
senso sarebbe stato meglio se avesse risposto alla mia aggressione
lottando.
Okay, amico gli dico, cercando di mantenere un tono pacato.
Andr tutto bene. Tutto quello che voglio  utilizzare la
tua radio. Fa' come ti dico.
Hakim. Hakim Stanley replica lui.
Hakim...?
Diaz sposta gli occhi verso destra. Siamo di Houston.
Okay gli dico.
Vaffanculo. Abbiamo fatto l'Iraq insieme. Siamo stati in
missione due volte e neanche un fottuto graffio. E poi arrivi
tu, salti fuori dal nulla... Mi sputa in faccia. Vaffanculo.
Non me ne frega un cazzo se mi spari. Vaffanculo e basta.
Vorrei rispondere a tono, davvero, ma sto ancora cercando
di accettare il fatto di avere della saliva di uno sconosciuto
sulla mia bocca. Sono restio ad ammetterlo, ma al momento
questo dettaglio ha la meglio su ogni altra cosa. Ho un vero
handicap...
Potrei vomitare. Giro la faccia per non rigettare sopra
Diaz. Il quale, saggiamente, coglie questa opportunit per
recuperare la sua HK e mi colpisce in bocca con il calcio della
pistola.
Se fino a quel momento ero riuscito a tenere a bada le budella,
l'impatto dell'arma contro il mio volto mi provoca il vomito,
facendomi cadere di lato. Sono faccia a terra sull'asfalto
e dal mio stomaco vuoto non esce che bile. Perdo i sensi, solo
per qualche istante. Almeno credo.
A due metri di distanza, Diaz sta praticando metodicamente
la rianimazione cardiopolmonare sul suo collega. Mi
d la schiena. Sono neutralizzato, al punto da non meritare
pi la sua attenzione.
Diaz... dico, anche se suona pi come un "Theath". Porto
la mano alla bocca e la ritraggo color rosso cremisi.
Diaz non mi risponde. E rannicchiato, l'orecchio vicino al
volto distrutto del suo amico. Ha un aspetto tranquillo. Soffia
un paio di volte. Poi ascolta di nuovo.
Provo a chiamarlo ancora una volta, ma non ci riesco. Desisto.
Ho le labbra spaccate. Mi asciugo la bocca con la manica
della giacca. Ancora un altro completo; addio, mio caro,
addio.
Ma guardati. Te ne stai l a lagnarti per dei fottuti vestiti.
Diaz ha iniziato il massaggio cardiaco. Sta pompando
fuori l'aria. La sua tecnica  perfetta, ma questo non cambia
il fatto che Hakim fosse morto ancora prima di toccare terra.
Diaz torna alla sequenza due insufflazioni, ascoltare il respiro.
Ci riprovo: Diaz, ehi.
Sta di nuovo massaggiando il torace, con forza. Fa ogni
cosa nel modo giusto.
Dopo tutto il lavoro che ho fatto su me stesso, dopo tutto
il mio atteggiarmi e il mio parlare del Sistema, ancora non
riesco a scrollarmi di dosso il paradigma della mia infanzia,
la brutale dualit dei princpi estremi propria della Convenzione
battista del Sud. Sono due facce di una stessa medaglia,
il bene e il male assoluti. Potr anche essere confuso sui
dettagli, ma questa  una macchia sulla mia anima ed  una
sensazione reale.
Testa o croce. E sul mio conto non ho dubbi.
C' un angolo speciale dell'inferno riservato a chi ha ucciso
dei bambini. Molto caldo. Ne sono sicuro, come sono
sicuro di conoscere il profilo della mia Beretta.
Ma io non sottovaluto mai la mia capacit di dividere le
cose in compartimenti stagni. In questo sono un vero genio.
Un istante e bang, Diaz  in piedi davanti a me. L'hk carica
e puntata contro il mio torace. Non c' nulla che si possa fare.
Le cose stanno cos.
I nostri sguardi si intrecciano, da soldato a soldato, lo yin
e lo yang. Le lacrime ormai sono dimenticate e nei suoi occhi
leggo solo rassegnazione. A cosa, non lo so. Posso soltanto
annuire. E tutto come dovrebbe essere.
Fa' quello che devi, Diaz gli dico tra i denti. O almeno lo
penso. Se perdessi i sensi sarebbe una benedizione. Sento un
dolce accesso di... Cos'? Sollievo.
Diaz abbassa l'arma, si slaccia il cinturone e me lo lancia sul
petto. Poi si toglie l'elmetto e si allontana. Distolgo lo sguardo
mentre appoggia il casco sul volto di Hakim. Se ne sta l per
un momento, chino sul ragazzo morto. Scioglie con cura la
catenina attorno al collo dell'amico e stringe nel pugno la piastrina
di riconoscimento.
Dopodich si alza e inizia a camminare, senza guardarsi
indietro.
Osservo la sua schiena finch non scompare dalla mia vista.
Io e Hakim ce ne restiamo distesi per un po'.
Quanto  appena accaduto, per quale motivo Diaz non
abbia semplicemente premuto il grilletto, va oltre la mia
comprensione. Ma con questo suo non fare, quel ragazzo ha
saputo trascendere la situazione presente e ha dimostrato di
essere un grande uomo, uno che conosce il valore della vita.
Fanculo. Ora non  tempo di potare i bonsai e di fermarsi
a meditare.
Verifico che il sacchetto di plastica e il suo contenuto ci siano
ancora. Fiu. Frugo nel cinturone abbandonato da Diaz.
Sgancio la radiotrasmittente e mi siedo, accertandomi mentalmente
di non avere altre ferite a parte quella in faccia. Poi
sputo, mi schiarisco la gola e digito una serie di nove.
Rosenblatt. Il procuratore distrettuale risponde immediatamente.
Daniel dico, tirando fuori un po' di Purell.
Un suono di stacco. Poi: Sei un uomo morto, Decimal.
Figlio di puttana. Un uomo morto.
Sputo un altro po' di catarro sul marciapiede. Daniel, non
l'ho chiamata per parlare del pi o del meno. Voglio solo farle
sapere che sto arrivando.
Non. Sprecher le mie energie. Assolder. Tutti i macellai
della citt. Per farti a pezzi. Membro per membro. Anche la
puttana. Io non alzer nemmeno un dito. Neanche un mignolo.
Tutti e due, la puttana. E te, Decimal. La guarderai soffrire. E
non sar una cosa rapida, te lo assicuro. Un'immagine vivida.
Nitida. Con un'ottima luce. Mi segui?
Un altro suono di stacco. Aspetto finch non sono sicuro
che abbia finito. Daniel rispondo. Il mio  un avvertimento.
Sto venendo a ucciderla, signore. Voglio che lo dica, mi
dica che ha sentito.
No, tu ascoltami. Desidererai. Averla ammazzata tu stesso.
Mi senti?
A presto, Daniel. Chi pu parlare con un tipo simile?
Stavolta sono io a terminare la chiamata.
...
.
...
CAPITOLO 38.
...
.
...
Ho appena svoltato l'angolo del corridoio al diciottesimo
piano del Millennium. Il mio radar interno mi sta trasmettendo
una pessima sensazione.
Mi fermo e mi riparo dietro alla parete. Ho le scarpe zuppe
da quando ho messo piede nel seminterrato gi al Chelsea
Market. Non mi sento pi la faccia.
Controllo ancora una volta le mie chiavi, quella magnetica
nella tasca posteriore e l'altra nella tasca davanti. Ho portato
con me la radiotrasmittente.
Ho i sensi acutizzati e questo mi mette a disagio; ogni cosa
 appena troppo dettagliata, troppo reale. Cado spesso in
questo stato mentale. Cio, dopo che ho ucciso diverse persone.
Lancio un'altra occhiata in fondo al corridoio. Dalla mia
prospettiva, mi sembra che la porta della stanza in cui ci siamo
registrati la prima volta sia leggermente aperta.
Grazie ad Allah ho preso quella stanza extra. Spero vivamente
che Iveta sia ancora l dentro, seduta tranquilla. E che
con lei ci sia la mia valigetta. La mano.
Tiro fuori la Beretta. Supero l'angolo e raggiungo la parete
di fronte. Procedo lungo il corridoio rivestito di moquette.
Davvero non ho voglia di fare del male a qualcun altro oggi,
ma, dio mi aiuti, se Iveta  in pericolo lo far con piacere.
Apro la porta con la pistola. La serratura  stata forzata in
un modo piuttosto rude. Dei grossi buchi sul legno, fatti con
la penna di un martello o con una spranga.
C' una busta, cancelleria dell'hotel, appiccicata alla porta.
Sulla superficie noto le mie iniziali, DD. Per il momento la
lascio l dov'.
Riesco a vedere solo una parte della stanza.  stato buttato
tutto all'aria. Sento drizzarsi i peli sulla nuca. Che cazzo ci sta
a fare la sicurezza in questo posto? Imbarazzante.
Tendo l'orecchio. Un televisore, forse in fondo al corridoio.
Aspetto dieci secondi, respirando. Non sentendo niente
di nuovo, decido di entrare.
Il divano  stato fatto a pezzi e il materasso  stato tagliato
lungo tutta la sua lunghezza. Hanno staccato dalle pareti i
pannelli dell'aria condizionata. Un bel lavoretto. I cuscini, la
pelle sulla scrivania, tutto squarciato. Non hanno risparmiato
nulla.
Controllo il ripostiglio. Poi il bagno... Il pavimento  ricoperto
di pezzi di porcellana e il gabinetto  distrutto. Incredibile.
Chiunque sia venuto qua dentro deve aver avuto con s
una borsa piena di attrezzi.
Sto uscendo dal bagno. Per un nanosecondo sento la prossimit
di un altro essere umano. Troppo tardi, cazzo. Mi
scontro con la canna di un'altra Sig Sauer.
A impugnarla  Iveta.
Temo che stia per premere il grilletto, perci mi abbasso
di colpo, in modalit pilota automatico. Sto per spararle, ma
riesco a controllarmi. La prendo alla vita... Lei si allontana
girando su s stessa e se ne esce con un diluvio di parole incomprensibili.
Poi: Cristo, mi hai fatto morire di paura. Oh
mio dio. Oh mio dio.
Crolla sul divano sventrato, lasciando cadere la pistola. Indosso
porta il vestito che ho sgraffignato per lei. Le dona molto.
Cristo santo. Per poco non ti sparavo.
Mi massaggio la fronte, una patina di sudore, e le dico:
Be', non sarebbe stata la prima volta.
Cristo replica lei, le labbra tremanti. Che  successo alla
tua bocca?
Oh.  solo... Sono caduto.
Mi accorgo che sta piangendo. Ha i brividi. Dimmi... Yakiv...
Oppure forse non dirmelo.
Non so bene cosa fare. Mi accovaccio al suo fianco. Okay.
Lei alza lo sguardo su di me, il volto contratto, macchiato
di trucco. No, raccontami tutto.
Rifletto su come dirglielo. Non sono affatto sicuro. Mi limito
a guardarla.
Porta le mani al volto, alzando e abbassando le spalle. Inizia
a singhiozzare.
Iveta...
Allunga la mano e afferra la mia. Non lascia la presa. Ha la
bocca aperta e non fa che piangere.  terribile. Sinceramente
non so come comportarmi, cos glielo dico.
Iveta, non so cosa vuoi che faccia, cosa vuoi che dica.
Ce ne restiamo seduti per un po'. I singhiozzi si fanno meno
frequenti. Ha ancora una mano sugli occhi. Perch sono
cos?  solo... Okay, ora diventa reale. Ne ho bisogno. Mi dispiace,
avevamo un lungo passato alle spalle.
Lo posso capire. Immagino.
Non voglio che pensi, insomma, di aver fatto la cosa sbagliata.
No, credimi. Non ho dubbi.
Non piango per lui. Piango perch  tutto uno schifo,
una follia.
Mi tiene stretta la mano. Faccio davvero pena in questo genere
di cose. Mi irrigidisco. Il suo respiro inizia a rallentare.
Ride. Una risata nervosa.
Scusa. Sono una che piange molto, okay?
Mi sembra che si stia riprendendo. Cerco di essere gentile.
Ma, come ho detto, ho una pessima sensazione.
Chi  stato, hai qualche idea?
Scuote la testa. Non lo so, ero terrorizzata. Hanno distrutto
la stanza, non so cosa cercassero. Io ho sentito tutto dalla
camera a fianco. Un tale rumore. Ho provato a chiamare di
sotto, ma non ha risposto nessuno. Oh mio dio, grazie di aver
pensato di prendere un'altra stanza. Non so cosa avrebbero
potuto fare...
Io una certa idea di cosa ci sia sotto ce l'ho.
Hai visto... sulla porta? mi chiede.
S, l'hai letta?
Iveta mi fa cenno di no con la testa. Vado a prendere la
busta. La apro, delicatamente.
Carta intestata dell'albergo. Una scrittura ordinata, piccola,
a penna nera. Delle righe buttate gi rapidamente, da una
mano maschile.
All'attenzione del signor Decimal: Una proposta
Mi consegni l'oggetto di mia propriet.
Mi consegni la donna.
In cambio:
Continuer a godere di buona salute.
Riavr la sua libert.
La sua biblioteca.
Spero in una tempestiva conclusione di questa faccenda.
Mi contatti non appena possibile.
Distinti saluti,
B. Petrovic
La appallottolo e me la infilo in tasca.
Iveta si agita. Hai intenzione di spiegarmi?
Non  importante. Dammi un secondo per pensare.
Vado in bagno. Lavo le mani con dell'abbondante Purell.
Nello specchio in frantumi vedo Hakim Stanley, uno spazio
vuoto al posto dell'occhio, che mi fissa. Tu, dice, muovendo
le labbra senza emettere alcun suono. Mi volto velocemente,
scacciando via quella visione...
 Daniel dice lei dall'altra stanza. Giusto? I suoi uomini.
Lo so. Mi far del male. Nel migliore dei casi mi deporter.
Aveva detto che l'avrebbe fatto. Mi metteranno in prigione.
Acqua calda. Afferro un asciugamano e tampono le labbra.
Poi ritorno da Iveta, lascio cadere l'asciugamano e dico:
Okay, raccogli le tue cose. Dobbiamo andarcene.
Iveta, ancora seduta, alza lo sguardo verso di me, il volto
rigato dal moccio e dalle lacrime. I suoi occhi verde oceano
bagnati di pianto. Adesso? Cristo e dove?
Tiro fuori la chiave.  rovinata, di ottone, niente di speciale,
ma ora tutto prende senso. Una convergenza.
La chiave, calda nel mio pugno.
Mi viene in mente un posto solo le dico.
...
.
...
CAPITOLO 39.
...
.
...
La stazione di Fulton Street  a un isolato di distanza. Linea
numero 5. Mi sono accertato di avere ancora la valigetta.
L'ho aperta in bagno.
Al piano terra Iveta mi aspetta vicino agli ascensori, mentre
io perlustro la hall. Non so chi dovrei cercare, ma comunque
credo che non ci sia. Il posto  deserto, a parte il receptionist,
che sembra addormentato, e una coppia di sauditi in abito tradizionale
seduti in un angolo. Mentre gli passiamo davanti,
noto che l'uomo sta leggendo un vecchio numero dell'Economist.
La donna porta il velo e indossa delle scarpe di Miu Miu
con tacchi a spillo e una delicata cavigliera d'oro. Degli occhi
neri, incorniciati da ciglia folte, mi scrutano. Poi si spostano
su Iveta, nel suo vestito nuovo, e la ispezionano ben bene. Un
atteggiamento tipico, proprio di ogni bella donna nel mondo.
Fuori, la puzza di plastica bruciata permea l'aria notturna.
Ci avviciniamo alla mezzanotte, perci mi chiedo se i treni
vadano ancora. Le guardie appostate davanti alla duplice
entrata che porta alle linee 4 e 5 mi fanno pensare che siano
in funzione. Sorge un problema. Non posso usare il mio tesserino
di riconoscimento, perch  probabile che sia stato segnalato.
Di certo a questo punto Daniel vorr scambiare due
chiacchiere con me.
Ho sempre il documento di Donny Smith, perci credo di
potercela fare senza problemi. Ma l'idea di dover far passare
Iveta per il posto di controllo mi preoccupa. Da quanto ho
capito oggi, Daniel avr ordinato di chiudere anche la sua
posizione.
Niente treno allora. Giriamo a sinistra, lasciando la Fulton
per la Broadway. Iveta  al mio fianco, tranquilla, ma guardinga.
Per l'ennesima volta rubo una macchina. Questa  parcheggiata
davanti a St Paul, ancora un'altra dannata Prius. Color
rosso mela caramellata. Come se da grande volesse diventare
un'auto sportiva.
Prendiamo la Franklin D. Roosevelt Drive fino in fondo
all'isola e poi attraversiamo il Robert F. Kennedy Bridge, un
ponte che gli artefici del quattordici febbraio non hanno neanche
preso in considerazione, perch a chi  che frega qualcosa
della gente di qui, no?
Do un'occhiata allo specchietto retrovisore. Una Nissan blu
ci segue dal distretto finanziario. Quasi certamente un pedinamento.
Dietro alla Nissan c' una Navigator nera.
Pu darsi che fossero con noi anche prima, gi in centro.
Brian e compagni. Un altro pedinamento. Un pedinamento
del pedinamento.
Non  importante, perci non ne parlo nemmeno.
Improvvisamente si sente un forte feedback audio. Saltiamo
entrambi sui sedili e quasi perdo il controllo della macchina.
Queste maledette auto hanno una tenuta di strada
schifosa.  la radiotrasmittente, nella mia tasca.
Una voce di donna: Echo 3, Echo 3. Diaz. Stanley. Qual 
la vostra posizione? Passo.
Cerco di recuperare quell'aggeggio...
Diaz, qual  la vostra...
Interrompo la chiamata.
Di che si tratta?
Scuoto la testa. Niente, ho raccolto una radio. Ci sono un
sacco di interferenze.
Sento che mi sta fissando. Io non mi volto. Okay. Mi ha
spaventata dice.
Controllo lo specchietto. Hakim Stanley se ne sta tranquillo sul sedile posteriore, con un occhio solo. No. Lo attraverso
con lo sguardo. La Nissan e la Lincoln si tengono a una certa
distanza, ma di sicuro ci stanno seguendo. Stile convoglio che
risale il fiume.
Iveta sta guardando fuori dal finestrino. Non sono mai
stata nel Bronx.
Prendiamo la Duecentosettantottesima in direzione della
Bronx River Parkway, la Nissan e la Navigator ancora parecchio
distanti. Uscita nove per la Gun Hill Road.
Il figliol prodigo sta arrivando.
...
.
...
CAPITOLO 40.
...
.
...
Inserisco la chiave nella toppa. Gira facilmente. L'aria dentro
 viziata, ma il posto  immacolato. Le tendine parasole
sono tirate gi.  un locale con due camere da letto. Non mi
suscita alcuna emozione.
Perlustro rapidamente l'appartamento, la pistola in pugno,
ma tenuta bassa. Sul pavimento della camera da letto
pi grande c' un materasso a una piazza. Controllo il bagno,
con la valigetta in mano. Chiudo la porta.
Inserisco un oggetto in una bustina di plastica. In piedi sul
gabinetto, rimuovo delicatamente il pannello della bocca di
aerazione. Facendo attenzione, deposito l'oggetto all'interno.
Rimetto a posto il pannello di metallo. Salto gi ed esco dal
bagno.
Questa zona  sicura? grida Iveta.
Torno in sala, scrollo le spalle e faccio "cos cos" con la mano.
Dipende da cosa intendi con "sicura".
Iveta lascia cadere la sua borsa. Che posto  questo? Apre
il frigorifero, vuoto, pi o meno pulito, con la spina disinserita.
Una volta vivevo qui.
Quando?
Un po' di tempo fa.
Da solo?
No.
Iveta mi fissa per un momento. Annuisce e abbandona
l'argomento.
Rifletto sulle mie mosse successive. Mi chiedo se sia saggio
lasciarla qui. Questo aspetto del piano  molto difettoso,
ma decido che non si possa fare di meglio.
Che dio la protegga.
Iveta sta cercando di leggermi nella mente. Allora, signor
Decimal. Che cosa succede adesso? mi chiede. All'improvviso.
Io me ne sto in piedi con la valigetta in mano, sudando
come un maiale nel mio giubbotto antiproiettile in kevlar.
Non si tratta della sua bocca, della sua espressione. Qualcosa
nella sua postura mi dice che potremmo chiamare un
time out. Potremmo, forse, trovare un po' di conforto, di quiete,
un posto in cui riposare, anche solo per un periodo circoscritto
di tempo. Tra di noi.
Ma no. Con infinito sgomento sento la mia voce dire: Ora
succede che io vado a risolvere questa situazione. Tu resta
qui. Dormi se devi, ma chiudi la porta a doppia mandata e
tieni la pistola a portata di mano. Non aprire le tapparelle.
Iveta sta dicendo qualcosa, ma mi perdo le sue parole,
mentre chiudo la porta dietro di me.
...
.
...
CAPITOLO 41.
...
.
...
Sono fuori dall'edificio e ho gi superato il cortile. Mentre
cammino mando gi una pillola. Sto trattenendo il fiato, la
valigetta sotto braccio. Mi infilo i guanti chirurgici.
Il convoglio che ci stava pedinando ancora non si vede,
ma scommetto che  nei paraggi. Devo portarli lontano da
Iveta. Salgo sulla Prius. Un respiro profondo.
Esco di corsa dal parcheggio. Dentro di me penso: Seguitemi.
Seguitemi, vi prego.
Hakim Stanley se ne sta l sul sedile posteriore, in silenzio.
Per quanto veloce possa correre, dubito di riuscire a seminarlo.
Mi dirigo verso est sulla Gun Hill, attraversando di volata
le luci intermittenti gialle. Inizio a sospettare che mi stessi
sbagliando. Sulla Nissan. Forse ci ho ricamato sopra un po'
troppo, esausto com'ero. Di Navis poi ce ne sono molte. Mi
sento nervoso. Iveta, mi manda in confusione. Detesto che mi
si veda in questo stato, agitato, irrequieto come un neonato.
Mi perdo in questi pensieri, finch non arrivo nei pressi di
Van Cortlandt Park. A un tratto individuo dei fari familiari.
 piuttosto lontana, ma si tratta certamente della Nissan blu.
Seguita da vicino da un paio di luci che, a giudicare dall'altezza
e dalla distanza che le separa l'una dall'altra, appartengono
con tutta probabilit a una Navigator.
Okay allora.
Tocco i centoquaranta all'ora in direzione sudest. La Nissan
e la Navigator continuano a seguirmi. Accelero.  vero, 
una Prius. Ma schiaccio a tavoletta.
La Nissan fa altrettanto, mentre la Navi resta indietro.
Sfrecciamo vicino alle rovine del vecchio Yankee Stadium
e svoltiamo a sinistra. Penso al ragazzino con la sindrome di
Down. Lo allontano dalla mente. Stanley invece  sempre con
me, non ci posso fare nulla. Cerco di incrociare il suo occhio
nello specchietto, ma lui non mi guarda. Si limita a muovere
la bocca, fiu.
Sto rischiando di perdere il controllo della Prius. Sbando
di qua e di l. Queste auto sono proprio una presa per il culo.
Al diavolo. Vediamo come se la cavano i miei amici gi ad
Harlem. Fingo di proseguire dritto, ma all'ultimo momento
pianto verso la rampa di uscita sulla destra, mancando di
pochi centimetri uno spartitraffico in calcestruzzo. Dopo una
discesa e una salita, svolto bruscamente sul ponte della Centotrentottesima.
La puzza di pneumatici sovrasta perfino il
Tanfo.
La Nissan mi sta appiccicata al culo tutto il tempo. Senza
alcuno sforzo. Di sicuro ha un valore di coppia maggiore,
pi potenza. Cerco di dare un'occhiata al guidatore, ma devo
concentrarmi per non finire fuori strada. Svolto a sinistra,
dandoci dentro come se fossi su una bicicletta. Scendendo
per la rampa che porta sulla Centotrentacinquesima, vedo
l'opportunit che stavo aspettando.
Mi preparo a frenare, la Prius che sbanda a destra e a manca.
Non appena arriviamo in fondo alla rampa, schiaccio il
freno, entrando in un testacoda semicontrollato e ruotando
verso destra. Sento la Nissan che inchioda a sua volta, mentre
la mia macchina slitta fino a fermarsi di traverso, bloccando
entrambe le corsie.
La Nissan si  bloccata poco pi in alto, a circa tre metri di
distanza, e mi sta direttamente di fronte. Cerco di non tentennare,
alzo il culo ed esco dall'auto con la Sig in pugno.
Aggiro lo sportello tenendomi basso, mi sporgo sul cofano
e guardo davanti a me, nonostante abbia i fari puntati negli
occhi. Faccio fuori gli pneumatici anteriori della Nissan sparando
due colpi, pop, pop.
Mi riparo di nuovo dietro alla macchina. Aspetto un secondo
e poi lancio un'altra occhiata oltre il cofano. Vedo dei fari
in cima alla salita e la Navigator che spunta in lontananza.
Gli sportelli della Nissan si aprono da entrambi i lati. Mi
sembra di scorgere due uomini uscire dalla macchina, anche
se con questi fari non si vede un granch.
La Lincoln si ferma a una buona distanza. Mi nascondo di
nuovo. Mi piacerebbe poterlo rifare in futuro.
FBI! grida uno degli uomini, rannicchiandosi dietro allo
sportello della Nissan. Getti la pistola e si stenda faccia a
terra sull'asfalto. Non renda le cose peggiori di quanto gi
non siano!
Stronzate prese da qualche film d'azione. Gettare la pistola?
Nemmeno per sogno. Non mi scomodo neanche a rispondere.
Sento un bel po' di scarpe scendere rumorosamente gi
per la rampa. Guardo di nuovo e vedo un gruppo di uomini
in giacca e cravatta, altri quattro, armati come dei corrieri
della droga messicani. Sembra che non abbiano intenzione
di ragionare, visto che le pallottole iniziano a sibilare sopra
il mio cofano. Non saprei dire con certezza chi sia a sparare,
ma in ogni caso provo ad abbassarmi e a spostarmi lateralmente
verso sinistra, in modo da trovarmi dietro allo pneumatico.
Una vera e propria grandinata di proiettili. Cristo. Non so
cosa fare. Qualcuno lancia un grido e le raffiche si fanno meno
intense. Poi cessano del tutto.
Guardo sotto la macchina. Le gomme dall'altra parte della
Prius sono sssh, perforate, storia passata.
Il microfono scricchiola di nuovo. Le chieder un'altra
volta di mettere gi la pistola e stendersi a terra. Ha trenta
secondi per obbedire oppure avanzeremo verso di lei.
Cristo santo, proprio non ho alternative. Penso: Dovrei
giocarmela e uscire circonfuso dalla gloria, con tutte e due
le pistole in pugno. Ma l'istinto di sopravvivenza batte ogni
cosa. Temo che sia cos.
Va bene mi ritrovo a dire. Okay. Ascoltate, appogger
le mie armi sul cofano della macchina e poi mi alzer in piedi
con le mani sulla testa, d'accordo? Non sparate, okay? Sto collaborando.
Non rispondono. Immagino che stiano confabulando tra
loro.
Si sente il feedback del microfono, accompagnato da un
clic. Okay, proceda esattamente come ha detto. Se esce fuori
con qualcosa che assomiglia a un'arma, saremo costretti ad
aprire il fuoco. Faccia tutto lentamente. Avanti.
 davvero cos che voglio muovermi? No. Ma a volte bisogna
saper riconoscere i propri limiti. Spero proprio di fare
la cosa giusta.
Cos, poggio la Sig Sauer sul cofano della Toyota, seguita
dalla Beretta. Poi porto le mani sopra la testa e, gradualmente,
mi alzo in piedi. La mia gamba ferita si  addormentata.
Dei tipi iniziano a correre, raggiungono il fianco della Prius
e mi sbattono sul cofano. Mi cade il cappello. Dannazione.
Se prima il mio zigomo non era rotto, ora lo  di certo.
Sento le manette chiudersi attorno ai polsi e non  la prima
volta questa settimana. Stanno tirando fuori la mia roba dai
pantaloni e dalla giacca, gettandola sul cofano: il mio documento
di identit, il mio tesserino della sicurezza nazionale,
la chiave magnetica dell'armadietto, le mie pillole. Tutto
quello che ho.
 questo il pezzo di merda che ha fatto fuori Anne? dice
uno di loro.
S,  lui. Lascialo a me risponde un altro. Mike, si chiamava
cos? Il tipo giapponese. O quello che .
E Mike di sicuro, perch mi dice: Ehi, stronzo.
A chi cazzo credi di parlare? gli chiedo.
Fatevi da parte un secondo.
Ehi, signori...
Un pugno deciso nelle reni mi chiude la bocca. Sono di
nuovo rivolto verso il cofano della macchina. Arriva un altro
pugno. Poi un altro. Un altro ancora. Mi sta massacrando.
Giro la faccia verso destra e vomito. Di nuovo. Un filo di
bile. Non riesco a contare il numero di colpi che mette a segno,
ma il tipo me le sta dando di brutto. Sto per crollare a
terra.
Va bene, fatelo stare in piedi! Agente Shimosato!
Il pestaggio si interrompe. Vengo tirato su per i capelli.
Questo mi dice l'agente Mike all'orecchio era per Anne,
bastardo pezzo di merda.
Oh, c'era del tenero tra te e Anne? riesco a dire. Ti assicuro,
zuccherino, che  stata lei a rompermi il culo e non
viceversa.
Agente Shimosato!
Non abbiamo ancora finito. Credimi mi dice all'orecchio.
Dopodich vengo trascinato a forza di braccia attorno alla
macchina e su per la salita fino alla Navigator.
Prendi la sua roba dice qualcuno.
Attorno a me non vedo che vestiti blu e pistole. Lo sportello
della Navigator  aperto e vengo gettato sul sedile posteriore.
Ecco. Salve dice l'uomo di fronte a me.
Alzo lo sguardo, annebbiato, e mi trovo davanti degli occhiali
spessi e una tuta sportiva. Brian, Brian Petrovic. La cosa
non mi sorprende.
La mia roba viene scaricata per terra all'interno della Navigator.
Valigetta, pistole e tutto il resto. Sbattono lo sportello.
Per un po' restiamo in silenzio. Poi Brian mi dice: Non
commetter lo stesso errore una seconda volta. Sorride e
raccoglie le mie pistole.
Sono steso sul fianco, ma attraverso il vetro oscurato del
finestrino vedo due federali che si danno il cinque. Stanno
festeggiando, tipo dopo un touchdown.
Brian non se ne accorge nemmeno. Si schiarisce la gola:
Ecco, ecco dice. Diamo un'occhiata. Solleva la valigetta.
Combinazione.
Non dico nulla. Sono in preda al dolore.
Mi sorride, guardandomi di traverso. Andiamo, su. La
combinazione?
Mi metto seduto, stringendo i denti. Sei, sei, sei gli dico.
Non mi sembra proprio il caso di fare il furbo.
Lui si fa una risatina, armeggia con il lucchetto e apre la
valigetta. Ecco. Per caso ha ricevuto il mio biglietto?
S.
E le sue conclusioni sono...
Direi che non mi sembra un ottimo affare.
L'uomo per un momento ripiomba nel silenzio. Poi annuisce
e mi dice: L'ultima volta che ci siamo incontrati, credo
che ci sia stata un po' di confusione. Osserva gli occhiali per
la visione notturna, aggrotta le ciglia e li mette da parte.
Ah s? A cosa si riferisce?
Brian tira fuori dalla valigetta una scatola di munizioni e la
appoggia vicino a s. Poi congiunge le mani e si sporge in avanti.
Ecco. A molte cose, davvero. In primo luogo ha rubato
un oggetto che mi appartiene. Cos facendo mi ha creato diversi
problemi. Non pu immaginare come sia importante per la
mia gente. E per me personalmente, in quanto intermediario.
La sto ascoltando.
Ecco, ecco. Vede, c'era un tizio, un compratore, interessato
proprio a quel pezzo in particolare.  rimasto molto contrariato
nel venire a sapere che l'oggetto  sparito. Finch questa
faccenda non sar risolta, non potr lasciare il Paese.
Mi dispiace.
Brian mi guarda. Lei ha messo la mia vita in pericolo.
Quest'uomo, questo compratore.  molto scontento. Voglio
riavere quella cosa indietro, per evitare problemi pi grandi.
Lo posso capire. Sembra una situazione stressante.
Brian ha aperto la cartellina di Yakiv. Strizza gli occhi e accende
le luci sul tettuccio dell'automobile. Sfoglia il dossier
con un'espressione accigliata e poi, una pagina alla volta, ritorna
alla copertina. Lentamente, un sorriso si fa strada sul
suo volto. Solleva la cartellina e gli d un colpetto con la mano.
Ecco. Un altro problema che mi sta dando da fare, in effetti,
riguarda quest'uomo.
Mmm. Lo lascio continuare.
Mi dicono che l'ha portato via con la forza, no? Una follia.
Ecco, ecco. E entrato in quel posto, l'ha preso e se n' andato
sparando. Un vero cowboy.  cos?
Scrollo le spalle.
Be', se fosse vero, ecco, potrebbe sapere dove si trova.
Il mio cervello sta lavorando come non mai. Non rispondo.
Signor Decimal? Sa chi  quest'uomo? Cosa ha fatto?
Qualche idea ce l'ho.
Brian si schiarisce la gola. Solo per mettere le cose nella
giusta prospettiva...  entrato negli Stati Uniti nel 2000 con
la moglie e i due figli. Per i suoi crimini  ricercato da molte
agenzie differenti in vari Paesi.
Annuisco. S,  tutto nel dossier, lo so.
Brian sorride. Ma. Ecco. Ho l'impressione che sia ancora
un po' confuso.
Cosa glielo fa credere?
Il giorno che ci siamo incontrati, in quella chiesa.
S?
Il nome con cui mi ha chiamato.
Mi stavo rivolgendo a lei con quello che, se ho ben capito,
 il suo nome di battesimo.
Brian scuote la testa. Quest'uomo, dice indicando il
dossier quest'uomo  il nostro Branko Jokanovic.
Un minuto. Cerco di mettere insieme i pezzi. E allora lei
chi cazzo ? gli chiedo, anche se la domanda suona piuttosto
stupida. Sono un po' stordito al momento.
Brian tossisce. O ride, non saprei dire con certezza. Ecco,
ecco. Sono solo un faccendiere. Brian Petrovic. Un mediatore.
Collaboro con diverse agenzie governative. Anche con la vostra
FBI, per problemi di carattere internazionale. Ecco, ma ho,
a latere, questo... lavoro extra. Perlopi affari che riguardano
oggetti d'arte e cose come questa. Ecco,  cos che mi guadagno
da vivere e le persone con cui tratto non sono particolarmente...
indulgenti. Sono fortunato ad avere questi agenti
disposti a fare gli straordinari per aiutarmi nei miei progetti.
Straordinari pagati, ovviamente.
Sembra, ehm, una bella organizzazione... ma io ancora - ch mi dice di questo Yakiv?
Sfruttando alcuni canali governativi e certi giri nell'ambiente
criminale, ho iniziato a spacciarmi per Branko. La cosa
doveva servire a far rilassare il vero Branko, possibilmente
rendendolo, com' che dite, un bersaglio pi facile. Mi sorride,
un sorriso triste. Ma  un lavoro che svolgo ufficialmente
per l'interpol e per l'FBI, una sorta di servizio pubblico.
Cercare uomini e donne come Branko Jokanovic. Come la
donna che lei sta proteggendo in quell'appartamento nel
Bronx.
Sto ascoltando. Sto ascoltando molto attentamente.
Vedete, non me ne frega un cazzo di Yakiv/Branko, chiunque
egli sia. Ho fatto quello che ho fatto in base all'ipotesi,
corretta, secondo cui era un criminale di guerra e un genocida.
Il nome non fa differenza.
Ma Iveta... Le dita iniziano a formicolarmi ed entro in iperventilazione.
 questo dice l'uomo ci porta all'altro punto principale,
ecco. Come le ho scritto nel biglietto.
Lei non ha niente a che fare con...
Signor Decimal, mi dispiace molto, ma tutto ci che la riguarda
ha a che fare con questa storia.  la moglie di Branko.
Come Branko, anche lei  ricercata in diversi Paesi per crimini
efferati. Ne era al corrente?
Mi guardo le mani, ancora avvolte dai guanti. Sto osservando
questa scena come dall'alto, distante dal mio corpo.
Ecco, ecco. Le ha fatto credere qualcos'altro, eh? Mi offre
un altro sorriso malinconico. Cosa le ha raccontato, caro il
mio amico confuso?
Dev'esserci stato qualche fraintendimento...
Be'. Ecco. Lei  davvero molto confuso. La cosa non mi
interessa, ma, per il suo bene, le consiglio di dirmi a) dove
sono gli "Shapsko", il signore e la signora, e b) dove si trova la
scatola. Altrimenti, dovremo affrontare dei problemi pi seri
di quanto possa immaginare.
Sto annuendo. Mi sento le labbra come intorpidite. Guardo
la chiave magnetica gialla sul pavimento del SUV. Che ne
pensa gli dico lentamente se risolvessimo la cosa con una
sorta di scambio?
...
.
...
CAPITOLO 42.
...
.
...
Sei paia di scarpe eleganti picchiettano sul marmo della
Grand Central Station. Gli uomini sono eccitati come in una
lezione di tip tap per principianti.
Qui. Siamo davanti alla fila di armadietti.  il numero
quattordici, seconda serie. Ci siete arrivati? Due. Quattordici.
Facile da ricordare. Glielo indicherei pure, ma ho ancora
le manette ai polsi.
Brian prende la carta e la osserva dubbioso. La passa all'agente
Mike, che mi lancia un'occhiataccia, si avvicina e inserisce
la chiave magnetica nella fessura dell'armadietto. Poi lo
apre e si fa da parte.
Improvvisamente i tipi dell'FBI assumono un'aria indifferente
e iniziano a guardare ovunque tranne che verso Brian.
Questi fa un passo avanti, estrae la busta di plastica e mi
guarda. Ecco. E meglio che sia quello che penso.
Faccio cenno di s. Controlli pure.
L'uomo tira fuori la scatola di legno. La esamina, ne accarezza
le imperfezioni come fossero delle scritte in braille. La
annusa. Fa slittare il lato apribile e lancia un lungo sguardo
alla mano all'interno. Dopo un po', annuisce tra s e s e sorride.
Mi rendo conto di aver trattenuto il respiro per tutto il
tempo.
Brian mi si avvicina, riponendo nuovamente la scatola nella
busta. Deve capire. Questo non ha nulla a che vedere con
la religione. Per noi  una questione di orgoglio nazionale.
Abbiamo cos poco. Ecco, ecco, Dio ci offre questi doni inestimabili.
Per un secondo si perde in una sorta di nebbia. Poi ne
riemerge di scatto. Nonostante le difficolt che ha causato
finora, mi ha appena evitato molti... fastidi. E dolore. Ecco. E
ha consentito a tutti noi di fare un po' di soldi.
Abbasso la testa in segno di assenso.
Il compratore  a Parigi e a questo punto  probabile che
lo raggiunga domani stesso. Ecco, ecco. Ma... cosa mi dice
dell'altro problema?
Mi dia una penna e un pezzo di carta. E mi tolga le manette,
se possibile.
Brian guarda i suoi uomini. Allora, chi ha una penna? E
le chiavi per queste cose?
Uno dei tizi alle mie spalle mi rimuove le manette, mentre
un altro mi passa una penna e un blocchetto sottile.
Mi massaggio i polsi e poi scrivo quanto segue:
Chelsea Market, Nona Strada tra la Quindicesima e la Sedicesima
Ovest
Chelsea Wine Vault
Seminterrato attraverso la botola dietro alla cassa
Brian guarda il blocco e alza le sopracciglia.
Non ha specificato se lo voleva vivo o morto dico.
Brian scuote la testa. No, non l'ho fatto. Vivo  sempre
meglio, la gente riesce a ottenere un po' di pace, ecco, ecco,
pu fare giustizia, come voi americani amate tanto dire. Ma in
un modo o nell'altro, io vengo pagato lo stesso.
Faccio un cenno verso il blocchetto. Andate laggi. Se le
cose non stanno come le ho descritte, l'affare salta e voi potrete
fare quello che dovete. Ma quando arriverete l, credo
proprio che converrete con me che, come dire, giustizia  stata
fatta.
Brian fissa il blocco restando in silenzio. Poi mi viene pi
vicino. Parlando di giustizia. Le mie informazioni. Per la
maggior parte le ho ottenute da un uomo di sua conoscenza.
Qui, a New York. Il suo... datore di lavoro, mmh?
Stiamo parlando del procuratore distrettuale?
Fa un gesto indecifrabile con la testa. Queste cariche. Oh
chi ci capisce? Tutto quello che posso dirle  che quel tipo del municipio mi sta facilitando il lavoro. Sembra avere qualche...
acredine personale. E interessato a vedere questi due sparire
dalla faccia della terra. Non conosco il motivo. Solo perch lei
lo sappia. Ecco, ecco. Faccia quello che vuole a questo proposito.
Era il suo contatto qui in citt?
Solo da poco, ma in questi ultimi giorni, ecco, mi ha passato
molte informazioni. S.
Quello a cui voglio arrivare : quanto  lunga la lista delle
persone che possono identificare Branko e sua moglie?
Brian scrolla le spalle. Direi molto, molto limitata. Sicuramente
quest'uomo di cui le ho appena parlato. Alcuni agenti
della CIA di stanza all'estero. E, ovviamente, le vittime
di quell'amabile coppia. Ecco. Ma  difficile che possano farsi
sentire oramai, dico bene? Un ampio sorriso, orribile, attraversa il suo volto.
Mmm, penso.
In ogni modo, dice Brian se tutto questo, ehm, corrisponde
al vero, lei non mi vedr pi. D un colpetto all'indirizzo
che gli ho scritto. A quel punto, il mio incarico in
questa citt sar concluso.
Gli tendo la mano. Abbiamo un accordo?
S risponde Brian semplicemente, dopo una breve pausa.
Ci stringiamo la mano. Mi viene restituita la mia roba. Gli
agenti se ne vanno e anch'io mi metto in cammino, assicurando le pistole alla cintura.
...
.
...
CAPITOLO 43.
...
.
...
Questa volta, mi introduco nella Trump Tower per l'entrata
di servizio, in modo da passare inosservato. Ultimamente
ho trascurato il Sistema. Con il Sistema, la via da seguire diventa
chiara. Niente di pi facile.
Raggiungo le scale attraversando al buio le cucine. Salgo
fino all'undicesimo piano. Mi cambio i guanti da chirurgo,
infilandomene un paio nuovo.
Busso tre volte al numero 1119. Aspetto. Busso pi forte.
Daniel apre la porta, trasandato, in un accappatoio marrone.
Decimal. Dannazione. Non riesco pi a dormire. Dalla
sua bocca escono zaffate sciroppose di gin.
Entro, facendolo da parte. Barcolla un po'.
Io, ehm, ti stavo aspettando. Ho riflettuto molto Su di noi.
Tutto questo  assurdo.
Lo sto osservando nell'oscurit della stanza. Accende una
luce. Deve allungare il braccio un paio di volte prima di riuscirci.
Decimal. Ascolta. Il passato e tutto il resto. Che vada affanculo. Il nostro rapporto. Va al di l. Io... Vuoi bere qualcosa?
Lo seguo in un ufficio/soggiorno dalle dimensioni rispettabili.
Computer, carte, molti dossier. Un triste divano e un
caminetto. C' anche un minifrigo e un angolo bar ben fornito.
Cosa posso offrirti? Dewey, beviamo qualcosa insieme, cazzo.
Tiro fuori la Sig Sauer. La estraggo soltanto, senza puntarla da nessuna parte.
Sono disarmato dice lui.
Prendo anche il silenziatore.
Dewey. Wow.  incredibile. Quello di cui riusciamo a convincerci.
Cosa ti ha fatto credere? Che togliendomi di mezzo,
cosa, risolverai tutti i tuoi problemi? Ho ragione? Quando ho
ragione ho ragione.
Daniel. Deve chiudere quella cazzo di bocca. Sta rendendo
le cose pi difficili. Applico il silenziatore alla pistola.
Decimal. Guardami. Ondeggia leggermente. Mi puoi
concedere due minuti? Per chiarire le cose? A dire il vero 
tutto molto semplice. Gli trema la mano. Decimal.
Sto ascoltando. Ma non cambier le cose.
Quello che ti ho detto. Che ti avrei fatto, ehm, del male.
Vedi, ci ho ripensato. Voglio che tu lo sappia. Puoi stare tranquillo.
Non rispondo.
Si sta agitando. Prova un approccio differente. Ascolta.
Questa donna del cazzo. Ti ha ingannato. Non fa niente. Ha
ingannato anche me. Ascolta. Devi aprire gli occhi. Mi indica
con la mano un mucchio di carte vicino alla scrivania. In
cima alla pila. C' un dossier, dietro di te. Tutto quello che c'
da sapere sulla donna che abbiamo chiamato Iveta. Contiene
delle pessime notizie. Quella ... Decimal, ti sto dicendo la
verit. Anche in questo momento. Ci ha fregati entrambi. Ci
ha messo l'uno contro l'altro. Fin dall'inizio. Decimal.
Tiro la sedia da dietro alla sua scrivania. Si sieda gli dico.
Quello obbedisce. Sono in piedi dietro di lui.
Devi saperlo. L'ho incontrata in una di quelle maledette
feste. Sa essere molto persuasiva. E poi io ero lusingato, capisci?
Non attraggo pi le donne come una volta. Comunque.
Me la sono bevuta completamente. Su tutta la linea. Voglio
dire, diavolo. Conducevano vite separate. Come me e la mia
ex. Ho pensato di liberarmi del marito. Giusto per essere tranquillo.
Ho contattato il mio uomo migliore. Che saresti tu. Poi,
cazzo, qualcuno del dipartimento di Stato mi fa una soffiata
su quei due. Mi trasmette queste pratiche. Puoi immaginarti.
 cambiato tutto. Sono rimasto scioccato. Perci dovevo, dovevo
mettere le cose a posto. Decimal, di' qualcosa.
Alzo il cane e gli punto la pistola contro la fronte. Una
macchia si diffonde sul cavallo dei suoi pantaloni. Si  pisciato
sotto, per il troppo bere, per la paura o forse per entrambi
i motivi. Ma continua a guardarmi negli occhi e la sua voce 
ancora ferma, bisogna dargliene atto.
Decimal. Sotto il suo dossier. Troverai il tuo. Credo che
potresti voler dare un'occhiata anche a quello. Lo ammetto
dice, facendo un respiro profondo. Ammetto di essermi approfittato
di te. Fammi causa, cazzo. La tua situazione. Non
sai come stanno le cose. Le pillole. Sono solo zucchero, nulla.
Hai avuto molti colpi di sfortuna. Ma non sei quello che credi
di essere. Decimal. Sei un sacco. Di cose, cazzo. Ma non sei
questo, la persona che immagini nella tua testa.
Ha finito, Rosenblatt?
No. Decimal. Non c' mai stata una moglie e neppure
una figlia. Decimal. Ho solo assecondato la storia. La storia
che si dispiegava nella tua mente. Non ho fatto altro che seguire
la trama. Hai un'intera mitologia. Io l'ho sfruttata. Ma
tutto questo  stato, come dire... Ti  stato imposto.
Non voglio starlo a sentire. Non lo sento.
Perci stavo pensando, tu e io. Intentiamo la pi grande,
fottuta causa legale. Che l'esercito abbia mai visto. Decimal,
il tuo dossier. Devi sapere. Quello che ti hanno fatto. Hanno
aperto il tuo fottuto cervello...
No, non lo voglio sentire. Basta. Non sta funzionando
gli dico.
Tu non sei...
Rosenblatt, sta per morire. Lo capisce?
Tu non sei. Un fottuto mostro.
Gli sparo in quell'istante, la sua testa ormai quasi calva, e
l'uomo si affloscia a terra. Il sangue e altre sostanze viscose
schizzano sulla parete retrostante. Perde le feci. Ne sento l'odore.
Riesce perfino a penetrare attraverso la plastica.
Dan, sono il mostro nero, malato, sotto il suo letto. Sono
quell'odioso, glaciale figlio di puttana del cazzo che ha ammazzato
il proprio figlio. E faccio quello che ho sempre fatto,
ci che mi riesce meglio.
 questo che sono ed  il solo modo che conosco.
Appoggio la Sig in cima ai raccoglitori di documenti. Tiro
fuori la fotocamera digitale e tolgo il copriobiettivo. Voglio
catturare il momento.
Gli ho sparato un solo colpo, di lato. Come sempre un
anticlimax. Se non fosse per tutto quel sangue, si potrebbe
pensare che stia dormendo.
Mentre raccolgo la pistola, vedo scritte le parole:
Corte Penale Internazionale, l'Aia, Paesi Bassi - Materiale segretato.
Lascialo l dov', penso. Meglio non sapere. Ma ovviamente
apro il dossier.
Proprio sulla prima pagina trovo un'istantanea di Iveta.
Senza trucco, molto pi giovane di com' adesso. Indossa
un'uniforme e un berretto militare. Ha il braccio alzato e sta
indicando qualcosa a due uomini in divisa. La didascalia sotto
alla foto recita: "Jovana Rac, Pristina, 1998".
Mi piacerebbe credere che siano solo stronzate, una falsificazione
dilettantesca, ma so bene che non  cos. Volto la pagina.
L'intestazione dice "Stilato per l'interpol dal Tribunale
Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia".
Inizio a leggere:
...Jovana Rac  degna di nota nel senso che le donne erano
estremamente rare nelle forze militari serbe, altrimenti conosciute
per la loro misoginia. Il suo ruolo si pu forse evincere
dalle imputazioni formulate contro di lei.
La Rac  accusata di aver fornito donne e ragazze al criminale
di guerra Radomir Kovac e ai contractor del cynacorp con
lo scopo di ridurle in uno stato di schiavit sessuale o ai lavori
forzati; e di essere coinvolta con i cosiddetti "campi di stupro"
nella regione di Foca. Tra i capi d'accusa della Rac figurano
inoltre il genocidio e il traffico di esseri umani.
Sto iniziando a sentirmi male. Chiudo il dossier, guardo la
copertina, poi di nuovo la foto... Ritorno alla seconda pagina.
...ha partecipato attivamente e in modo entusiasta all'operazione
Ferro di Cavallo, una campagna di pulizia etnica su
larga scala ai danni degli albanesi del Kosovo. La Rac  stata
arrestata dalle forze NATO il 17 agosto del 1999.
Altri scatti, foto segnaletiche: di fronte, profilo sinistro e
profilo destro. I capelli sono pi corti, ma  lei. La didascalia
dice: "Jovana Rac, 18 agosto 1999".
Dio, ha comunque un aspetto fantastico.
Sfoglio un po' di pagine, le dita che mi formicolano. Perdo
la vista periferica ed entro in iperventilazione. Come in un
viaggio astrale, mi vedo leggere, per poi atterrare su:
Fuggita il 3 settembre del 1999, quando le pessime condizioni
meteorologiche hanno costretto il trasporto militare diretto
verso il Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia
dell'Aia, Paesi Bassi, a cambiare rotta, prendendo la strada
per Chisinau, Moldavia. Le sue tracce si sono perse a Odessa,
Ucraina. Posizione attuale sconosciuta.
Smetto di girare le pagine. Dentro di me so benissimo che
non si tratta di una falsificazione. Ora mi rendo conto che avevo
bisogno di vederlo. Il mio cuore pone la domanda pi
ovvia:  questa la donna per cui mi sono fatto marinare nel
sangue?  questa la creatura che sto cercando di proteggere?
Hakim Stanley mi guarda da un angolo della stanza. Sorride.
So cosa sta pensando.
Smetto di leggere e prendo in mano il dossier.
Chiudo gli occhi. Rimango cos per un po', immobile.
Mi infilo la pistola in bocca.  ancora calda e ha un sapore
sintetico. Tiro indietro il cane.
Ma non mi sembra giusto. No, niente  cos semplice. Sarebbe
come barare.
Ritiro la pistola e apro gli occhi.
Nel raccogliere la cartellina di Jovana, ne ho portata alla
luce un'altra. Sulla copertina c' scritto:
Walter Reed - Istituto Nazionale di Sanit
Questa sarebbe la mia.
Diavolo, no. Prendo entrambi i dossier. Estraggo la pagina
con le foto segnaletiche di Jovana. Me la metto in tasca.
Dall'angolo bar afferro una bottiglia di vodka. Getto entrambi
i dossier nel caminetto e li inzuppo con il liquore.
Accendo un fiammifero e puff. La carta  consumata dalle
fiamme.
Mi sfilo i guanti. Tiro fuori il Purell e mi sfrego le mani.
Sulla base di queste nuove informazioni, potrei aver bisogno
di rivedere i miei piani.
Butto gi una pillola e insieme ad Hakim rimango a osservare
il fuoco finch non  tutto sparito.
...
.
...
CAPITOLO 44.
...
.
...
Il cortile. La spazzatura.  tutto E.  sempre stato l. Appena
fuori dal quartiere dormitorio propriamente detto Gun
Hill Houses.
Sono qui, davanti ai caseggiati popolari, proprio dove mi
trovavo al mio ritorno dalle stanze imbottite di Washington.
Biopsie, flebo. Cateteri. Questionari insensati. Un arcobaleno
di capsule e pillole dai colori pastello. Scariche elettriche.
Tubi ad alta pressione. Mal di testa indotti. Fluidi che
trasportano traccianti verdi al neon in tutto il corpo. Misure
di contenzione. Spietate illuminazioni fluorescenti.
Mi rendo conto che niente di tutto questo ha pi importanza.
Lascio perdere. Il Sistema traccia i miei spostamenti
futuri.
Entro nell'edificio. Tutte le superfici sono metallizzate come
i vagoni della metro e riflettono i miei tratti deformati. Prendo
l'ascensore, nonostante la nuvola di piscio e birra. Premo il
pulsante esatto.
Tutto questo mi sembra profondamente familiare. Esco
dall'ascensore e seguo il corridoio fino alla porta giusta.
Estraggo la chiave dalla tasca. Entro nella camera da letto. La
pistola in pugno.
Stanley gironzola in un angolo buio, un'ombra. Sbatte la
palpebra del suo unico occhio.
Iveta/Jovana dorme sotto un lenzuolo logoro.
Lo osservo mentre si alza e si abbassa. Si alza e si abbassa.
Due opzioni, entrambe semplici da mettere in pratica. Per
me finir male comunque.
Scelgo l'opzione B. Sollevo la pistola. Inserisco la sicura.
Tiro fuori dalla tasca la pagina che ho preso dal dossier di
Jovana, la apro e la appoggio ai piedi del materasso. Ci metto
sopra la chiave dell'appartamento. Sul retro del foglio ho
scritto: "Jovana. L'FBI e l'interpol sanno. Anch'io.  giunto il
momento di andare."
La guardo un'ultima volta. Sembra cos piccola. Riesco a
vedere solo la sommit del capo.
Prima di uscire, recupero la busta di plastica dalla bocca
di aerazione. Evitando lo specchio, dato che so cosa rifletterebbe.
Mi chiudo la porta alle spalle, facendo il minimo rumore possibile.
...
.
...
CAPITOLO 45.
...
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...
Sono sulla Ventiseiesima, nei pressi della Sesta Strada.
I parrocchiani decrepiti si stanno affrettando, perci immagino
che la funzione nella cattedrale di Saint Sava stia per
cominciare.
Spruzzo un po' di Purell sulle mani e le strofino.
Questa idea qui mi  venuta la notte scorsa.
Durante una pausa dal settore 000, informatica/lavori generali,
ho fatto qualche lettura sulla Chiesa ortodossa serba,
perci l'argomento era fresco nella mia mente.
Questa mattina mi sono svegliato e ho pensato, diavolo,
malgrado tutto sembra una bella giornata per fare due passi.
Sono arrivato qui attraverso una serie di svolte a sinistra.
Ormai mi conoscete. Sapete delle mie abitudini.
Mi aggiusto il cappello. Ho la sensazione di essere del tutto
fuori posto.
Signore, ha chiesto di vedermi?
Mi giro in direzione della persona che mi sta parlando. 
lo stesso tipo che ho visto la volta scorsa e come ogni prete
che si rispetti  vestito di nero dalla testa ai piedi, nonostante
questo maledetto caldo.
S. Non so quale sia il protocollo qui, perci arriver dritto
al punto.
Tiro fuori una busta a chiusura ermetica con dentro una
mano mummificata.
Questa, be', credo che appartenga alla vostra istituzione.
Non a questa specifica cattedrale, ma alla Chiesa ortodossa
in generale. Mi scusi per... la confezione.
L'uomo osserva l'oggetto con aria confusa.  uno scherzo,
signore?
No. Questa ... sa, agito un po' la busta "la mano". O come
la chiamate voi. Mimo le virgolette nell'aria.
A questo punto capisce. Il suo monociglio arriva quasi a
toccare l'attaccatura dei capelli. Per l'amor di... E lei crede di
potermi vendere questo oggetto?
Scuoto la testa. La gente d per scontate un sacco di stronzate,
ve lo giuro. Sono qui soltanto per restituirla. Questo 
tutto. A cosa mi servirebbe? Non so voi altri cosa ci facciate,
ma da quello che ho capito la ritenete piuttosto importante.
Sposta lo sguardo da me al sacchetto. Poi torna a fissarmi.
Quindi, ecco. Gli passo la busta.
La prende. Giravano delle storie dice con voce sommessa.
Avevo sentito che era scomparsa, durante queste guerre
infinite, ovviamente...
Be', mi  stata presentata come un vero affare. Datazione
al carbonio, raggi X. A essere onesti non so come si faccia a
verificare l'autenticit di stronzate di questo tipo. Mi perdoni,
padre. Non dovrei imprecare in chiesa.
Mi tende la mano. Gliela stringo. Vedo che i suoi occhi si
stanno gonfiando di lacrime, cosa che sembra essere imbarazzante
per tutti e due.
La prego... mi dice. Non vorrebbe restare per la funzione?
Mi indica un banco libero poco lontano.
Ci penso su.  il fine settimana, dopotutto. I miei libri possono
attendere, hanno aspettato per cos tanto tempo. E fuori
c' un caldo fottuto, questo terribile caldo afoso di New York.
S gli rispondo. Certo, perch no.
Mi dica il suo nome, amico mio. Le dedicher una preghiera,
in modo tale che Dio possa proteggerla e continuare a
concederle la Sua benedizione.
Vorrei dire Iveta. Vorrei dire Hakim Stanley. Ma alla fine
rispondo: Decimal. Dewey Decimal.
Dewey Decimal ripete. Grazie. Si asciuga gli occhi e
si allontana.
Probabilmente ha un qualche tipo di riscaldamento da fare,
dovr prepararsi psicologicamente per rappresentare Dio.
Osservo le vecchiette che si fanno avanti a poco a poco per
raggiungere il loro posto. Mi lascio inebriare dal profumo
dell'incenso.
Porca puttana, penso, sono proprio felice di non essermi
ammazzato. Ho ancora un sacco di cose da fare in questa vita
del cazzo.
Mi chiedo dove sia Jovana adesso, proprio in questo momento.
Penso a Stanley Alla sua famiglia.
Un minuto pi tardi mi siedo, butto gi una pillola.
Accidenti, questi banchi sono comodi. Nonostante la moltitudine
di parassiti e batteri microscopici che risiedono nel
legno, residui dei culi passati.
Non appena ha inizio la messa, il silenzio scende nel locale
come garza lasciata cadere sulla mia testa.
E mi addormento.
...
.
...
FINE.